Editoriale del n. 267

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Dedichiamo la copertina ai senzatetto, a quelli che fino a ieri erano una popolazione a parte, che vedevamo quasi come dei predestinati: la possibilità di “finire sotto il ponte” come dicevano i nostri nonni, non esisteva più. La minaccia di una malattia grave e il fantasma della riduzione in povertà hanno forse cambiato le cose, in bene o in male vedremo.

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Le raccoglitrici di fragole – lettera di Emanuele Maspoli

da Una Città267 / 2020 giugno

Cari amici,
anch’io ho avuto bisogno di contattare la nostra diplomazia per il rientro in Italia dal Marocco di un familiare, operazione resa complicata dalla prolungata chiusura dei confini del regno. Non avendo per lungo tempo avuto risposta, mi sono rivolto alla diplomazia marocchina e sono stato turbato da un messaggio disarmante. Anch’essi alle prese con i reingressi dall’estero dei tanti marocchini rimasti bloccati per mesi, paventano uno scenario inquietante: “il peggio deve ancora arrivare”.

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La “calda estate” del 1967 – di Stephen E. Bronner

Da Una città n. 267 – giugno 2020

L’America ci è già passata. Oggigiorno le persone sembrano non ricordarsi della “calda estate” del 1967, quando le sommosse si diffusero dalla costa est alla ovest e H. Rap Brown coniò la frase “Burn Baby Burn!” (Brucia piccola, brucia) a Newark nel New Jersey. Si riferiva allo squallore delle case popolari in cui tantissimi afroamericani vivevano e alle topaie che non potevano sopperire nemmeno ai bisogni primari della comunità: acqua, elettricità, raccolta rifiuti, negozi, lavoro, tutela contro il traffico di droga per le strade, scuole sicure… e questo è solo l’inizio.

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Covid-19: primi segnali di guerre giudiziarie – di Massimo Tirelli

da Una città n. 267, giugno 2020

Il virus Covid-19 ha messo sicuramente a dura prova una marea di persone che hanno contratto il virus, che si sono ammalate o che, ancora peggio, ne hanno subito danni irreversibili (se non addirittura decedute, e in questo caso le piangono i superstiti). Ora, con una situazione sanitaria relativamente più stabile (non quella sociale, pregna di contraddizioni e differenze), sta montando un altro problema, quello relativo a quei casi in cui, a seguito del riconoscimento dell’evento di contagio quale infortunio sul lavoro tutelato dall’Inail, qualcuno si sta ponendo il problema se sia possibile valutare una responsabilità a carico del datore di lavoro, e ciò anche a prescindere da un accertamento in sede penale: rammentiamo infatti che la possibilità di agire in sede civilistica per il risarcimento del danno esula da un avvenuto e certo accertamento in sede penale laddove il fatto-reato sia comunque obiettivamente valutabile davanti al giudice (del lavoro, per i danni diretti, e civile per i danni indiretti o degli eredi in proprio -iure proprio).

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Valéry, l’intelligenza e le macchine – di Alfonso Berardinelli

Da Una Città267 / giugno 2020

Per un paio di secoli è esistita una grande famiglia di poeti intellettuali che oggi sembra estinta e che in Europa andava da Coleridge e Baudelaire a Eliot e Brecht e in Italia da Leopardi a Montale e Pasolini. A questa famiglia apparteneva in posizione eminente nei primi decenni del Novecento anche Paul Valéry (1871-1945), che fra tutti è stato il più metodicamente, ossessivamente intellettualistico. In lui l’intelligenza autoanalitica è arrivata al punto di inibire la stessa produttività poetica.

