Appello da Hong Kong – lettera di Ilaria Maria Sala

Cari amici,
l’estate monsonica è cominciata a Hong Kong e con essa si moltiplicano le fioriture rosso fiamma delle Flamboyant -non a caso chiamate in Italiano “albero di fuoco”. Un albero che si trova ovunque a Hong Kong, che cresce anche nel mezzo delle zone più densamente abitate, e che alcuni qui chiamano “l’albero fenice”, perché ogni anno rinasce, rosso e vitale, dopo inverni che, per quanto miti, lo lasciano completamente spoglio.
Per quanto la fenice non faccia parte dell’orizzonte mitologico cinese, è parte integrante di quello di Hong Kong: la terra di mezzo, la terra dove finora potevano trovare spazio ibridazioni d’ogni tipo, l’ex colonia britannica diventata rifugio per tutti quelli che erano fuggiti dalla Cina travolta da follia politica omicida.


Qui è tutto mescolato: c’è la Gran Bretagna, certo, ma anche un po’ di Europa nelle sue mille declinazioni, un po’ di Russia e tanta Cina, ma in un formato che non ha paura dei suoi regionalismi, e influenze da ogni parte dell’Asia. Una città dunque quasi geneticamente cosmopolita.
Perché vi parlo di fenici e cosmopolitismo? Perché mi sono appena svegliata e non so se ritroverò l’isola dove abito tuttora ancorata alla terra. Da una settimana navighiamo in acque sconosciute, sotto shock e incapaci di prevedere il futuro, non quello del prossimo anno, ma di oggi pomeriggio.
Dopo più di un anno di proteste, Hong Kong ha ora ricevuto il colpo più duro: la decisione, da parte di Pechino, di scavalcare il parlamento locale e imporre dall’alto delle leggi sulla sicurezza nazionale uguali a quelle cinesi, mettendo così a repentaglio il suo statuto speciale. La polizia e i servizi cinesi avranno ora il permesso di agire qui. Non che non fossero già attivi: ma almeno il loro operato era ritenuto illegale, e doveva mantenersi discreto, anche se non avevano esitato a rapire dei librai.
Hong Kong è scesa in piazza in massa per mesi in segno di protesta contro la proposta di legge sull’estradizione e ora, dopo che la proposta è stata ritirata, Pechino comunica a Hong Kong che in pratica fa lo stesso: “Niente estradizione, tanto possiamo venire a prendervi, non c’è più un muro di separazione se decidiamo che le vostre azioni rappresentano una minaccia per la sicurezza nazionale”.
La legge non è ancora passata, ma dall’Assemblea Nazionale del Popolo non c’è da aspettarsi dissenso o lenti iter legislativi: la proposta è completamente incostituzionale, ma questo per Pechino conta quanto sancire che non è permesso sparare ai manifestanti,
Ieri notte, ora di Hong Kong, il Segretario di Stato americano Pompeo ha dato l’annuncio che solo i più nichilisti volevano: Hong Kong non sarà più considerata dagli Stati Uniti come una regione autonoma della Cina. La valuta di Hong Kong, ancorata al dollaro americano, potrebbe ora ritrovarsi orfana. Il commercio cambierà in modo radicale, dato che non ci sarà più un regime di dazi privilegiato, e non sappiamo quale lo sostituirà.
Non si tratta solo di acquistare beni a prezzo superiore, ma del destino di decine di migliaia di posti di lavoro e di strutture nati grazie al fatto di essere un luogo privilegiato per gli scambi commerciali e finanziari. Un porto commerciale, come Hong Kong è stata fin dai suoi inizi -ma anche un porto sicuro. Sapevate che Ho Chi-minh e José Rizal, l’eroe dell’indipendenza filippina dalla Spagna, si rifugiarono qui prima di tornare in patria per portare avanti le loro rivoluzioni?
Dopo l’annuncio di Pompeo il nostro futuro è un’incognita – eppure molti fra i manifestanti che in questi mesi sono stati picchiati, insultati (la polizia definisce “scarafaggi” manifestanti e giornalisti e non esita a spruzzargli addosso spray al peperoncino come fosse del ddt contro insetti nocivi) stanno celebrando. Perché? È la fenice.
Da quando, nell’autunno scorso, Hong Kong è diventata una città sempre più militarizzata, con una forza di polizia sempre più feroce e sola interfaccia istituzionale fra le istanze dei cittadini e il governo, si è diffuso fra i manifestanti lo spirito del naamchaau. In cantonese significa “terra bruciata”. In inglese, lo slogan si ispira a una delle frasi del film “The Hunger Games” (che tanto hanno influenzato i movimenti di resistenza in Asia), ovvero “If we burn, you burn with us”. Se bruciamo, brucerete con noi.
Se chiedi ai manifestanti cosa succederà dopo che saremo bruciati tutti, rispondono che Hong Kong risorgerà. La fenice.
Un atteggiamento che non fa i conti con il Partito comunista cinese. Un’ingenuità purtroppo diffusa fra i giovani di Hong Kong, che provano un tale odio per il Partito da scegliere di proteggere la propria salute mentale odiandolo e ignorandolo.
Il Partito però non ha paura di fare terra bruciata. È nato facendo terra bruciata: nell’eroica visione della guerra civile fra nazionalisti e comunisti, ci si dimentica sempre delle vittime. O di come Lin Biao decise di prendere Changchun, una delle città chiave del Kuomintang (i nazionalisti), assediandola e affamandola. Morirono di stenti centocinquantamila persone. Le città prese per fame furono molte. Ma non c’è bisogno di risalire indietro agli anni Quaranta: come definire se non terra bruciata quello che la Cina sta facendo in Xinjiang, dove più di un milione di persone sono recluse in campi di lavoro, dove la tortura e le morti sospette sono all’ordine del giorno? Dove non si può parlare uiguro, dove non si può praticare la propria religione e tanto meno insegnarla ai propri figli, che spesso vengono sottratti alle famiglie? Naamchaau. Togliere di torno gli uiguri e sfruttare le risorse e la vastità del Xinjiang? Il Tibet? La società civile cinese? La prevedibilità di un governo che si basa sul rispetto delle leggi? Naamchaau. Naamchaau. Naamchaau. Quanto ci vorrà alle nostre fenici per dispiegare le ali?
Voglio credere che non sia ancora troppo tardi -anche se da tempo lancio appelli che nessuno, o quasi nessuno, raccoglie in Europa. Mentre bevo il caffè, mi trovo a leggere che Angela Merkel ed Emmanuel Macron si sono limitati a dire di essere turbati da quanto accade a Hong Kong e che sperano in un rapporto costruttivo con la Cina. Sembrano vivere in un mondo fantastico; un mondo che fa sembrare realismo puro e duro la passione per i film hollywoodiani dei giovani di Hong Kong.
E l’Italia? L’Italia si sta comportando ancora una volta all’insegna di una colpevole incompetenza nei confronti della Cina, una sorta di innamoramento impermeabile ad ogni maltrattamento, prigioniera di una specie di Sindrome di Stoccolma che le impedisce di dire: così non va.
Non so se ci sia ancora tempo. Non so cosa succederà questo pomeriggio, tantomeno fra una settimana. Se Hong Kong brucia, il mondo intero perde qualcosa. Se mi leggete, se potete, fate qualcosa: sollecitate i parlamentari, protestate davanti all’ambasciata e ai consolati cinesi. Parlate di noi.
Se Hong Kong brucia, bruciamo un po’ tutti.

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