Siamo tutti responsabili

E’ uscito il n. 257 di Una città. Riporto dal sommario:
“La copertina è dedicata ad Antonio Stano, il cittadino di Manduria angariato per anni da una banda di giovinastri fino al punto da chiudersi in casa e lasciarsi morire; i video in cui invoca aiuto mentre lo bastonano non si possono guardare. Ma la dedichiamo anche a tutti i cittadini di Manduria che sapevano e sono rimasti indifferenti. La miscela chimica fra prepotenza e indifferenza sta inquinando le nostre scuole, i nostri quartieri, l’intera società. Il pericolo è lì, altro che Salvini (per ora). Decenni di “fatti i fatti tuoi” hanno formato generazioni di ragazzi; l’idea che l’onore è “darle, non prenderle” è diventata dominante; il nobile ideale della non-violenza ha nobilitato il “non-intervento”. Se vogliamo far qualcosa è da qui che dobbiamo ripartire; come ci disse Vittorio Foa in un ultimo brevissimo incontro: “Il problema è il pacifismo”, e crediamo che volesse metterci in guardia proprio dalla passività verso le vittime della prepotenza. La dedichiamo infine anche ai manduriani che non sapevano e, in un certo senso, a tutti noi, perché, al rendiconto, tutti siamo responsabili di tutto”.

Salvini può parlare?

Ogni volta che Salvini fa un comizio elettorale, si ripropone la questione se andarlo a contestare. Gli appelli partono e ci si raccomanda di munirsi di fischietti. Quindi non si va lì per esporre in silenzio cartelli e striscioni, ma per disturbare il comizio e per impedirne nei fatti l’ascolto se l’appello venisse raccolto da parecchie persone. Quindi Salvini non ha diritto di parlare? (Detto fra parentesi: non stiamo parlando di Casa Pound che si professa fascista mettendosi fuori dalla costituzione, ma di un partito che partecipa con pieno diritto alla vita democratica del paese e si professa democratico, un partito popolare del 33%, che oggi ha al suo interno, forse, più lavoratori dell’intera sinistra).
Qui, purtroppo, le cose sono nere o bianche: un democratico deve difendere (fino alla morte ha detto qualcuno?) il diritto di Salvini di parlare e chi vuol impedire a qualcuno di parlare è un antidemocratico. Nella nostra storia l’hanno fatto i fascisti negli anni Venti e gli estremisti di sinistra degli anni Settanta (e infatti, sappiamo, per chi c’era, di quanto poca considerazione, in quel campo, godesse la parola democrazia).
Se poi si parla di opportunità (ma è un argomento che non dovremmo neanche portare), tentare di impedire a Salvini di parlare vuol dire fargli un regalo grande come una casa. Ma tant’è, forse è proprio questo l’obiettivo per alcuni: meglio che vinca la Lega, così scoccherà l’ora di una vera opposizione. Antagonisti per sentirsi protagonisti.

Ius migrandi

Con tutto il rispetto per la De Cesare vorrei sapere dove esiste lo ius migrandi, il diritto, cioè, di andare ad abitare, a cercare lavoro e a lavorare dove si vuole al mondo. C’è un caso solo? Non è che comunque, ovunque, ci vogliono passaporti, documenti di identità, visti, permessi, ecc.? Aboliamo tutto? Mi diceva una professoressa di filosofia che Kant sancisce il diritto di visitazione. Alla domanda però se questo comportava il diritto di insediamento, mi ha risposto che no, che in quel caso ci voleva un qualche permesso, una trattativa (non so se ho interpretato correttamente). Facciamo un caso estremo, che serve, quando si parla di diritti “senza se e senza ma”: se cinquanta milioni di africani decidessero di venire in Italia, potrebbero appellarsi allo ius migrandi? Se sì, in un tempo ragionevole, il che sarebbe anche giusto, lo ius migrandi si trascinerebbe appresso altri diritti, come quello di voto. Ora, se i nuovi arrivati fossero tutti di religione mussulmana, i “vecchi italiani”, previa cambio democratico della Costituzione, potrebbero trovarsi a dover rispettare dei precetti della sharia. Ecco che lo ius migrandi ci avrebbe trascinato in una terribile guerra civile.
Il problema è che il nobile ideale cosmopolita (con le conseguenti parole d’ordine un po’ retoriche come “diritti senza confini”, se non anche inquietanti, per il vago sentore eugenetico, come “per un’Italia meticcia”, dove addirittura il matrimonio misto diventa un obbiettivo politico) praticamente può comportare effetti disastrosi.
Non ci piace, ma sono stati soprattutto i confini, finora, a difendere i diritti acquisiti in secoli di lotte. E i “penultimi”, di fronte a immigrazioni di massa, hanno molte paure, una delle quali, per esempio, è che i contratti, prima o poi, saltino. Sono diventati razzisti?
Io continuo a preferire l’internazionalismo, che come dice la parola, ama la solidarietà universale, ma rispetta anche le comunità nazionali, regionali, locali, ovviamente aperte al mondo (e agli arrivi di “nuovi”. Arrivi, però, in qualche modo gestiti e controllati).

