La mia Gran Bretagna…

Una Città263 / 2020 febbraio

Cari amici,
ecco, è fatta. Il 31 gennaio è stato una giorno difficile, grigio e senza conforto per quelli di noi che considerano una sciagura questa tortuosa uscita dall’Unione europea. Noi Remainer stiamo attraversando varie fasi di dolore per la vostra perdita.

Boris Johnson parla di riconciliazione, ma non riesco a vedere alcuna riconciliazione all’orizzonte. Mi viene da piangere a pensare a dove siamo arrivati, a come abbiamo sottovalutato la vostra amicizia e gettato via gli obiettivi comuni e l’umanità condivisa.
C’è un senso di freddo e solitudine, di scoramento e tristezza tra le persone che conosco, tra gli amici. Il Brexit Day è stato segnato da un’atmosfera strana, di turbamento e disperazione. Le persone nascondevano il loro volto; non c’era bisogno di menzionare la pesantezza del cuore: era scontata. Il mio barista preferito mi ha detto che sta facendo domanda per un passaporto irlandese perché ha questa possibilità; se diventa troppo terribile, potrà ricostruirsi una vita con voi -in Europa.
Vivo in una città universitaria, quindi siamo stati risparmiati dai festeggiamenti che si rincorrono da un posto all’altro, dalle scene viste ai club per uomini dove si vendeva la bandiera del Regno Unito a tre sterline l’una. Bandierine rosse, bianche e blu ad agghindare i bar e gli uffici del Partito conservatore, e poi karaoake, birra, dichiarazioni di liberazione, balli strani e sventolio di bandiere; quante bandiere sventolanti e quante proclamazioni di “Libertà!”.
“Libertà? -ho chiesto al mio patrigno quando mi ha detto per la prima volta che aveva votato per il Leave- Scusa, ma che cosa ti opprime esattamente?”.
A leggere le prime pagine dei nostri ingloriosi giornali, uno potrebbe credere che sia stato un giorno di tripudio nazionale, in realtà la maggior parte delle persone ha trascorso la giornata immersa nei propri pensieri tenendo i sentimenti per sé.

Cari amici, per favore, per favore, non pensate neanche per un momento che ciò che sta accadendo sia ciò che vuole la maggioranza. Per favore, sappiate che sedici milioni di persone hanno votato per stare con voi nel 2016 e che ancora di più, la maggioranza alle elezioni generali, ha votato per partiti che avevano richiesto un secondo referendum. Purtroppo il nostro sistema elettorale che funziona all’insegna del first-past-the-post (cioè del “chi vince prende tutto”) ha distrutto quella fragile speranza. Un referendum che avrebbe dovuto costituire un parere consultivo, una nota per i nostri governanti è stato invece trasformato in un punto fermo, un mormorio che diventa un martello d’acciaio.
Personalmente, ero troppo depressa per guardare qualsiasi trasmissione sulle celebrazioni per il Leave a Westminster. Non potevo sopportare il trionfalismo canzonatorio dei sostenitori del Leave. Me ne sono tenuta lontana fino al mattino seguente quando sono stata costretta ad assistervi in tutta la sua pacchianeria. La proiezione e il suono delle campane del Big Ben al n. 10 di Downing Street, mentre all’interno, Boris Johnson batteva un gong cinese; la folla dei rivoluzionari della Brexit che sventola le bandierine davanti al podio occupato da un beffardo Farage, urlando l’inno nazionale, le cui parole scorrono su un grande schermo a beneficio dei patrioti (che ti aspetteresti conoscano a memoria i testi…). C’era pure un tamburo di latta. Sarebbe potuta sembrare una farsa dozzinale e piena di stonature, se non fosse una tragedia di così vasta portata.

