Appello da Hong Kong – lettera di Ilaria Maria Sala

Cari amici,
l’estate monsonica è cominciata a Hong Kong e con essa si moltiplicano le fioriture rosso fiamma delle Flamboyant -non a caso chiamate in Italiano “albero di fuoco”. Un albero che si trova ovunque a Hong Kong, che cresce anche nel mezzo delle zone più densamente abitate, e che alcuni qui chiamano “l’albero fenice”, perché ogni anno rinasce, rosso e vitale, dopo inverni che, per quanto miti, lo lasciano completamente spoglio.
Per quanto la fenice non faccia parte dell’orizzonte mitologico cinese, è parte integrante di quello di Hong Kong: la terra di mezzo, la terra dove finora potevano trovare spazio ibridazioni d’ogni tipo, l’ex colonia britannica diventata rifugio per tutti quelli che erano fuggiti dalla Cina travolta da follia politica omicida.

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Qual è il nostro posto? Lettera dall’Inghilterra di Belona Greenwood

Cari amici,
ci sono persone disposte a credere a qualunque cosa -senza offesa per i Mormoni o i seguaci di Scientology, i cui miti fondanti tuttavia ricordano molto la serie di fantascienza “Dr Who”. Ne sono una prova le teorie cospirazioniste che, pur posizionandosi sull’orlo della follia, circolano ampiamente sui social media; come lo sono le varie storie inventate, le esagerazioni deliberate, gli stravolgimenti della realtà, le affermazioni ingannevoli, le mezze verità e le mistificazioni del governo. Anche quando i media li hanno smascherati, noi andremmo considerati comunque loro complici, o perché non abbiamo messo in dubbio quello che ci propinavano, o perché abbiamo trovato loro delle giustificazioni, o perché semplicemente abbiamo pensato: “No, non possono essere davvero tutte menzogne e falsità, questo è il Regno Unito!”.

di Luigi Fabbri, 1906

Il dolore affratella, e fra malati ci si affeziona presto -d’un affetto superficiale, ma che basta a render cordiali i rapporti. La vita vi è considerata sotto un aspetto speciale, forse nel suo vero aspetto. Per esempio, io ho visto morire nella corsia in cui mi trovavo due uomini, ambedue afflitti da malattie incurabili e dolorosissime; la loro morte quasi fu un sollievo per i presenti: “Poveretto, ha finito di penare!”, si diceva.

Anna Maria Capri e Alba Donati – di Alfonso Berardinelli

Dunque alla fine del Novecento, dagli anni Novanta in poi, nella poesia italiana si verifica un fenomeno nuovo: compaiono dei personaggi. Non me ne resi conto subito e non mi pare che nessun critico abbia notato la cosa. In realtà, all’inizio, fu quasi esclusivamente Bianca Tarozzi, se non sbaglio, a far entrare in scena personaggi, soprattutto femminili, del genere poetico da lei preferito e che inconfondibilmente la caratterizza: il racconto in versi, o poemetto narrativo.

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Nicola Chiaromonte e il limite

La scrittrice Mary McCarthy, a proposito di Nicola Chiaromonte, racconta:“Questo del limite era un concetto molto importante nel pensiero di Nicola. Che vuol dire? Fra tante cose, anche questa: che un’azione non si qualifica soltanto per la sua natura , ma per la sua misura. Fare dieci è una cosa, fare venti della stessa cosa, è un’altra. Per Nicola, voler ottenere un mutamento attraverso la conquista immediata e integrale del potere, era una cosa sciocca, perché nel perseguire il potere, si snatura e sorpassa il limite: si crea una contraddizione fra ciò che si vuole e ciò che si ha imponendolo. Sempre a proposito di limite gli piaceva raccontare questa storiella. In Cina un contadino aveva un piccolo podere. Non c’era acqua, e lui doveva ogni giorno, con grande fatica, andarla a prendere lontano, per la casa e per i campi. Un altro cinese, contadino come lui, gli dice: ‘Ma scusa, perché non fai come me?’. E gli fa vedere tutto un sistema di ruote, carrucole, funi, canaletti di bambù, eccetera, per estrarre l’acqua da un pozzo e farla arrivare dove serve senza rompersi la schiena. Il primo cinese guarda tutto, poi dice: ‘Non lo voglio’. ‘Perché?’. ‘Perché così l’acqua diventerebbe furba’. E’ una storiella tipica di Nicola. Il sospetto di una tecnologia che non tenga conto dei ritmi della natura. Lui diceva sempre che nel mondo moderno non c’è possibile salvezza se si accetta il progresso tecnologico per principio, senza riserve, e si applica tutto ciò che esso può suggerire”. Forse anche i virus, le cimici e quant’altro si stanno facendo furbi.

Il personaggio in poesia – di Alfonso Berardinelli

Da Una città n. 263, febbraio 2020

Novecento poetico italiano di Alfonso BerardinelliFin dal suo esordio nel 1974 con Le mie poesie non cambieranno il mondo, un volumetto di circa 50 pagine il cui titolo esprimeva una semplice ma spavalda polemica con la diffusa cultura presuntamente “rivoluzionaria” di quegli anni, Patrizia Cavalli mostrò che con gli stili e le ideologie della modernità non aveva niente a che fare.

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La mia Gran Bretagna…

Una Città263 / 2020 febbraio

Cari amici,
ecco, è fatta. Il 31 gennaio è stato una giorno difficile, grigio e senza conforto per quelli di noi che considerano una sciagura questa tortuosa uscita dall’Unione europea. Noi Remainer stiamo attraversando varie fasi di dolore per la vostra perdita.

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Quel “ma”

Forse l’equivoco di quel “ma” è stato nefasto. Premesso che “ma” è una parola fondamentale della vita umana e della sua complessità, della ricerca della verità e quindi dell’onestà e libertà intellettuale degli uomini, una parola quindi decisiva della democrazia, e premesso però anche che è una parola delicata, che a parole come “razzismo” e “antisemitismo” o a nomi come Auschwitz o Kolima o Srebreniza non può mai essere associata, e se anche, a volte, potrà seguire la parola “omicidio”, non potrà mai farlo con la parola “stupro”; premesso tutto questo, si può ben dire che avere accostato quasi da subito a “immigrazione” la parola “razzismo” non poteva che portare all’uso del “ma”.

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Vizi privati(stici) e pubbliche virtù – di Massimo Tirelli

Ormai il pubblico impiego (che si tratti di scuola e università, sanità, enti locali o altro) sta vivendo un periodo, per quanto riguarda i rapporti di lavoro, di grande sofferenza e confusione. Per esempio uno degli ultimi fascicoli su cui sto lavorando riguarda sei psicologhe/psicoterapeute che hanno collaborato, per molti anni (mediamente più di dieci), con una azienda sanitaria locale mediante diversi e plurimi contratti, basati su finanziamenti e progetti di carattere regionale/ministeriale. Le tipologie contrattuali utilizzate dall’Ulss 9 nel corso degli anni per fare sempre le medesime cose sono state le più varie: co.co.co., borse di studio, tirocini, contratti libero professionali, contratti a tempo determinato.

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