di Luigi Fabbri, 1906

Anche se muore qualche vecchio si sente poca compassione: “Era ora!”, si esclama; e solo si prova un forte stringimento di cuore alla vista dei parenti del defunto che, non trovando più tra i vivi il loro caro, se ne vanno disperati. Ma ho visto anche qualche cosa che davvero rianima e riaccende la fede nella bontà umana. Un ragazzo con la polmonite e con una gran febbre, al settimo giorno passava la crisi oltre la quale (così almeno si crede) c’è la morte o la vita. Il poverino aveva quasi quarantadue gradi di febbre, delirava, saltava sul letto. Fu chiamato il dottore. Benché fosse notte, più d’un malato saltò dal letto per soccorrere il ragazzo, veder di calmarlo, aiutare l’infermiere a fargli l’impacco freddo, a triturare il ghiaccio… E quando, passata la crisi, si seppe che la febbre era scesa subito di molto, fu la gioia di tutti, come un sollievo generale. E la corsia si riaddormentò nel suo sonno malato. Una giovane vita era salva: la festa era in molti cuori, e la mattina dopo, quando vennero i parenti del ragazzo, la loro gioia rendeva superbi gli altri, quasi fossero stati anch’essi con l’anelito delle loro ansie a mettere in fuga la morte.  
(Luigi Fabbri, Il Pensiero, aprile 1906)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *