Editoriale del n. 267

Editoriale del n. 267 di Una città – vai al sito

Dedichiamo la copertina ai senzatetto, a quelli che fino a ieri erano una popolazione a parte, che vedevamo quasi come dei predestinati: la possibilità di “finire sotto il ponte” come dicevano i nostri nonni, non esisteva più. La minaccia di una malattia grave e il fantasma della riduzione in povertà hanno forse cambiato le cose, in bene o in male vedremo.

In uno degli scambi forse più belli della storia del cinema, il bandito si confida con la donna del saloon: “Facevo il mandriano, poi è successo qualcosa…”, e lei: “Già, è così. Succede sempre qualcosa”. E guardando le foto delle centrali, tornano alla mente le idee di Antonella Agnoli a proposito delle biblioteche: facciamone dei luoghi dove possano incontrarsi cittadini d’ogni ceto sociale, di ogni età, compresi i senzatetto, come nel caso della Salaborsa di Bologna. Oggi più che mai la sinistra dovrebbe impegnare le sue forze migliori a tessere reti sociali, a costruire luoghi di incontro, dove le persone possano ritrovarsi, stringere amicizie, scambiarsi le idee, raccontarsi cos’è che è andato o che va storto, aggiornarsi e far nascere possibilità e, anche, seconde possibilità. Nell’intervista sulla sua vita, la “badante” Georgeta, ex dirigente del pubblico impiego rumeno, racconta di quanto sia importante, per superare la difficoltà di star lontano dai figli e da casa, quel ritrovo quotidiano con le amiche ai giardini, nelle due ore di libera uscita. La “nuova casa del popolo” è, secondo noi, la sfida del futuro.

Cosa significa davvero lo smartworking? Le potenzialità del lavoro da casa sono evidenti, ma si accompagnano al timore per ciò che si perde venendo meno l’incontro fortuito con il collega o il compagno di viaggio e al rischio che i confini tra lavoro e vita diventino sempre più labili. Ce ne parla Anna Ponzellini.

L’evidente inefficacia dell’approccio svedese alla pandemia di Covid-19, fondato sulla convinzione che i cittadini sappiano come comportarsi, e le conseguenti critiche, hanno scatenato nel paese reazioni assai “poco svedesi”; il concetto di individualismo statalista e l’ambizione illusoria -forse persino disumana- di un welfare state capace di liberarci da tutte le relazioni di dipendenza.
L’intervista è a Gina Gustavsson e Adele Lebano.

Pubblichiamo un saggio da “Dissent” sulle prospettive per una “no-carbon democracy”: nella necessaria consapevolezza che qualunque azione climatica dovrà farsi carico anche del problema della disuguaglianza, la scommessa del Green New Deal per affrontare la crisi ecologica, è quella di produrre più democrazia, non meno. Di Alyssa Battistoni e Jedediah Britton-Purdy.
Infine gli interventi e le lettere: Alfonso Berardinelli ci parla di Valéry, Wlodek Goldkorn della questione dei monumenti, Stephen Bronner delle estati calde degli Stati Uniti, Michele Battini della democrazia degli algoritmi, insieme alle corrispondenze di Emanuele Maspoli dal Marocco, di Belona Greenwood dall’Inghilterra, di Ilaria Maria Sala da Hong Kong.

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