La “calda estate” del 1967 – di Stephen E. Bronner

Da Una città n. 267 – giugno 2020

L’America ci è già passata. Oggigiorno le persone sembrano non ricordarsi della “calda estate” del 1967, quando le sommosse si diffusero dalla costa est alla ovest e H. Rap Brown coniò la frase “Burn Baby Burn!” (Brucia piccola, brucia) a Newark nel New Jersey. Si riferiva allo squallore delle case popolari in cui tantissimi afroamericani vivevano e alle topaie che non potevano sopperire nemmeno ai bisogni primari della comunità: acqua, elettricità, raccolta rifiuti, negozi, lavoro, tutela contro il traffico di droga per le strade, scuole sicure… e questo è solo l’inizio.

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Feticismo della cospirazione, comunità e immaginario antisemita – di Stephen E. Bronner

Stephen Eric Bronner è professore del Board of Governors di Scienze Politiche presso la Rutgers University e Direttore di Relazioni Globali presso il Center for the Study of Genocide and Human Rights.

L’antisemitismo non muore mai, come ci hanno drammaticamente ricordato le sparatorie alla sinagoga della congregazione “Albero della vita” di Pittsburgh, in Pennsylvania, e alla Congregazione “Chabad” di Poway, vicino San Diego. Ma il ricordo di queste tragedie va già svanendo, ora che questi eventi si confondono con migliaia di altri episodi violenti. Raramente i colpevoli mostrano grandi segnali di pentimento. Questo perché i reazionari in generale, e gli antisemiti in particolare, ritengono di star difendendo la propria comunità dalle macchinazioni di una cabala avversa.

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Repubblica e consigli – di Stephen E. Bronner

Niente nella storia accade effettivamente due volte, e pochi grandi eventi si rivelano delle farse: troppo sangue viene versato, troppe distruzioni. Gli eventi storici sono singoli e unici. Eppure più un evento è importante più può servire da punto di riferimento per il futuro.

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Una politica da gangster – di Stephen E. Bronner

Nel “Manifesto del Partito Comunista”, Marx ed Engels descrivevano lo stato come “il comitato esecutivo della classe al potere”. Questo comitato rappresentava l’interesse capitalista collettivo, era capace di creare compromessi tra settori in competizione fra loro; doveva inoltre far applicare le leggi, i contratti, e tutte le altre regole del gioco. Se necessario, avrebbe perfino subordinato gli interessi capitalistici individuali all’interesse collettivo della classe.

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L’anno prossimo a Gerusalemme! – di Stephen E. Bronner

Nella diaspora degli ebrei, le preghiere per la pasqua ebraica e per lo Yom Kippur si concludono con l’invocazione: “L’anno prossimo a Gerusalemme”. È perlomeno dal quindicesimo secolo che queste parole esprimono l’utopistico auspicio di fare ritorno non semplicemente a una madrepatria, ma a un luogo di redenzione. Il carattere sacro di questo desiderio è stato offuscato dall’ipocrisia. Ma sappiamo che questo ormai fa parte del gioco: il Presidente Trump deve imbrattare tutto ciò che tocca.

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Trump, il sovrano – di Stephen E. Bronner

Il 18 settembre 2017 il Presidente Donald Trump ha tenuto il suo primo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il suo obiettivo: l’avvio di un nuovo corso nella politica estera statunitense, improntato a “realismo di sani principi” che porterà l’America a essere “first”, e il cui caposaldo sarà la sovranità. Si è trattato forse del primo discorso di Trump che i media hanno preso sul serio. L’hanno analizzato in maniera equilibrata e si sono interrogati circa l’utilizzo del termine “sovranità”, che il presidente ha ripetuto per ben ventuno volte.

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I grattacapi di Trump – di Stephen E. Bronner

Donald Trump non è né il primo né l’ultimo demagogo ad appoggiarsi su una massa fedele. Non è nemmeno né il primo né l’ultimo “uomo del popolo” che le sedicenti élites “pragmatiche” credono di poter controllare. Lo pensavano anche i componenti dell’arci-reazionario “gabinetto dei baroni”, convinti che Adolf Hitler, ritenuto l’ultimo baluardo contro il potere proletario, si sarebbe ridotto a miti consigli, una volta circondato dai suoi superiori. Parimenti, gli allarmati burocrati sovietici pensavano di aver trovato un perfetto “yes-man” in Stalin, il laborioso e provinciale segretario generale del Partito Comunista, che era rimasto nell’ombra mentre i suoi più famosi rivali si combattevano l’un l’altro fino allo sfinimento durante la malattia terminale di Lenin.

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Trump e i russi – di Stephen E. Bronner

La presidenza di Donald Trump e la legittimità delle elezioni americane sono state entrambe compromesse dalla Russia di Vladimir Putin. A causa del presunto hackeraggio di informazioni di 21 stati da parte di cittadini russi (che usavano una copertura diplomatica) e di quello che è stato descritto come tentativo dell’ex Unione Sovietica di interferire nelle elezioni francesi e tedesche, è facile pensare ad un’ampia strategia russa con l’obiettivo di sovvertire il processo democratico occidentale. Il sempre più forte coinvolgimento militare della Russia in Siria, insieme ad un potenziale conflitto con l’Ucraina ancora sull’orlo di esplodere, rendono più radicati i timori dei cittadini americani e rinforzano l’emergenza di una nuova mentalità da guerra fredda negli Usa.

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Donald d’Arabia – di Stephen E. Bronner

Il Presidente Donald Trump sta affrontando una seria crisi di credibilità. Ha ammesso di aver rivelato informazioni segrete a ufficiali russi, si sospetta che esponenti di alto livello del suo staff abbiano avuto contatti illeciti con governi esteri, ha da poco licenziato il direttore dell’Fbi, James Comey e, come se non bastasse, si è opposto alla nomina di un Procuratore Speciale e alle indagini del congresso sul suo ex direttore della Sicurezza Nazionale, Michael Flynn. I media sono giustamente preoccupati dell’intimidazione dei giornalisti, dei riferimenti alle “fake news”, dell’uso costante delle menzogne e della carenza di credibilità del Presidente.

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America First! – di Stephen E. Bronner

“America First!” è lo slogan che nel 2016 ha contribuito a far eleggere Donald Trump Presidente degli Stati Uniti. Trump sosteneva che ci si dovesse impegnare in conflitti all’estero solo per tutelare direttamente gli “interessi nazionali” americani. Trump ha trascorso gli anni dell’amministrazione Obama a mettere in guardia da un crescente impegno in Medio Oriente -dopo aver blaterato di invadere l’Iraq- e, non più tardi dello scorso 30 marzo 2017, l’Ambasciatore Usa all’Onu Nikki Haley ha dichiarato che la deposizione di Assad “non era più una priorità”.

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