Le raccoglitrici di fragole – lettera di Emanuele Maspoli

da Una Città267 / 2020 giugno

Cari amici,
anch’io ho avuto bisogno di contattare la nostra diplomazia per il rientro in Italia dal Marocco di un familiare, operazione resa complicata dalla prolungata chiusura dei confini del regno. Non avendo per lungo tempo avuto risposta, mi sono rivolto alla diplomazia marocchina e sono stato turbato da un messaggio disarmante. Anch’essi alle prese con i reingressi dall’estero dei tanti marocchini rimasti bloccati per mesi, paventano uno scenario inquietante: “il peggio deve ancora arrivare”.

Eppure tutti i marocchini di Torino con cui ho avuto modo di parlare confermano la versione ufficiale dell’apertura dei confini nazionali del Marocco a metà luglio e alcune compagnie aeree hanno effettivamente messo in vendita i biglietti da questo periodo in poi. So bene che l’imminente festa del sacrificio e il mese di agosto, quello del ritorno in massa dei residenti all’estero, sono ormai alle porte e ciò fa pensare che alla fine ci sarà un prolungamento della chiusura dei confini oltre l’Aid Al Adha, nonostante da metà luglio i confini europei siano aperti ai marocchini.
In ogni caso, nonostante l’emergenza Covid in Marocco non abbia mai raggiunto livelli preoccupanti, almeno apparentemente, e non si siano registrati molti decessi, e nonostante i reparti di terapia intensiva, scarsamente presenti sul territorio nazionale, abbiano retto benissimo, l’allerta continua e si registrano nuovi focolai. Uno in particolare ha animato la stampa nazionale e le polemiche. Si tratta del caso delle raccoglitrici stagionali di frutti rossi, in particolare di fragole, frutto largamente esportato in Europa (le fragole vendute a Porta Palazzo spesso sono marocchine).
Le condizioni di tali lavoratrici stagionali sono note da tempo e non destano preoccupazione soltanto in Marocco, sappiamo quanto siano dure le condizioni dei lavoratori stagionali in agricoltura anche in molti altri paesi, Italia compresa; ma per metterle a nudo in Marocco c’è voluta l’emergenza sanitaria.
Stipendi al limite della sopravvivenza (si parla ufficialmente di 6-9 euro al giorno, ma si può ben immaginare si tocchino livelli più bassi) per un lavoro durissimo, a chiamata, in condizioni difficili da reggere per chiunque, a cui si sottopongono in genere donne in difficoltà perché rimaste sole con i figli a carico o con mariti ammalati e non idonei al lavoro, provenienti da categorie ovviamente già poverissime e che dunque accettano qualsiasi lavoro pur di portare a casa qualche dirham.
Di loro si è raccontato nel film del regista francese Gael Morel “Prendre le large” (2017) in cui Edith (Sandrine Bonnaire) vede la sua vita prendere una strada inaspettata dopo la delocalizzazione della sua impresa tessile: sarà l’unica operaia a rinunciare alla buona uscita e ad andare a lavorare in Marocco. Qui verrà poi licenziata, avendo provato sulla sua pelle di europea (per quanto non privilegiata comunque abituata a un rispetto formale dei diritti dei lavoratori), le angherie cui sono sottoposte quotidianamente le lavoratrici delle tantissime piccole imprese del tessile in Marocco. Finirà addirittura per svenire in un campo di fragole, dopo aver passato miracolosamente la selezione nel Moukef, luogo di assembramento delle potenziali salariate della raccolta, esser stata con le altre trasportata in camionetta sul luogo di lavoro dovendo sopportare condizioni igienico sanitarie e ritmi lavorativi assolutamente critici. Edith troverà comunque una sua strada, scoprendo le meravigliose relazioni familiari tra coloro che la ospitano (qui la realtà lascia spazio alla fantasia del narratore e porta un po’ di speranza dove sarebbe difficile trovarne). Un cinema, quello di Morel, che prende le mosse dal suo maestro André Techiné e che si ispira da alcuni film a tematica sociale girati anche in Marocco, specialmente il bellissimo “Loin”, dove lo stesso Gael Morel recita diretto da Techiné.
Nella realtà marocchina il duro sfruttamento dei lavoratori (in particolare delle donne) è una costante e dispiace dover leggere su social e giornali la denuncia di quanto queste condizioni siano inaccettabili soltanto ora che sono venuti alla luce pericolosi focolai di infezione da Covid: provocati proprio dalla promiscuità dei trasporti organizzati dalle imprese per condurre sui luoghi di lavoro le lavoratrici e dalla lentezza con cui le stesse imprese, che oggi gridano al complotto della stampa, si sono organizzate per tutelare i lavoratori dalla diffusione del virus. Si parla di almeno mille casi nelle province di Larache, Kenitra e Ouazzane e di nuove necessarie restrizioni in queste stesse province.
Sono partite ovviamente inchieste giudiziarie per chiarire le responsabilità, mentre nella zona rurale di Sidi Yahya du Gharb si è utilizzato un ospedale di campagna per il ricovero delle centinaia di casi e per il contenimento dell’infezione.
“Facciamo un lavoro orribile. Ogni giorno ci chiediamo se l’indomani saremo malate. Sono una donna divorziata con figli a carico, lavoro per 68 dirham al giorno. Subiamo una situazione di grande vulnerabilità e il salario è irrisorio per un lavoro penoso, e in aggiunta c’è il rischio di infezione da coronavirus”, testimonia una raccoglitrice di fragole intervistata per una delle inchieste giornalistiche sul caso.
Speriamo che l’emergenza Covid, che sta già trascinando il Paese in una grave crisi economica e in un evidente peggioramento delle condizioni socio-economiche di molti lavoratori, riesca almeno a portare una nuova coscienza sociale in un Paese così tormentato dall’ingiustizia.

Immagine tratta da un video di Oxfam international.

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