Carpentras

dal libro “Lo chopin partiva
edizioni Una città, 2007

Le risse fra ragazzi arabi ed ebrei al tempo dell’Algeria. Quelle scritte sui muri, ricorrenti. L’idea dei genitori che non cambierà mai: “o noi o loro”, e quei racconti che ti accompagnano per tutta la vita. Il trauma di Sabra e Chatila…

Intervista a Sulamit Schneider

Erano lotte feroci, battaglie, mi ricoprivo di lividi, ero la più arrabbiata, avevo le scarpe ortopediche e picchiavo… Ho sempre dei ricordi di lotte, di litigate a scuola, anche per via di quelle scarpe grazie alle quali vincevo spesso. L’ultima sberla credo di averla data a 18 anni. Nella mia classe la metà era francese e l’altra metà erano polacchi, arabi, due o tre spagnoli e due o tre ebrei e succedeva di tutto, non solo tra arabi ed ebrei durante la guerra d’Algeria, ma perché era normale l’insulto contro il colore, contro la religione. Dunque, la profanazione del cimitero ebraico di Carpentras…

No, non sono rimasta sorpresa. Mi viene sempre in mente l’incredulità, il sospetto quasi, di una mia carissima amica italiana ogni volta che cercavo di spiegare quanto antisemitismo continuasse a esistere in Francia. Sai l’ebreo paranoico che si inventa le cose… “Ma vai a Parigi -le dicevo- ti basterà guardare i muri”. In tutti i quartieri ci sono muri con scritte contro gli ebrei, specifiche. Queste cose in Francia non sono mai cessate. Solo per un po’, forse, nel ’68, perché allora eravamo tutti distratti, noi con gli ideali, il comunismo, e di conseguenza anche loro, con la paura del rosso, dei nuovi bolscevichi. Ma poi, passato quel periodo, hanno ripreso. La xenofobia di Le Pen c’era ben prima di Le Pen. L’immigrazione così abbondante, la pluralità di religioni e di culture danno fastidio al francese cattolico, bianco, tradizionale che si sente circondato, si sente insicuro e ogni tanto perde il pedale. Qui trovo che sia un’oasi, voi e quelli del sud mi fate quasi sorridere, un po’ arrabbiare, ma sorridere, perché è dolce questo razzismo italiano. Qui, sugli ebrei sento qualche battuta ogni tanto, casomai sul denaro, del tipo “tanto voi ebrei vi arrangiate sempre bene” o cose del genere. Pensa che all’inizio, qui in Italia, avevo paura di non essere accettata come ebrea perché ero abituata a Parigi dove in molti ambienti l’ebreo non è ben accolto. Per esempio, nella mia famiglia, a un cugino che si era innamorato di una ragazza cattolica non è stato assolutamente possibile ottenere il consenso dei genitori di lei. Sarebbero dovuti fuggire e non se la sono sentita. Ebbene, quei genitori erano normalissimi borghesi francesi, niente di oscurantista, gente banalissima, morigeratissima… Solo che mio cugino era ebreo e non ci si sposa con un ebreo. Ricordo che, quando decidemmo di sposarci, chiesi a mio marito: “Non hai paura, un domani, per i tuoi figli, di eventuali ripercussioni…?”. Mi guardò con gli occhi chiusi come se avessi fatto una domanda completamente idiota. Invece in Francia è una domanda normale perché sposare un ebreo è un rischio, non è raccomandato, può sempre succedere qualcosa, perché nel ’40 è successo e su larga scala, e non era la prima volta. Certo, le manifestazioni di antisemitismo recentemente sono di più, perché le cose non vanno liscie, perché ci sono problemi economici e c’è gente che li vive di nuovo male. Ogni volta che una zona, un paese si destabilizza, e ora è il caso dell’Est europeo, e si diffonde l’insicurezza, l’incertezza sul futuro, il primo campanello d’allarme è l’insofferenza verso gli ebrei. Poi arrivano tutti gli altri problemi. L’antisemitismo è il segnale che qualcosa non va, che la gente del luogo non è tranquilla, che è disturbata, si sente minacciata, ha paura di qualcosa. Se prendete gli annali dei giornali europei vedrete che le manifestazioni antisemite, in tutti i paesi, vanno sempre di pari