Il mutualismo e lo Stato – intervento di Francesco Ciafaloni

Una città n. 254, dicembre 2018

Il mutualismo e i servizi forniti dallo stato come diritti non sono in conflitto tra loro ma complementari. Anzi l’iniziativa personale e l’aiuto reciproco sono indispensabili al funzionamento di uno stato sociale universalistico. Lo dicono la Costituzione e le leggi; ed accade nella realtà. Si tratta di una realtà faticosamente costruita, ora sotto attacco, in pericolo, ma non di utopie o formalismi giuridici. Gli abusi, le disfunzioni frequenti, l’uso dello stato come mangiatoia, non possono cancellare la necessità e la realtà dei servizi pubblici.

La Repubblica si fonda, prima che sulle strutture sociali elementari, sul lavoro dei cittadini (art.1 Cost.). Non è solo un principio: è la realtà di fatto. Una società non solo deve reggersi, ma di fatto si regge, sul lavoro, sull’impegno che mettiamo nel guadagnarci da vivere, nell’affrontare i problemi, nel riparare ciò che si rompe. Ci sono eccezioni: i ricchi, che possono non lavorare e pagare altri che lavorino per loro; ci sono gli invalidi, in tutti i sensi; ci sono i disoccupati involontari; ci sono i criminali, che tolgono ad altri invece di lavorare, ma di norma tutti cerchiamo di badare a noi stessi. Subito dopo, all’articolo due, la Costituzione prevede il dovere di “solidarietà politica, economica e sociale”. Forme di solidarietà elementare tra compaesani, tra compagni, di mutuo aiuto, sono state e rimangono la base della convivenza. La passività, l’isolamento, l’egocentrismo, sono patologie sociali. La Costituzione italiana prevede il decentramento della funzione pubblica. I cittadini  non devono essere né isolati, né disoccupati, né malati o poveri senza assistenza, né sottoposti unicamente ad un potere centrale mentre le situazioni sociali sono diverse, e i provvedimenti per affrontarle devono essere decisi da poteri locali autonomi. Quella che non funziona è la struttura dei poteri e delle responsabilità, della fiscalità e della spesa. 

I diritti universalistici necessari 

Ci sono però aspetti in cui l’attività del singolo cittadino e il mutuo aiuto non bastano, in cui il dominio dei singoli o delle comunità ristrette produce diseguaglianza, gerarchia, ingiustizia, o semplicemente il caos. Una rete stradale o ferroviaria non può che essere connessa. Strade o ponti che finiscono nel nulla sono una patologia. La salute è un bene comune e non può essere protetta con regole diverse, comune per comune. Si pensi alle polemiche recenti sui vaccini. Il Sistema sanitario è nazionale, con un pagatore unico, in grado di prevenire oltre che curare, forte abbastanza da reggere il confronto con l’industria farmaceutica, da far fronte alle differenze di lavoro e di rischi, alle differenze di ricchezza.

L’istruzione, fatta salva la libertà di insegnamento, deve essere universalistica, pubblica, gratuita ed estesa a tutti i cittadini, almeno ai livelli indispensabili all’esercizio della cittadinanza. La Costituzione prevede che i volenterosi e meritevoli siano messi in grado di raggiungere i livelli più alti, con un sistema di borse di studio, nella realtà insufficiente. Non può che essere pubblica e nazionale la distribuzione dell’acqua, come ha ribadito un recente referendum. Dovrebbero esserlo tutti i monopoli naturali. 

Quando l’aiutarsi da sé non basta

Ci sono anche casi, remoti e recenti, in cui l’intervento pubblico è stato, e sarebbe, indispensabile, non per ragioni di eguaglianza, ma per ragioni di impossibilità pratica di affrontare il problema con le sole energie locali. Faccio l’esempio, remoto e riuscito, dei Sassi di Matera, di cui in questo momento si parla anche troppo, e quello attuale e, al momento, bloccato, della ricostruzione di Amatrice, dopo il terremoto.

Oggi si parla di Matera e dei Sassi come di una meraviglia, di una singolarità culturale, della Gerusalemme cinematografica, perché le caverne sono vuote, ma i Sassi sono stati una piaga e una vergogna nazionale quanto il tracoma a Palma Montechiaro: una città di trogloditi in pieno novecento, senza acqua corrente, con i rifiuti liquidi che scendevano di grotta in grotta, di ripiano in ripiano e quelli solidi ben difficili da eliminare. Non che mancassero nell’Italia di allora paesi senz’acqua, senza fogne, senza bagni né wc. Mi capita di essere nato in un paese così. Ma fuori c’era la campagna, c’erano la pioggia, il vento e il sole. C’era molto aiuto reciproco tra famiglie, in campagna, ma anche molta autonomia; non la complicata simbiosi dei Sassi.

Mai i materani avrebbero potuto uscire dalle caverne con l’iniziativa individuale e il mutuo aiuto. Fu necessario che, nell’ambito di un movimento politico e culturale per la liberazione dei contadini dalla servitù della terra e della miseria, Adriano Olivetti e un gruppo di urbanisti, tra cui Federico Gorio e Ludovico Quaroni, con il sostegno dell’Unrra-Casas, studiassero la città e il territorio e proponessero un piano urbanistico non centripeto né caotico, e una borgata, La Martella, in cui reinsediare i trogloditi. Quelli della mia generazione lessero il progetto e la storia della nuova Matera su “Civiltà delle Macchine” di Sinisgalli e sanno benissimo che il trasferimento dalle grotte agli appartamenti non fu ben accolto da molti. La separatezza degli ambienti e delle famiglie, la impossibilità della simbiosi, rese traumatico il passaggio. Ma il piano urbanistico, che scaricava il centro, ha funzionato, ha retto. Matera nuova è una città vivibile, non un caos come la periferia di Lecce, città una volta bellissima.

Ad Amatrice continuano i lamenti sullo sgombero delle macerie che non comincia mai, sulla ricostruzione che non c’è. In effetti tra le macerie transennate e i supermercati per i turisti e gli ospiti delle casette, e le file degli autobus di chi  vuol vedere il disastro, non c’è da stare allegri. 

Manca, soprattutto, per quel che ne so, un piano, un progetto, un criterio. Ricostruire Amatrice -o Accumuli- com’era e dov’era è una follia. Non si possono ricostruire com’erano case friabili, senza servizi, con i muri in comune, le une dentro le altre, le une sulle altre. Si può ricostruire nello stesso luogo, non allo stesso modo. Ma come fare le case nuove? Sul terreno di chi? Su quali strade e piazze? Con quali scuole, mercati, chiese, bar, cantine? Nessuna iniziativa individuale, nessun mutuo aiuto può ricostruire una Amatrice nuova che non faccia piangere. A meno che un gruppo di amatriciani non assuma un gruppo di urbanisti e architetti che, su loro mandato, progetti un paese, appoggiandosi al Municipio, alla Provincia, a una banca. I singoli, in assemblea, possono contribuire con idee, criteri. Non possono rifare il paese. In paesi simili, nell’aquilano, quando hanno abbandonato le case vecchie, i singoli che ne avevano i mezzi hanno costruito case da periferia urbana degradata, brutte già da sole, impossibili da mettere insieme in un paese, ma con l’acqua corrente, il bagno e le finestre, come hanno fatto anche al mio paese. Non si tratta di imporre un criterio estetico ma la sostenibilità urbanistica, un progetto armonico. Non si può pensare di ripetere la crescita graduale, fatta di aggiunte e condivisioni, dei paesi com’erano. Non lo si può fare di colpo; non se si cambiano i materiali e le esigenze di spazio e di luminosità, come è necessario. Il fai da te ha funzionato, male, per i muratori che scendevano in pianura dalla montagna e si facevano la casa un po’ alla volta, durante il boom economico ed edilizio, perché erano muratori. Non può funzionare per la ricostruzione di un paese di vecchi.

Custodisci il giardino.

Cercando materiali in rete mi sono imbattuto nell’intervento al Sinodo valdese aperto del 2011 del mio caro e defunto amico Mario Miegge, di cui allego il link perché vale la pena di sentirlo e vederlo tutto. Miegge rivendica di essere stato un alto pubblico funzionario, un insegnante universitario, di aver giurato nelle mani del preside del liceo di Avezzano di “servire lo stato con fedeltà ed onore”, ma ricorda che, dopo l’otto settembre del ‘43, quando lo stato era scomparso, i ferrovieri, i primi lavoratori ad aver costituito un sindacato in Italia, in Liguria, facevano scendere i soldati in fuga prima dei posti di blocco nazisti e li aspettavano un chilometro dopo. Quando la classe dirigente tradisce e lo stato si disfa, il mutuo aiuto è il modo per continuarne la funzione: difendere i cittadini in pericolo “con fedeltà ed onore”. 

Alla fine dell’intervento, a proposito di mutamento climatico e di degrado del pianeta, Miegge  ricorda che una sua lontana cugina, novantenne, e suo marito, continuavano a falciare i prati e raccogliere la legna nel bosco, ben consapevoli di non avere una funzione economica. Campavano di “una piccola pensione”. Perché lo facevano? “Nu tenum pulit un pais”, era la risposta nella “bellissima lingua occitana”. Teniamo pulito il mondo. Obbedivano all’antico comando “custodisci il giardino”. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *