Il socialfascismo che non muore mai

Alle comunali di Forlì ho votato Calderoni e la sua lista civica. Ovviamente. Alle europee Pd (preferenza Guerra). Il secondo voto, a differenza del primo, l’ho dato a malincuore, perché da tempo non amo più il Partito Democratico, ma credo nell’Europa. Devo però confessare che l’ho dato anche “a scanso di equivoci” (e di questo un po’ mi vergogno perché la ricerca del “rispetto umano” è sempre peccato e, se ricordo bene, mortale). Voglio dire che ormai a sinistra c’è un tale clima di astio, di risentimento verso chi ti ha sconfitto, che non ci vuole niente che a qualcuno, compreso gli amici politici, si appiccichino etichette ai propri occhi infamanti: se dici che il pd deve dialogare con i cinquestelle sei un grillino (la qual cosa per me non sarebbe per nulla infamante, solo che non è vera), se dici che la parola d’ordine “accogliamoli tutti” è demenziale, sei un leghista salviniano e se solo provi ad argomentare niente niente diventi un razzista. Per non parlare, poi, della sinistra comunista, che, dicono, non voterà Calderoni per non votare con il Pd, ormai considerato il nemico principale. Meglio un governo leghista. Sembra che a sinistra il socialfascismo – combattiamo innanzitutto i democratici perché non sono che la mascheratura pericolosa dei padroni e dei fascisti – non sia mai passato.
A costo di essere ridicolo emanerò delle sentenze:
L’astio e il risentimento fanno diventare stupidi; la propria onestà e libertà intellettuale è il bene più prezioso e la si può perdere in ogni momento; se la destra vince, la sinistra deve chiedersi dove ha sbagliato.