passo coi disturbi sociali. E gli ebrei scappano di nuovo a gambe levate. Dalla Russia non hanno mai smesso di venir via, ma ora c’è di nuovo un gran flusso migratorio. Certo, la profanazione del cimitero fa impressione, ma sai qual è stata la mia prima reazione? “Nei cimiteri? Beh, meno male che ancora hanno lasciato in pace la gente viva”. Per me sono ancora i vivi quelli più importanti. Le tombe, le vecchiette lì impalate, mi dispiace, però se devo scegliere scelgo i vivi. Poi, certo, sono andati a Carpentras che non è un posto qualunque. è un posto di culto particolare con la più antica sinagoga francese. Gli ebrei erano a Carpentras da un secolo prima di Cristo, nei primi secoli dopo Cristo li chiamavano “gli ebrei del papa” perché furono aiutati dal papa. Durante l’ultima guerra i cattolici hanno salvato tanti ebrei di Carpentras, hanno salvato la sinagoga, hanno nascosto gente, cose. Insomma, c’è una grande tradizione ebraica a Carpentras e per questo sono andati lì. Per colpire nel vivo. No, non ho telefonato, coi miei genitori non ne ho parlato. Di queste cose con loro non parlo più. Sappiamo reciprocamente cosa pensiamo, non c’è più da discutere. È una cosa difficile da spiegare. Ne parlo con amici francesi, ebrei e non, ma con la famiglia mai più. Da quando ho avuto delle idee dissidenti, loro mi hanno lasciato pensare e fare quel che volevo, ma non possono discutere con me, non possono conoscere insieme a me. Innanzitutto per la questione di Israele. Loro, parlo di quelli della mia famiglia che sono anziani, sono sionisti, sionisti per sopravvivenza e basta: se loro hanno diritto di vivere è perché esiste lo Stato di Israele. Che Israele sia la garanzia per gli ebrei della diaspora per loro è un teorema, una cosa indiscutibile. E poi loro sono credenti mentre io no. Il mio ebraismo è diverso dal loro, è poco tradizionale. Non sono credente, non ho pratiche religiose, non ho un dio, osservavo il nostro capodanno per far piacere ai miei genitori, andavo una volta l’anno in sinagoga, perché è una ricorrenza di tutta la famiglia e degli amici, a Pasqua mangio il pane azzimo e non so neanch’io perché, per di più mi sono sposata fuori della comunità ebraica, che è una cosa abbastanza strana. Insomma, in cosa sono ebrea? Sono ebrea perché semplicemente lo sono. Sono un’ebrea part-time, gli ebrei non sarebbero fierissimi di me e nemmeno i miei. Eppure sono ebrea, punto. Non posso scegliere, ce l’ho sulla pelle. C’è tutta la storia dei miei genitori, della mia famiglia, la storia dalla quale vengo. I miei figli sono ebrei. Sono ebrea perché possono ammazzare i miei figli, i miei nipoti, quattro generazioni, in nome dell’ebraismo, così, da un giorno all’altro, senza che si possa dire di no. Quarantacinque anni fa è stato così. Cosa mi ha diviso dai miei genitori? Ho una data personale: Sabra e Chatila. Lì ho avuto un gran disgusto, si è consumato un divorzio grosso. Non ce la faccio a reggere questa doppia situazione, non riesco ad accettare che gli ebrei a loro volta facciano queste cose. E così, dopo Sabra e Chatila, sono diventata ancora meno israeliana di prima, quando già avevo dei dubbi… Anche ai miei dispiace per i palestinesi, ma punto e a capo, non se ne può parlare. A casa mia non posso dire che loro stanno vivendo quello che abbiamo vissuto noi, persecuzioni, maltrattamenti, perché immancabilmente mi si risponde: “D’accordo, però allora moriamo tutti noi”. Per anni ho tentato di dire: “Ma vediamo un po’, non è così, tutto bianco o tutto nero”, ma è stato inutile, perché per loro è così: o loro o noi. Mi hanno sempre detto: “Anche se vai a vivere in Italia o a Honolulu, non cambia nulla: o noi o loro”. D’altra parte non hanno tutti i torti, li capisco anche, non è che siano malati mentali. Loro pensano che parteggiare per qualcuno che in cuor suo desidera la tua