Ci siamo cascati

Molti anni fa, alle prime affermazioni in Francia del Front National, quando già il problema immigrazione era esploso, alcuni sociologi che intervistammo, concordavano su due pericoli che la sinistra doveva evitare assolutamente: confondere xenofobia e razzismo e fare appelli morali. Ci siamo cascati in pieno e questo è il risultato.

Il socialfascismo che non muore mai

Alle comunali di Forlì ho votato Calderoni e la sua lista civica. Ovviamente. Alle europee Pd (preferenza Guerra). Il secondo voto, a differenza del primo, l’ho dato a malincuore, perché da tempo non amo più il Partito Democratico, ma credo nell’Europa. Devo però confessare che l’ho dato anche “a scanso di equivoci” (e di questo un po’ mi vergogno perché la ricerca del “rispetto umano” è sempre peccato e, se ricordo bene, mortale). Voglio dire che ormai a sinistra c’è un tale clima di astio, di risentimento verso chi ti ha sconfitto, che non ci vuole niente che a qualcuno, compreso gli amici politici, si appiccichino etichette ai propri occhi infamanti: se dici che il pd deve dialogare con i cinquestelle sei un grillino (la qual cosa per me non sarebbe per nulla infamante, solo che non è vera), se dici che la parola d’ordine “accogliamoli tutti” è demenziale, sei un leghista salviniano e se solo provi ad argomentare niente niente diventi un razzista. Per non parlare, poi, della sinistra comunista, che, dicono, non voterà Calderoni per non votare con il Pd, ormai considerato il nemico principale. Meglio un governo leghista. Sembra che a sinistra il socialfascismo – combattiamo innanzitutto i democratici perché non sono che la mascheratura pericolosa dei padroni e dei fascisti – non sia mai passato.
A costo di essere ridicolo emanerò delle sentenze:
L’astio e il risentimento fanno diventare stupidi; la propria onestà e libertà intellettuale è il bene più prezioso e la si può perdere in ogni momento; se la destra vince, la sinistra deve chiedersi dove ha sbagliato.

La forza di Salvini

Qual è la forza di Salvini? Il rosario, Orban, Casa Pound, le felpe e il torso nudo? Semmai, per ora almeno, questi atteggiamenti gli faranno perdere un po’ di voti. (A Verona s’è preso paura e s’è fermato: “La 194 non si tocca”. Se ora, prima delle elezioni, avesse sgomberato Casa Pound, con una mossa del genere “discorso di Berlusconi a Onna”, avrebbe sbancato). Non è che, invece, i suoi punti di forza (quanto concreti o immaginari importa fino a un certo punto e comunque non ora) sono il contrasto dei flussi migratori, quota cento e il decreto sicurezza? Punti su cui, guarda caso, la sinistra balbetta, farfuglia, cambia discorso? La sinistra sembra ritrovare la voce solo nel dire: “Fascista”. Se poi guardiamo ai veri punti di debolezza di Salvini, il sovranismo fondato sui debiti, un nazionalismo dal cuore nordista, un partito popolare dalla parte dei ricchi, cosa dice la sinistra? Non si capisce. Basti pensare che anche a sinistra, ormai, la parola “patrimoniale” è al bando. Forse la verità è che, in fondo, siamo diventati tutti dei “moderati non riformisti” che si sentono di sinistra solo dando del fascista a qualcuno. Casomai dal balcone di casa.

Editoriale del n. 217 di Una città

«Quanto alla patria, il cui nome serve a coprire molti delitti, innanzitutto ve ne sono due: vi sono, a detta di Platone e di Disraeli, buonanima, due nazioni nello Stato: la nazione dei poveri e quella dei ricchi, la nazione degli oppressi e quella degli oppressori. E vi sono anche due modi di amare la propria patria e di servirla. Secondo me, per sollevare le sorti d’un paese è più utile una scintilla di verità che non tutte le vili adulazioni degli scrittori prezzolati. Dopo tutto, hanno una bella faccia tosta a invocare la patria coloro che l’han sempre considerata come un carciofo da sfogliare e da divorare fino al cuore»
Francesco Saverio Merlino (tratto da L’Italia qual è, ed. Una città, 2012)

La copertina, con Redipuglia, è dedicata alla patria. Siamo al dunque. Al dunque di un Risorgimento glorioso seguito da un trentennio da incubo, fatto di aste truccate, di arrembaggio alle terre della chiesa e del demanio da parte di benestanti e di benpensanti, di corporazioni senza alcun senso di un bene comune che non fosse il loro, di uno Stato centrale corrotto e corruttore, dedito ad asservire e asservirsi. La legalità è sempre stata quella. Perché mai la stragrande maggioranza dei cittadini non avrebbe dovuto “rispettarla”? Poi la statolatria della sinistra marxista e quella del fascismo e infine la disonestà intellettuale di buona parte della classe dirigente antifascista che, pur professandola, non ha mai creduto nella libertà e nella responsabilità dell’individuo e nella capacità democratica del popolo, ha fatto sì che, al fondo, lo Stato non cambiasse e con lui neppure la nostra coscienza civica. Siamo sempre lì, alle aste truccate. E la retorica nazionale e democratica è ormai solo bolsa e ridicola. Dunque?