Valéry, l’intelligenza e le macchine – di Alfonso Berardinelli

Da Una Città267 / giugno 2020

Per un paio di secoli è esistita una grande famiglia di poeti intellettuali che oggi sembra estinta e che in Europa andava da Coleridge e Baudelaire a Eliot e Brecht e in Italia da Leopardi a Montale e Pasolini. A questa famiglia apparteneva in posizione eminente nei primi decenni del Novecento anche Paul Valéry (1871-1945), che fra tutti è stato il più metodicamente, ossessivamente intellettualistico. In lui l’intelligenza autoanalitica è arrivata al punto di inibire la stessa produttività poetica.

Valéry ha scritto molta più prosa saggistica che poesia, una prosa nella quale la mente che riflette e che immagina sottopone sé stessa a un esame così lucidamente severo da lasciare alla creatività poetica solo uno spazio residuo e marginale. Dopo aver esordito ventenne come seguace di Stéphane Mallarmé, il più puro e astratto dei poeti simbolisti del secondo Ottocento, Valéry non scrive più poesie per circa vent’anni. Il suo magro e perfetto capolavoro esce nel 1922, una raccolta di poesie e poemetti il cui titolo, Charmes, può essere tradotto “incantesimi” o “fascinazioni” o “canti”.
Il tema della saggistica di Valéry non è però soltanto quel meccanismo mentale che produce poesia, è piuttosto l’intelligenza stessa, con tutto ciò che la nutre e la condiziona. Nel primo ventennio del secolo scorso tutta la cultura europea è occupata a fare i conti con sé stessa, con il suo presente, la sua tradizione, con la situazione e i compiti del sapere, della scienza, del pensiero filosofico, delle arti. La modernità ha avuto in quegli anni una tale accelerazione che sembrò a tutti impossibile sentirsi ancora in rapporto di continuità con l’Ottocento. Le nozioni di spazio e tempo, l’esperienza che ne hanno gli individui, le applicazioni tecnologiche della ricerca scientifica, la crescente industrializzazione capitalistica, l’organizzazione produttiva e sociale sempre più condizionante fanno nascere interrogativi radicali sulle caratteristiche dell’esistenza umana e sulla secolare cultura umanistica che ne ha elaborato l’immagine, dall’antichità greco-latina all’Ottocento romantico.
Già da almeno mezzo secolo le filosofie sistematiche e idealistiche erano entrate in crisi lasciando il posto all’individualismo esistenziale (Kierkegaard) e alla scienza politico-sociale materialistica (Marx). Valéry parte dalla poesia per arrivare all’intelletto e lungo la strada incontra tutto ciò che ostacola e minaccia le fondamentali facoltà della mente. In una serie di scritti degli anni Venti e Trenta del secolo scorso si trovano riflessioni della cui attualità è difficile dubitare (v. “Osservazioni sull’Intelligenza” e “Il bilancio dell’intelligenza”, passim, in Opere scelte, Mondadori Meridiani):

Cominciamo dall’esame di quella facoltà che è fondamentale e che viene contrapposta ingiustamente all’intelligenza, della quale è, al contrario, la vera forza motrice; mi riferisco alla sensibilità. Se la sensibilità dell’uomo moderno si trova fortemente compromessa dalle attuali condizioni della sua vita, e se l’avvenire sembra promettere a questa sensibilità un trattamento sempre più severo, abbiamo il diritto di pensare che l’intelligenza soffrirà profondamente per l’alterazione della sensibilità. Ma come si produce tale alterazione?
Il nostro mondo moderno è tutto occupato dallo sfruttamento sempre più efficace, più approfondito, delle energie naturali. Non soltanto le ricerca e le spende, per soddisfare le eterne necessità della vita, ma le sperpera e si eccita a sperperarle al punto da creare dal nulla bisogni inediti (e persino tali che non si sarebbero mai immaginati), a cominciare dai mezzi per accontentare bisogni che non esistevano. Tutto avviene nel nostro stato di civiltà industriale come se, avendo inventato una qualche sostanza, si inventasse la malattia che viene guarita dalle sue proprietà […] Ci vengono dunque inoculati, per guadagnarci sopra, gusti e desideri che non hanno radici nella nostra vita fisiologica profonda, ma risultano da eccitazioni psichiche o sensorie appositamente inflitte. L’uomo moderno è ubriaco di dissipazione. Abuso di velocità, abuso di luce; abuso di tonici, di stupefacenti, di eccitanti. Abuso di frequenza nelle impressioni; abuso di cose diverse; abuso di rimbombo; abuso di facilità; abuso di meraviglie; abuso di quei prodigiosi scatti per effetto dei quali straordinari effetti sono messi a disposizione del dito di un bambino. Tutta la vita attuale è inseparabile da questi abusi. Il nostro sistema organico, sottoposto sempre di più a esperienze meccaniche, fisiche e chimiche sempre nuove, si comporta, nei riguardi di queste potenze e di questi ritmi che ci vengono inflitti, più o meno come nei riguardi di una insidiosa intossicazione. Ci si abitua al suo veleno e ben presto lo si esige. Ogni giorno che passa si trova che la dose ci appare insufficiente.

La cosa interessante e oggi insolita è che Valéry non parla in generale di tecnologia discutendo altrettanto in generale, cioè in astratto, dei suoi vantaggi e svantaggi: parla invece di ciò che le più varie tecnologie provocano nella nostra sensibilità, che è a sua volta la radice della nostra intelligenza. Parla delle trasformazioni provocate nel funzionamento nervoso, fisiologico, psichico, sensoriale dallo sfruttamento intensivo e progressivo a scopo di lucro, delle nostre energie vitali. L’essere umano viene modificato e aggredito nella sua sensibilità per essere adattato e messo al servizio del dominio meccanizzato della vita nei suoi livelli più elementari. L’intelligenza ha in noi radici fisiologiche e se la sua fisiologia viene modificata anche l’intelligenza lo sarà per effetto di un’intossicazione, di un abuso di stimoli sempre più frequenti e potenti. Forse ci voleva un poeta autocosciente come Valéry, allenato a occuparsi delle percezioni più sottili, per capire che cosa stava facendo degli esseri umani lo sfruttamento economico, industriale della nostra sensibilità fin dall’infanzia. Ciò che cambia è anzitutto l’esperienza del tempo, dello spazio e delle dimensioni:

Quanto al nostro senso più centrale, il senso intimo della distanza fra il desiderio e il possesso del suo oggetto, non è altro se non il senso della durata, quel sentimento del tempo che un tempo si accontentava della velocità della corsa dei cavalli e oggi trova che anche i treni rapidi sono troppo lenti e che i messaggi elettrici ci fanno languire di noia. Infine, gli avvenimenti stessi sono reclamati come un cibo che non è mai abbastanza piccante. Se al mattino non è avvenuto nel mondo niente di catastrofico, abbiamo come una sensazione di vuoto: “Oggi non c’è niente sui giornali!”. La nostra è un’intossicazione da energia, una da fretta e una da dimensione. I bambini trovano che una nave non è mai abbastanza grande, un’automobile o un aereo mai abbastanza veloci: questa idea, la cui ingenuità e grossolanità sono evidenti (lo spero) è una delle più caratteristiche della specie umana moderna.

Dire “specie umana moderna” è una precisazione piuttosto singolare e allarmante. Aggiungere l’aggettivo “moderna” significa avvertire che la specie umana non è più quella in precedenza conosciuta. Di solito dire che una cosa è moderna o più moderna, è attribuire un maggior valore… La pubblicità che viene fatta a ogni prodotto industriale richiama all’idea di “nuovo” come “migliore”. La vendita e le tecniche di vendita contengono questa filosofia progressista spicciola, elementare, eppure mai considerata discutibile, secondo cui oggi è meglio di ieri e domani sarà meglio di oggi. Una filosofia insieme infantile e brutale, dogmatica e coatta come una superstizione. Il mito del progresso inevitabile, inarrestabile, lineare, necessario e garantito dallo sviluppo produttivo di sempre nuove merci tecniche, si è rivelato da tempo un mito che nessuna razionalità critica riesce a intaccare. La velocità, la fretta, la facilità, la varietà, la quantità devono sempre crescere perché solo se crescono ci sarà lavoro, occupazione, ricchezza, consumi abbondanti, benessere, libertà.
Finché i poeti sono stati fra gli intellettuali critici più acuti e tempestivi nel vedere limiti e guai della modernità e della modernizzazione, il diritto e il rovescio dell’innovazione industriale e tecnica, implicavano anche una autocritica della cultura, o critica delle idee socialmente dominanti. Ma cultura e arte, se modellate secondo amministrazione statale e secondo mercato, finiscono per fornire solo un’aureola qualitativa al regno della quantità, in crescita illimitata. Chi sa che Valéry non abbia smesso così a lungo di produrre poesia anche per diffidenza nell’atto stesso di produrre. Sentiva che la cosa più preziosa che la modernità stava sterminando era una calma assenza di smanie, la capacità di interrompere, di sospendere la corsa verso l’ignoto e la tirannia della Storia misurata e controllata dagli orologi:

“Non vi erano, per gli antichi, né minuti né secondi. Artisti come Stevenson, come Gauguin, sono fuggiti dall’Europa per raggiungere isole senza orologi”.

E poi ormai:

La macchina ci governa. Tiene stretta al guinzaglio la vita umana sottomettendola all’infallibile precisione dei propri meccanismi. […] Queste meccaniche creature dell’uomo si ribellano ai loro creatori, plasmandoli come meglio credono. Hanno bisogno di esseri umani ben ammaestrati, di cui cancellano gradualmente le differenze, adattandoli al funzionamento regolare e all’uniformità del proprio regime. […] Forse le macchine più spaventose non sono affatto quelle che girano, che ruotano, che trasportano o trasformano la materia o l’energia. Ci sono altri marchingegni, fatti non di rame o di acciaio, ma di individui estremamente specializzati: organizzazioni, macchine amministrative, costruite imitando ciò che di più impersonale c’è nel pensiero.

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