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Alla salute! – lettera di Belona Greenwood

Cari amici,
un brindisi alla vostra salute! Nel momento in cui scrivo, si può tornare a farsi tagliare i capelli e a bere tutta la birra che ci entra nello stomaco. Si può anche andare sull’ottovolante, ma non a teatro, né è possibile ascoltare un’orchestra da camera dal vivo, né partecipare a un festival musicale. Il tendone del comico è vuoto, l’evento dal vivo è stato cancellato e, da come stanno le cose, sembra che i musical non siano mai stati un’attrattiva globale che portavano centinaia di migliaia di turisti nel West End di Londra. C’è un che di profondamente malinconico nel vedere gli autobus vuoti che circolano per le strade con quei poster ormai scoloriti, risalenti all’epoca pre-pandemia, che pubblicizzano il musical di “Frozen”. Le Arti sono l’anima di un Paese e stiamo lasciando che muoiano.

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Sul cartello la parola “coscienza” – lettere di Ilaria Maria Sala

Cari amici,
oggi, mentre vi scrivo, è il 2 luglio: un giorno e qualche ora da quando Pechino ha imposto a Hong Kong la nuova Legge sulla Sicurezza nazionale, che è la legge più scioccante degli ultimi tempi. Non solo per la Cina: non riesco a pensare a un altro Paese al mondo che si possa dotare di un testo così giuridicamente assurdo e violento.

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Appello di Narges Mohammadi

Ci arriva dalla Fondazione Alexander Langer questa mail:


Vi segnalo la grave situazione di Marges Mohammadi, premio Alexander 
Langer 2009, in carcere in Iran, contaminata dal coronavirus, rischia la 
vita con altre detenute.

Qui alcune informazioni e le prime adesione alla sua lettera/appello:
https://www.alexanderlanger.org/it/605


E' stato pubblicato ieri sulla pagina di Taghi Rahmani, il marito di 
Narges, rifugiato a Londra, un video in cui prendono la parola
Kiana e Ali, figli gemelli di Narges.
https://www.alexanderlanger.org/it/605

Chiedono a noi di essere la loro voce, per poter sentir dopo 11 mesi di 
nuovo la voce della loro madre.
Loro sanno del coronavirus presente nel carcere di Zanjan e che la madre 
e 11 altre donne in carcere sono state contagiate.
Diventiamo la loro voce.
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Appello da Hong Kong – lettera di Ilaria Maria Sala

Cari amici,
l’estate monsonica è cominciata a Hong Kong e con essa si moltiplicano le fioriture rosso fiamma delle Flamboyant -non a caso chiamate in Italiano “albero di fuoco”. Un albero che si trova ovunque a Hong Kong, che cresce anche nel mezzo delle zone più densamente abitate, e che alcuni qui chiamano “l’albero fenice”, perché ogni anno rinasce, rosso e vitale, dopo inverni che, per quanto miti, lo lasciano completamente spoglio.
Per quanto la fenice non faccia parte dell’orizzonte mitologico cinese, è parte integrante di quello di Hong Kong: la terra di mezzo, la terra dove finora potevano trovare spazio ibridazioni d’ogni tipo, l’ex colonia britannica diventata rifugio per tutti quelli che erano fuggiti dalla Cina travolta da follia politica omicida.

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Qual è il nostro posto? Lettera dall’Inghilterra di Belona Greenwood

Una Città 266 / maggio 2020

Cari amici,
ci sono persone disposte a credere a qualunque cosa -senza offesa per i Mormoni o i seguaci di Scientology, i cui miti fondanti tuttavia ricordano molto la serie di fantascienza “Dr Who”. Ne sono una prova le teorie cospirazioniste che, pur posizionandosi sull’orlo della follia, circolano ampiamente sui social media; come lo sono le varie storie inventate, le esagerazioni deliberate, gli stravolgimenti della realtà, le affermazioni ingannevoli, le mezze verità e le mistificazioni del governo. Anche quando i media li hanno smascherati, noi andremmo considerati comunque loro complici, o perché non abbiamo messo in dubbio quello che ci propinavano, o perché abbiamo trovato loro delle giustificazioni, o perché semplicemente abbiamo pensato: “No, non possono essere davvero tutte menzogne e falsità, questo è il Regno Unito!”.

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