Anna Maria Capri e Alba Donati – di Alfonso Berardinelli

Dunque alla fine del Novecento, dagli anni Novanta in poi, nella poesia italiana si verifica un fenomeno nuovo: compaiono dei personaggi. Non me ne resi conto subito e non mi pare che nessun critico abbia notato la cosa. In realtà, all’inizio, fu quasi esclusivamente Bianca Tarozzi, se non sbaglio, a far entrare in scena personaggi, soprattutto femminili, del genere poetico da lei preferito e che inconfondibilmente la caratterizza: il racconto in versi, o poemetto narrativo.

Non solo non venne capita l’originalità stilistica e tematica di questa autrice; più in generale, purtroppo, quasi nessuno si accorse della sua esistenza, cosa che le conferisce un primato poco invidiabile, quello di essere, fra i nostri migliori poeti attuali, la più sottovalutata se non ignorata.
L’evoluzione di Patrizia Cavalli dalla strofa epigrammatica al poemetto argomentativo e ritrattistico (“L’aria pubblica”, “La guardiana”, ecc.) ha fatto emergere, benché tardi, una analoga tendenza al ritratto, che ha finito per spingere gradualmente in secondo piano lo stile precedentemente più tipico di questa autrice.
Nello stesso tempo, con un esordio tardivo e inaspettato, ha cominciato a pubblicare i suoi libri di poesia Anna Maria Carpi, che aveva già scritto due notevoli romanzi, passati quasi inosservati. Anche in questo caso, all’autoritratto lirico si affianca spesso il ritratto. Già nella sua prima raccolta di versi, A morte Talleyrand (1993), colpisce l’energia narrativa (anche autonarrativa) della Carpi. Una versificazione vigorosamente semplificata e al servizio della sintassi mostra subito che con una tale “prosa in versi” l’autrice poteva fare di tutto. Ma la seconda raccolta, Compagni corpi (2004) si apre con una sequenza di quattordici poesie dedicate a Paul Ancel, noto come Paul Celan, che in parte ritraggono il poeta e in parte, così sembra, l’autrice si confessa davanti a lui. Alcune poesie ritraggono Giorgio Caproni, Ernst Jandl e Marguerite Yourcenar, ma è in un libro successivo, L’asso nella neve (2011), che compaiono le sue poesie-ritratto più perfette e incisive, in cui si sente l’eco dello stile di Gottfried Benn e di Magnus Enzensberger, poeti che la Carpi ha tradotto. Una di queste poesie ci parla di un certo Viktor di Volgograd. Cito qualche strofa:

GIÙ NELLE STEPPE,
lungo la madre Volga,
Zarìzyn si chiamava coi tartari e gli zar,
poi Stalingrado, Stalingrado di eroi,
ma lui è nato dopo, nei Cinquanta,
Viktor di Volgograd.

Ballano i pantaloni sulle gambe secche,
e la giacchetta blu sul misero torace,
ha un ginocchio scassato, guai coi denti,
ogni poco una colica renale.
La sua luce è la moglie,
è nata nei Sessanta, è bella, ha amici,
fa nuoto e fitness, ride volentieri,
e ogni mattina prima della scuola
gli prepara la kaša.
Lo ama. Come fa? La gente è buona,
soprattutto le donne.
[…]
Viktor insegna a scuola.
Scrive di poesia sul giornale locale.
Di poesia
ne ha gli scaffali pieni, ne ha per terra,
anche in bagno e in cucina:
è il grande amore.
Gli incarichi non mancano
ora girano soldi e i vip locali
celebrano compleanni e anniversari
e ci vuole un cantore.
Lui li serve di rime, di quartine,
di paragoni con eroi del mito, lui solo sa chi sono,
ma ai piccoli di Putin già gli basta,
l’osanna è tutto,
e ai presenti la vodka e la serata.

E per te stesso, Viktor?
L’anima resta fuori.
È nei suoi occhi pallidi sognanti,
nella mano sul mouse.
Questo mio fratello
pensa un poema, mille versi e più,
che ancora non gli viene, ma si esalta,
all’idea che verrà, ne ha il sentimento.
Crede ancora nei posteri
e nell’eterno della poesia.

“Viktor, mio caro, smetti, è ora di cena”.
                              Volgograd, 1 agosto 2008

Nello stile enumerativo, nella velocità delle transizioni dal descrittivo alle battute definitorie (“la gente è buona,/ soprattutto le donne”, “l’anima resta fuori”, “questo mio fratello”) la Carpi ha portato nella poesia italiana un clima nordico, fra tedesco e russo: una spietata lucidità e l’amore per le idee nitide, le emozioni forti che gelano o bruciano. Più straniante e inquietante è il ritratto estemporaneo, quasi uno scatto fotografico, di uno sconosciuto incontrato in treno:

DI FRONTE A ME sul treno della sera:
uomo, giovane, bello.
Le ciocche scure mosse come flutti,
la fronte pallida,
le labbra rosee come il Cristo nei quadri,
le mani immacolate,
nocche bianche, un argenteo
bagliore dalla pelle, gola nuda
tra la barba e il maglione,
e il corpo sobrio, asciutto come i santi.
E calmo si sofferma, a una a una
sopra le immagini
mentre sfoglia un mensile
di carta patinata – architettura.
Vedo il suo ufficio, il tavolo,
lucido, vuoto, non una penna, un appunto o una carta,
è tutto online. Vedo le sue mattine
e com’è ogni sera casa sua,
niente arredi,
tutto silenzio e bianco,
led nel soffitto, microonde, high-fi,
donne che ama e che non sa se ama,
e piacevoli amici del last minute.
È già stato nel mondo, da Dubai a Shangai,
e forse anche in Siberia, e non un segno,
ne ha su di sé,
tutto assorbito, tutto rilasciato.
Trans, trans tutto, forse
è l’uomo che viene e che sarà
dopo di noi,
quando da un pezzo
non si parlerà più di amare.

È questo, esattamente questo, con una precisione clinico-sociale impeccabile, l’uomo del presente e del futuro, “l’uomo che viene e che verrà”, al di là di tutto e perfettamente a piombo sul presente: l’uomo trans-umano. La poesia così intensamente, disperatamente autobiografica di Anna Maria Carpi è capace di questi sguardi laser che tagliano la superficie del percepibile e rivelano in un lampo una metafisica morale del quotidiano.

Emotivamente e stilisticamente all’opposto, con le radici amorevolmente affondate nei suoi adorati luoghi marginali che diventano il centro del mondo, è la poesia di Alba Donati. La temperatura affettiva è in lei altissima anche se morbida. Fra idillio famigliare e tragedie storiche la compresenza è continua e fatale (si veda il poemetto “Pianto sulla distruzione di Beslan”). Il suo è un amore della terra, della propria patria minuscola e assoluta:

Mammina nostra di terra
sei stata dura come un pruno
e hai lasciato solo a stento quel tuo lucore
lampeggiare nelle giornate della vita,
vita che è cosa semplice
come una data festiva scivolata
dal conteggio dei giorni
sei luce diradata, tutta assorta
nella tua attesa di piantagioni
di insalate e radicchi
rimarrai tribale, lo so
tra i gerani annacquati e la miseria.
Hai mandato me in questo paese
dove le rondini non girano e non tornano
hai mandato me in questo civile cielo e stellato:
qui fonderemo la repubblica dei contadini
dove ogni vecchio avrà la sua cena.

Poesia vitale e carnale, filiale e materna, quella di Alba Donati riesce in tutta naturalezza a focalizzare sensazioni e sentimenti fino a portarli a una specie di diapason estatico che è insieme fisico e culturale. E quando quest’arte descrive e celebra un uomo che muore, luogo e personaggio, quel luogo e quella singola vita si fondono nelle strofe più umili e solenni che la poesia italiana di oggi abbia dedicato alla “favola della vita al confine con la morte”:

Fernando

Perché un vecchio come lo zio Fernando,
arrivato a novantasei anni, dal suo letto
in cima al paese urli e chiami mamma.

Perché prima di lui tanti, scappati di casa
e carponi risaliti sulla strada che portava
alla casa dell’infanzia, senza ascoltare consigli.

Del come ci sia questo spazio intermedio
tra la vita e la morte in cui si cancella tutto il tempo,
e si stia inermi come neonati nelle braccia di chi ci ha amato.

Come se la vita non fosse accaduta.
Come se costruirsi una personalità, fosse,
all’improvviso, un tempo perso, perché in verità

non volevamo che sostare e chiedere conforto.
Adesso ci fa compagnia il grido cadenzato,
quasi di ora in ora, dello zio, che si spinge giù dall’alto,

sui tetti delle case più in basso e ci contiene:
è come un dio del tempo, un Re che dal suo castello
col suo grido di dolore tenga in scacco il villaggio.

Fuori stanno calmi i boschi nella notte,
e adesso che anche loro vanno a dormire
noi di via della Penna, di via della Chiesa

rimaniamo sovrastatati dalla morte – ma così
tra una figlia e una moglie, così stretto come potrai cadere via?
Mai nessuno nella vita si sarà sentito tanto al sicuro.

Del perché adesso mentre stavo scrivendo di te,
sei morto, alle nove del mattino, alla fine di luglio.
Non c’è più nessun padrone nel castello

tutta la favola della vita al confine con la morte
e della tua mente sospinta all’indietro
che batteva il tempo per tutti noi, è finita.

Mi ricordo di te a ottant’anni nella vigna
appoggiato al bastone, col solito sguardo da bambino
varcavi in lungo e in largo i tuoi confini,

ti godevi la giornata che a quell’ora ancora ti portava
dove erano le cose tue più care. Di quella fierezza
non ho più avuto notizia né mi è capitato altre volte

di conoscere così bene il senso della parola appartenere,
così come tu appartenevi a quella vista,
con la figura di tua madre ancora tiepida nel petto.

Perché ci sia questa magia dell’uomo che cammina,
in un tempo che a dispetto di molti, non si ferma, non finisce,
e si assottiglia per arrivare a domani.


Sembra proprio un addio a quel cosmopolitismo delle astrazioni formali che hanno ripetutamente dominato le poetiche del Novecento.

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