Silenzio

lettera dall’Inghilterra di Belona Greenwood

Catherine Bebbington

Cari amici,
non mi era mai capitato di incontrare delle difficoltà nello scrivervi, ma ogni volta che mi ripropongo di raccontarvi qualcosa di diverso dalla Brexit (come la condizione delle donne costrette a lavorare sette anni in più, fino ai 67 anni, per poter avere la pensione statale, o il movimento ecologista Extinction Rebellion o l’ondata nostalgica di questi ultimi anni, culminata nel film tratto dalla serie “Downtown Abbey”, proprio mentre la vera Famiglia Reale spedisce i suoi giovani eredi a scuola, nell’imbarazzante deliquio -“che carini!”- dell’opinione pubblica), ecco, non ce la faccio.
Nemmeno le nuove edizioni di “Ballando sotto le stelle” o di “Love Island” riescono a togliere il saporaccio della Brexit dalla nostra vita pubblica. La Brexit si prende tutto lo spazio, spintona via tutti gli altri pensieri e fa piazza pulita di questioni di vitale importanza.
Ora non si limita a dividere e minacciare il nostro futuro incerto, quello in cui tutti staremo peggio, ma viene anche usata come scusa per distruggere la nostra democrazia parlamentare. Boris Johnson, il cui mandato nessuno ha autorizzato, chiude il parlamento e minaccia di violare la legge. Il governo viene fatto tacere, e se ne sta in silenzio. Si impedisce al popolo di esprimersi come da tradizione, e non si fa chiarezza su ciò che sta accadendo. Ci troviamo in piena crisi costituzionale e la destra ha addotto questa come scusa per scendere in strada e minacciare atti violenti, annullando il diritto inalienabile a riunirsi pacificamente e farsi ascoltare. Ad Anna Soubry, già deputata conservatrice e ora appartenente al partito Change Uk, da sempre schierata a favore di una permanenza nell’Eu, è stato consigliato dalla polizia di non fare discorsi a una manifestazione fuori Westminters per via dei teppisti violenti che sarebbero venuti a intimidire lei e tutti quelli contrari al rinvio dell’attività parlamentare. Questo è solo l’ultimo, pessimo sviluppo degli eventi. Si vuole imporre il silenzio. Perfino nelle campagne, i militanti del Labour sono stati minacciati con violenza fisica e ordigni esplosivi.
La democrazia, nel Regno Unito, ha funzionato molto bene per decenni sulla base della fiducia e dei “gentlemen agreements”. Boris Johnson ha spazzato via tutto questo!
L’unica nota confortante è stato assistere al coraggio e all’integrità di alcuni esponenti parlamentari tra i banchi dell’opposizione, assieme ai 21 del gruppo conservatore dissidente “One Nation”, che hanno sfidato il governo o il loro stesso partito, scegliendo di stare dalla parte giusta della storia.

All’indomani della “lunga proroga”, mi sono svegliata sapendo che la Camera dei Comuni se ne sarebbe stata zitta, mentre in altri tempi di crisi nazionale si sarebbe formato un governo “per la nazione”, o di coalizione, invece no; proprio come la Camera, anche i comitati parlamentari che mettono in discussione tutti i dettagli dell’azione di governo se ne sono stati zitti.
Di solito il silenzio è una buona cosa, tutti ne auspicherebbero di più, ma questo silenzio si sta allargando come un manto di neve implacabile che avvolge tutto il Paese. Qualcuno è inorridito da questo silenzio; altri lo festeggiano; i fautori della Brexit, che vogliono riprendere il controllo della situazione, sembrano non farci caso, sarebbero contenti di veder chiudere il Parlamento. Si tratta della sospensione dell’attività parlamentare più lunga da decenni. Personalmente ancora non riesco a crederci. Questa è la Gran Bretagna! La nostra è la madre di tutte le istituzioni parlamentari. Altri paesi hanno attraversato crisi analoghe. Ma noi non vedevamo accadere nulla del genere dalla Guerra civile britannica. Questo silenzio.

Sapete qual è un altro effetto collaterale tossico della Brexit? Che con mia sorella non parlo seriamente da tre anni. Anche questo silenzio auto-inflitto è dovuto alla Brexit. Mia sorella ha votato per il “Leave”, io per il “Remain”. Sono consapevole che la scelta della Brexit si è fondata su linee di faglia che già esistevano tra noi. Se parliamo di Brexit, il vero punto sono i nostri diversi valori, che significa che potremmo anche non rivolgerci più la parola. Il fatto è che piuttosto che vivere un rapporto disonesto, alla fine non ci parliamo più. Amici che conosco da anni e mai avrei immaginato che avrebbero votato “Leave”, l’hanno fatto e io non riesco a capire cosa si sia impossessato di loro, e come smetto di parlargli io, così fanno anche loro. Ci siamo allontanati davvero tanto, e man mano che questa crisi nazionale si aggrava, il silenzio tra noi si fa sempre più tombale. Ed è così per tante famiglie, tanti amici, ovunque in questo Paese. Silenzio.

Poi vai su Twitter e trovi un’ondata di tweet su quanto questo sia un trionfo del “popolo”, e per “popolo” si intendono ovviamente gli elettori del “Leave”. Vorrei rispondere, ma mi fermo: sono sicura di avere l’energia per affrontare gli abusi verbali che seguirebbero? So di non averla, così mi impongo il silenzio.
Tutto corre troppo veloce. Ho sentito qualcuno alla radio dire che se il voto sulla Brexit fosse andato diversamente, se avesse vinto il “Remain”, le vite degli elettori “Leave” sarebbero cambiate di pochissimo, ma essendo andata come è andata, noi del “Remain” siamo soggetti a un cambiamento profondo e sconvolgente. Le nostre vite sono state stravolte. Ogni tanto sogno un referendum con un risultato completamente diverso, cosa che probabilmente accadreb­be, se si votasse oggi.
Chiedo ai miei ragazzi cosa pensino di Boris Johnson che chiude il Parlamento; dopo aver detto una parolaccia, si lasciano andare: “Ma come facciamo ad avere un futuro? Non sappiamo cosa succederà. Sappiamo solo che non sarà nulla di buono”. Quant’è brutto ritrovarsi un’intera generazione che nel cuore ha solo preoccupazioni, costretta ad affrontare tutto ciò che la Brexit gli scaraventerà addosso. E dover imparare a convivere con un governo che si lascia andare ad azioni indegne e deliberate per disorientare il popolo e i suoi rappresentanti.
George Monbiot, sul “Guardian”, ha definito così ciò che sta accadendo: “La creazione di un’emergenza è l’esito inevitabile di un sistema assolutista e fallito”. È chiaro che si sta creando un’emergenza! Paul Mason, scrittore e conduttore radiofonico che si occupa di economia e giustizia sociale la definisce una “normalizzazione del caos”. Sempre sul “Guardian” descrive questa scena a Westminster: “Sabato, per la prima volta a memoria d’uomo, c’erano dei neo-fascisti che inneggiavano al nome dell’attuale Primo Ministro. I sostenitori degli estremisti di destra della English Defence League e della Democratic Football Lads Alliance se ne andavano in giro per la via di Whitehall, in piena Westminster, un po’ sbronzi, a infastidire alcuni manifestanti del “Remain”, a inveire contro i giornalisti, per concludere, inevitabilmente, con una carica contro la polizia”. Loro no, non stanno in silenzio per niente.
E infine c’è lo stesso Boris Johnson, che è troppo umile per comparire in qualsivoglia media mainstream, in questi momenti di crisi nazionale. Il Quarto Potere viene temporaneamente silenziato, ma certo lui è ben felice di parlare in video casalinghi che vengono poi diffusi nei social media. I mass media perdono il loro diritto di scrutinio, e il Primo Ministro si fa propaganda gratis.
Perdonatemi, dunque, se in questi giorni mi è impossibile scrivervi di qualsiasi altra cosa. I miei vicini brasiliani parlano di far scorte di cibo, e discutono di dove fuggire qualora tutto andasse gambe all’aria. Stanno pianificando una fuga in Europa. Ovunque, ma non qui.

All’epoca del voto per la Brexit era stata trasmessa una serie di film e programmi di intrattenimento sugli anni della guerra, o remake di classici sdolcinati, come Mary Poppins, ambientati in età edoardiana, quando tutti sapevano quale fosse il proprio posto nella società.
Questa sensazione di avere tutto il passato sulle spalle però non se n’è mai andata. Proprio questa mattina, mentre ascoltavo il programma radio della Bbc 4 “Woman’s Hour”, una signora anziana ha telefonato per affermare che proprio non capiva perché si facesse un gran discutere del “No deal”; dopotutto, se ci fosse venuto a mancare qualcosa, avremmo potuto ricorrere al razionamento, come si era fatto durante la Seconda guerra mondiale. Bei tempi quelli, non è vero? Proprio non vedeva l’ora di gettarsi nel dirupo.
Sto seguendo una nuova serie-documentario sulla Bbc, “L’ascesa del partito nazista”, che promette di offrire uno sguardo nuovo su come un “dittatore assassino” abbia potuto prendere il controllo di una democrazia liberale nel giro di appena quattro anni. Finora ho visto solo un episodio, ma noto già dei parallelismi che mi fanno venire i brividi.
(traduzione di Stefano Ignone)

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