morte è una cosa da masochista delirante. Mia madre mi ha sempre spiegato come sia stata la generazione dei giovani, quella che s’è rivoltata. Furono i giovani che dopo la guerra dissero: “Basta con la vita nei ghetti, basta sopportare”. La stessa rivolta del ghetto di Varsavia la fecero i giovani. “Smettiamo di lasciarci fare, adesso gliele diamo noi”. Giusto, giustissimo, ma attenzione a non arrivare a un’identificazione con l’aggressore. Anch’io appartengo alla generazione più giovane, anch’io sono portata a reagire, ma non posso accettare che si arrivi a fare le stesse cose che si sono subite. E non posso capire come gli uomini che reggono Israele abbiano potuto accettarle. Da Israele quest’estate sono venuti a trovarmi quattro cugini della mia età, abbiamo discusso ed è venuto fuori che loro si sentono minacciati ogni ora, pensano di morire se non tengono a bada questa situazione, ritengono che sia in gioco la sopravvivenza esattamente come nei campi una volta. Forse hanno ragione, non so, io vivo qui, ma faccio fatica a crederlo. Capisco che hanno bisogno di un patria, di un posto, ma non riesco ad accettare… Poi, certo, so che è stata la situazione politica a creare questa violenza e penso che quel che succede qui, questi pogrom, queste manifestazioni di antisemitismo, purtroppo avranno come conseguenza un indurimento della situazione in Israele, rafforzeranno la destra. I miei sono anziani, sono dell’altra generazione, quella prima del sionismo, non erano fra i giovani che poi avrebbero costruito Israele. Loro sono gli ebrei dei ghetti e ne sono usciti perché c’era la guerra, perché c’erano i pogrom che li hanno buttati fuori, ma loro avrebbero voluto continuare a vivere così e vivono ancora così. Non disturbano mai i vicini, non si fanno notare, cercano sempre di mettersi nella situazione di non dare fastidio, sono molto rispettosi e discreti con tutti, come per non cercare guai, proprio come facevano i vecchi ebrei, che facevano i comodi loro, ma in silenzio, in disparte. Non sono stupidi, sono così. Da dove venivano? Mia madre era polacca, adesso è naturalizzata francese, mio padre era russo, in realtà a volte russo a volte polacco, perché è nato a Rowno, una cittadina sulla frontiera russo-polacca, una frontiera molto mobile. Mia madre era di Lodz, vicino a Varsavia. Viveva in un quartiere ebraico. E la gente non si mescolava, gli ebrei non abitavano in mezzo agli altri. E così pure mio padre, anche se viveva in tutt’altra zona della Polonia. Hanno sopportato le discriminazioni contro gli ebrei, il sabato sera, nei giorni di festa. Era una cosa regolare, gli tagliavano le barbe, i capelli, li seviziavano un po’, li torturavano. Questo era il quotidiano. I ragazzi erano diffidati dall’uscire di casa dal venerdì sera al sabato sera perché se i cattolici beccavano in giro un ebreo, in particolare quel giorno, si divertivano di più. I miei sono stati allevati così. Frequentavano scuole religiose, l’accesso alle altre scuole per loro era proibito. Si sono conosciuti durante la guerra, nel ’42. Mio padre lavorava nell’esercito russo, era soldato e mia madre era stata utilizzata dai tedeschi per insegnare tedesco agli orfani tedeschi. Non so cosa ci facesse lì, forse l’avevano trovata abbastanza dolce e disponibile per utilizzarla. Poi mia madre è scappata, si è ritrovata a Varsavia, ma è scappata anche da lì, seguendo mio padre che seguiva l’esercito russo. E lei a poca distanza, con storie da romanzo, dormivano dove capitava. Fu fermata dai russi, messa in prigione e spedita poi in Siberia per sei o sette mesi, ma sopravvisse. Non so bene come si siano poi ritrovati, ma una volta insieme hanno tentato di fuggire in Israele. Era stato organizzato un gruppo che raccoglieva i soldi per il biglietto della nave, tipo Exodus. Consegnarono tutti i soldi che riuscirono a racimolare