Sul cartello la parola “coscienza” – lettere di Ilaria Maria Sala

Cari amici,
oggi, mentre vi scrivo, è il 2 luglio: un giorno e qualche ora da quando Pechino ha imposto a Hong Kong la nuova Legge sulla Sicurezza nazionale, che è la legge più scioccante degli ultimi tempi. Non solo per la Cina: non riesco a pensare a un altro Paese al mondo che si possa dotare di un testo così giuridicamente assurdo e violento.


Per chi di voi non avesse avuto modo di seguire gli sviluppi (cosa della quale non vi incolperei, dato che l’Italia è stata uno dei pochissimi Paesi europei a non aprire bocca a livello istituzionale, malgrado la legge colpisca anche stranieri, italiani inclusi) vi faccio un brevissimo sunto di un testo che prevede 66 articoli. I crimini che vengono puniti da questa legge sono vaghi, dato che ogni legge repressiva deve essere il più vaga possibile, per incutere il maggior terrore possibile e la maggior autocensura. A grandi linee, dunque, viene colpito il crimine di secessione e sovversione, di terrorismo e quello di “collusione con forze estere”.
Ieri, 1 luglio, 23esimo anniversario del ritorno di Hong Kong alla sovranità cinese, abbiamo visto cosa si intende per secessione e sovversione: dieci ragazzi e ragazze sono stati arrestati per aver infranto la nuova legge, e la polizia ha diffuso sul suo account Twitter una fotografia delle prove: degli adesivi, uno dei quali aveva la parola “Coscienza” scritta in caratteri bianchi su sfondo nero, mentre altri dicevano “Indipendenza per Hong Kong” e “Lotta per la libertà, uniti per Hong Kong”.
Già da questo episodio si vede che la legge non è applicata ad atti che possono mettere in pericolo l’integrità territoriale nazionale. Quello che viene punito è l’espressione di un pensiero. La legge prevede dunque che questi dieci ragazzi e ragazze adolescenti siano ora processati da un tribunale nuovo, a cui la stampa non avrà il diritto di accedere. Potranno essere processati a Hong Kong o in Cina, non fa differenza, non avranno necessariamente accesso ad avvocati, e l’operato della polizia che si occupa dei casi relativi alla sicurezza nazionale non è supervisionato da nessuno.
Questo a grandi linee: è difficile per ora prevedere quello che succederà, dal momento che Pechino ha paura di perdere la maggioranza al Parlamento di Hong Kong, il Consiglio Legislativo che è eletto per suffragio universale al 50% mentre il restante 50% è eletto per voto corporativo.
Dato che la maggioranza dei voti per suffragio universale di solito premia i candidati pro-democrazia, e che alcuni voti corporativi (come il settore legale, o quello dell’IT) sono solitamente vinti da candidati pro-democrazia, c’è il rischio che malgrado tutti i suoi sforzi per soffocare il pluralismo politico, Pechino si possa ritrovare con un parlamento effettivamente rappresentativo della popolazione di Hong Kong. La preferenza per i candidati democratici non fa che aumentare, e l’unico modo per Pechino di eliminarli è squalificarli prima o dopo le elezioni, cosa resa più facile dalla legge sulla sicurezza nazionale. Dopo le elezioni capiremo meglio quanto in là vorranno spingersi con la repressione a Hong Kong, e quanto sarà possibile continuare a dedicarsi a questo luogo così diverso da ogni altro.
Nella legge c’è un dettaglio che non riesco a togliermi dalla mente: diventa un crimine “suscitare odio nei confronti del governo di Hong Kong o del governo centrale”. Quindi, la legge vuole non solo regolare le azioni, ma anche i sentimenti: l’amore per il comandamento, in politica, è una prerogativa tutta cinese, che continua a suonare aliena nel linguaggio politico di Hong Kong.

In Cina, le campagne politiche o gli slogan appesi ai muri inneggiano sempre ad “amare il Paese, amare il Partito” ma qui, la politica dell’amore è poco comune. Così, chi ha redatto questo testo legale goffo, vago e minaccioso, ha deciso di prendere la questione dal lato opposto: mettendo fuorilegge l’odio contro il governo e chi lo ispira. Nei discorsi che abbiamo sentito in questi ultimi mesi, di nuovo, il paternalismo amoroso ha cominciato ad avvolgere di una polvere dolciastra ma fatale quelli che avrebbero dovuto essere discorsi di una certa serietà. Mentre la polizia picchiava a sangue i dimostranti, nelle conferenze stampa veniva detto che le forze dell’ordine sono “come una madre” per i cittadini. Carrie Lam, la capa dell’esecutivo grandemente responsabile del disastro a cui stiamo assistendo, di nuovo si è proposta come madre di Hong Kong, piena di amore materno per i cittadini disubbidienti, a cui non possono essere fatte concessioni “così come non si fanno ai figli, per non viziarli”.
Madre polizia, madre correzionale, madrepatria: povera Hong Kong, con così tante madri, e così poco amore.

La foto del profilo della polizia di Hong Kong con i cartelli incriminati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *