Matrimonio “riparatore”

Dopo il Marocco, l’Egitto, la Tunisia e, ad agosto, la Giordania, finalmente anche il Libano ha abrogato l’odiosa norma che permetteva allo stupratore di evitare la prigione sposando la vittima di violenza. L’articolo 522 del codice penale libanese riguardava diversi crimini: stupro, aggressione, rapimento e matrimonio forzato. In base a quella norma, in caso di un “un contratto valido tra l’autore di uno di questi reati e la vittima”, l’iter penale si fermava, e il verdetto, anche se pronunciato, veniva sospeso.
Purtroppo, legislazioni analoghe restano in vigore in alcuni paesi arabi come Algeria, Iraq, Libia, Siria, Kuwait, Territori palestinesi, così come in America Latina, nelle Filippine e in Tagikistan.
In Italia, l’articolo 544 del codice penale (“il matrimonio, che l’autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato”) è stato abrogato nel 1981, anche grazie al coraggio di Franca Viola.

Non chiamateci martiri

Su Libération del 31 gennaio, Thomas Abgrall, inviato a Beirut, ha parlato di #NotAmartyr, l’hastag con cui i giovani libanesi stanno rivendicando sui social network la loro estraneità alla campagna terroristica islamista in corso. I ragazzi che vi aderiscono inviano un “selfie”, un autoscatto, con in mano un cartello in cui si leggono frasi che condannano la violenza.

L’idea vuole richiamare un “selfie” reso tragicamente celebre il 27 dicembre scorso, quello di Mohammad el Chaar. L’autoscatto, che lo ritrae con tre suoi amici in una piazza di Beirut, è l’ultima immagine del giovane prima che una bomba uccidesse lui, il vero bersaglio Mohamad Chatah (ex ministro libanese vicino all’opposizione siriana) e altre sei persone. Leggi tutto “Non chiamateci martiri”