Immagina come si sarebbe potuta commemorare una tale occasione storica se si fosse veramente trattato di un momento di progresso nella nostra storia condivisa. Un evento organizzato con il meglio delle nostre arti coinvolte, forse anche la poesia di un Poeta Laureato – magari uno o due reali? Un rinnovato senso di dignità davanti al quale il paese si sarebbe commosso al suono dell’orchestra. E poi discorsi con un significato, non gente che lancia slogan vuoti su un podio affollato ridendo a crepapelle.
Sembra tutto irreale. Spero che lo sia…

Si dice che finalmente sono stati ascoltati quelli che erano senza voce. L’inglese vittimizzato, il cui naturale diritto a vivere in un grande paese è stato inibito dall’Unione europea, naturalmente, da traditori coltivati ​​in casa, dai Remainer e da chiunque abbia segnalato l’inganno o sfidato le urla.
In realtà, ad essere assenti da questa narrazione sono coloro che volevano rimanere. I Remainer non sono stati presi in alcuna considerazione nella formulazione del ritiro né sotto il governo di Theresa May né sotto quello di Johnson. Non ci può essere alcuna riconciliazione fino a quando non si riconosce che anche noi viviamo in questo paese e abbiamo sentimenti, famiglie e una visione di chi siamo e vogliamo essere.

Tornando al mio patrigno, l’ho portato fuori a pranzo a Plymouth, nel sud-ovest del paese. Era una giornata fredda e burrascosa e abbiamo girato per vari posti prima di trovarne uno che gli andasse bene. Lui non vuole niente di “straniero”, niente pasta né riso, nonostante il Vindaloo sia stato adottato come piatto nazionale. Alla fine abbiamo trovato la catena di pub Wetherspoon, che appartiene al campione della Brexit Tim Martin. Nel menù non c’era niente di stimolante. D’altra parte lui ordina sempre lo stesso piatto: “fish and chips” e piselli. Non varia mai, beh, forse potrebbe accettare di mangiare il nostro tipico pasto a base di arrosto, ma rifiuta di provare qualsiasi altra cosa. Il suo “piccolo menu” è tutto ciò che vuole. Il guaio è che pensa che sia tutto ciò che anche tutti gli altri dovrebbero desiderare. Il nostro rivoluzionario “ritorno al futuro” è cominciato. La retorica vorrebbe dipingere l’immagine di una nuova era d’oro, ma in realtà siamo in un cul de sac.

Penso a ciò che mi rende orgogliosa di essere britannica e patriottica, perché io amo il mio paese quando è al suo meglio -e a ciò che mi impedisce di sentire o vedere il mondo nel modo in cui lo vedono Farage, gli opportunisti Tory che hanno sostenuto quest’azione indecorosa, o quelli che hanno dato la maggioranza schiacciante a un politico falso, come se la verità fosse l’ultima cosa di cui dovremmo preoccuparci.
La mia Gran Bretagna ha creato il sistema sanitario nazionale; vanta un ente di beneficenza per ogni malattia, produce arte ­all’avanguardia e musica originale ed è un posto dove un ragazzo può andare a scuola con una gonna, se è ciò che vuole. Nel mio paese vivono persone che arrivano da tutto il mondo e condividiamo storie, idee, amore, musica e cibo. Il mio paese è uno di quelli che sa dove si trova Idlib e ce l’ha a cuore. È un paese che sa offrire rifugio, cultura, idee e apertura.
Il mio paese è quello in cui Nicholas Winton salvò dei bambini ebrei -e con loro la nostra umanità. Alf Dubs era uno di quei bambini: è cresciuto qui ed è diventato un politico laburista e un Lord.
Si è battuto affinché nell’Immigration Act 2016 fosse introdotta una correzione per offrire ai minori rifugiati non accompagnati un posto sicuro in Gran Bretagna. Un provvedimento approvato e poi abbandonato nel 2017, quando il Regno Unito ha accolto solo trecentocinquanta dei tremila bambini previsti. Lord Dubs ha inserito un emendamento nell’accordo di recesso dall’Unione europea affinché i bambini rifugiati non accompagnati possano continuare a venire nel Regno Unito per ricongiungersi con un familiare, anche dopo la Brexit. È stato sconfitto alla Camera dei Comuni sebbene fosse passato alla Camera dei Lord. Che vergogna.
I Brexiteer amano sostenere che “ci siamo riappropriati del nostro paese”.
Vorrei che fosse vero.

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