e gli organizzatori tagliarono la corda con i soldi. Hanno continuato a scappare non so bene dove, ho sempre sentito dei nomi per me molto esotici. Fatto sta che alla fine della guerra nessuno li voleva, né i russi, né i polacchi perché erano ebrei e non erano né medici, né ricercatori, non erano gente insomma che valesse la pena tenere. I tedeschi, non potendo più ucciderli, non sapevano più cosa farsene e così i miei genitori andarono a finire a Neu Ulm, in Germania. Era un centro di smistamento per ebrei senza soldi, senza carte o documenti, che non sapevano dove andare. È lì che sono arrivata io, perché mia madre è rimasta incinta e questo è stato il motivo che li ha fatti muovere di nuovo. Sono usciti di straforo dalla Germania, aiutati da uno zio che stava a Parigi, sopravvissuto a cinque anni di Auschwitz, vive ancora, uno dei rari. Procurò loro carte false, soldi. Così si stabilirono a Parigi. Questa la trama. Poi ci sono i racconti che ho sentito da bambina, dalla zia, quella comunista, che da piccola, nascosta dietro la tenda, in camera da letto, vide uccidere i genitori, durante un pogrom di cattolici polacchi. Oppure lo zio che si è salvato nel campo perché aveva il dono della pittura e siccome c’era qualche Ss deficiente che si piccava di essere un intellettuale, si compiaceva di tenersi a fianco un pittore. Oppure mia madre che nel campo si trovò in una fila che finiva in “destra e sinistra” e sapeva cosa significasse. Lei era piccolina, alta un metro e 49, molto minuta, non era insomma di quelle che si presentavano bene per sopravvivere, e dice che guardando gli occhi di quel soldato che faceva destra sinistra, capì che si sarebbe intenerito. Lo sentì, teneva un filo e finì dalla parte giusta. La mia infanzia è stata perseguitata da questi racconti. Io sono riuscita a vedere il primo film sugli ebrei all’età di 23 anni, qui in Italia. Non ce la facevo, avevo degli incubi, ne avevo sentite troppe. Ci sono riuscita solo da grande, qui in Italia. Il film era Il Giardino dei Finzi Contini e ho pianto come una maddalena, per una notte intera. Non per il film, ma per essere riuscita ad affrontarlo a viso aperto. Pensa che mia madre quando sono nata mi ha chiamato Sulamit, un nome particolare, biblico, che vuol dire pace. I miei genitori avrebbero voluto la pace e quando mi hanno chiamata così pensavano al Medio Oriente e al mondo intero. Purtroppo non ha funzionato. Ricordo la preside della mia scuola elementare. Convocò mia madre e le disse: “Signora, sua figlia si chiama Sulamit, è un nome molto marcato, non potremmo trovarle… un nome d’uso?”. E si sono messe a cercare… “Su… Su…”. Così queste due donne hanno partorito il nome di Susanna e me l’hanno affibbiato come “nome d’uso” che dalla carta d’identità non risulta assolutamente. Poi feci un viaggio negli Stati Uniti e divenne Susi, mi sembrò meno irritante di Susanna e mi sono tenuta Susi. Però, per dire, la preside pensava che avrei provocato meno guai essendo meno ebraicizzata nel nome e cercò di smussare gli angoli. Ecco, non hanno mai chiesto a una Fatima di cambiare nome, a una Sulamit sì… Adesso io mi faccio chiamare Sulamit, anche sul lavoro. Questo è il mio nome con tutta la storia e quel che significa, col suo messaggio di speranza. È un bel nome, no? Tuttavia non mi faccio soverchie illusioni. Parlarne per me è sempre emozionante, ma non credo serva a molto. Ho avuto grandi difficoltà a far capire alla gente, dieci-quindici anni fa, che cosa fosse l’antisemitismo in Francia. Facevo la figura della paranoica e la cosa mi ha disturbato parecchio. Ma l’ho sempre fatto e mi sono sempre preoccupata, pur continuando a pensare che al fondo non c’è nulla da fare. Questo sì, è un vecchio atteggiamento ebraico: contro l’antisemitismo non c’è niente da fare.

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