Mutuo aiuto e compassione – lettera di Belona Greenwood

Una Città264 / 2020 marzo

Cari amici,
siete nei miei pensieri. Per favore, fate attenzione.
È la fine di un giorno di scuola, e a un ragazzino di dieci anni viene chiesto di raccogliere una cartaccia da terra. “E perché dovrei? -risponde seccato- Non l’ho mica gettata io”. Ciò nonostante, l’insegnante insiste: “Puoi raccoglierla? È bello dare una mano, fare qualcosa per gli altri. Ti può rendere felice”. Ben poco convinto, alla fine il ragazzino getta la cartaccia nel cestino. Questo ragazzino di dieci anni non è particolarmente scostante, è semplicemente lo specchio della cultura individualista esplosa negli anni Ottanta. Eh sì, gli anni della Thatcher devono ancora rendere conto di un sacco di cose.

Nel mio supermarket non si trovano più né il disinfettante per le mani, né il paracetamolo, a causa dell’ondata di acquisti dettata dal panico -tutti atti individualisti, anche se non al livello di quelli che scardinano gli erogatori di disinfettante dalle mura degli ospedali, necessari agli operatori della sanità e ai visitatori; un livello nauseabondo di egoismo all’insegna dell’“io, io, io”.
Sorprendentemente, si trovano ancora i rotoli di carta igienica -c’è stata una vera e propria apocalisse della carta igienica, nel Regno Unito, con scazzottate e anche qui un’orrenda cultura dell’“arraffa e scappa”. Vedo una ragazza che conosco, che lavora lì, e invece di abbracciarla le mostro il saluto col tocco del gomito e la mossa del piede, cosa di cui lei era all’oscuro. Un altro avventore, un uomo di mezza età, mi fa la paternale perché mi sarei fatta prendere dall’ansia da Coronavirus, e mi guarda scuotendo la testa. Secondo le sue argomentazioni ci stiamo facendo beffare dagli allarmisti, e pertanto saremmo una coppia di sciocche. “L’influenza uccide molta più gente, in tutto il mondo, e il Covid-19 è pericoloso solo per qualche anziano”, aggiunge, sempre scuotendo il capo. Dietro le sue parole e il suo disprezzo c’è l’idea che quegli anziani, in realtà, non contano molto, nella sua personale analisi dei rischi. Ecco un uomo per nulla intenzionato ad adeguare alcun suo comportamento, che se ne va indossando il proprio compiacimento come un’armatura.
L’indomani ascolto alla Bbc nel programma “Today” un dibattito tra Michael Rosen, autore di filastrocche per bambini, già vincitore del prestigioso premio “Children’s laureate”, ed Eithne O’Sullivan Webb, giornalista in pensione, entrambi ultrasettantenni. Michael Rosen, celebre per aver creato opere letterarie colme di gioia, sente che i vecchi sono sotto attacco. Avverte il diffondersi dell’atteggiamento secondo cui “tanto devi morire comunque, quindi non importa granché”. “Sarebbe prematuro se morissi io, che ho 78 anni?” chiede O’Sullivan Webb. Michael Rosen, che di anni ne ha 73, risponde che, chiunque muoia, è una cosa molto triste. I due interlocutori non sono d’accordo. E tuttavia concordano sull’idea che tutte le morti sono uguali e vanno considerate allo stesso modo. Ma è davvero così? Anche senza Coronavirus, stiamo lasciando morire le donne povere con dieci anni di anticipo sulle loro pari più benestanti.
Ho sentito la storia di un giovane uomo che a causa di una malattia cronica ha subito un doppio trapianto di polmoni. Assume farmaci immunosoppressori e, se contraesse il Covid-19, morirebbe. Ora è in auto-isolamento perché per lui il virus (come per tanti altri) sarebbe una condanna a morte. Ecco, la sua vita conta come quella di chiunque altro, o non possiamo più permetterci la compassione? Il fatto è che non dobbiamo adottare precauzioni solo per noi stessi, ma anche per gli altri.
Kamran Mallick, direttore dell’Ong Disabilty Rights, si dice preoccupato perché non stiamo adottando le necessarie precauzioni per proteggere i più vulnerabili. Le persone con disabilità non dovrebbero essere considerate come “inevitabile carne da cannone per il Covid-19”. Anche lui ha aggiunto: “La nostra vita conta quanto quella del nostro prossimo”.
E se invece non fosse così, cosa significherebbe? Stiamo aprendo la porta a una nuova eugenetica -perché di questo si tratterebbe, in pratica-? Sembra farsi strada -così, en passant- uno sprezzo per le persone, che ignora che chiunque muoia era amato da qualcuno, da qualche parte. C’è un motto, in tutte le scuole del Regno Unito: “Ogni bambino è importante”, eppure ci si potrebbe interrogare anche su questa frase.
Forse sopra la sede del governo a Westminster andrebbe messa una scritta al neon che recita: “Tutte le vite sono importanti”, perché il cinismo sta diventando un atteggiamento comprensibile. Mi chiedo quand’è che abbiamo rinunciato a pensarci come un “noi” e siamo passati all’“io”.
Mentre scrivo, altri paesi europei con ancora meno casi di noi (come la Polonia) hanno chiuso le scuole per limitare la diffusione del virus. Noi, d’altro canto, consentiamo lo svolgimento delle corse dei cavalli a Cheltenham, con migliaia di spettatori, e le nostre scuole, le università, i cinema e i centri sportivi restano aperti. Non abbiamo le idee chiare su cosa fare. L’invito all’autoisolamento per chi manifesta i sintomi si applica solo nei paesi che hanno dei focolai di Covid-19, e neanche in tutti; dipende se sono nella lista. Il messaggio sembra essere che puoi continuare ad andare al lavoro, o a scuola, con un raffreddore o sintomi di influenza, anche se vieni da un paese dove è presente un focolaio -purché non sia in quella lista.
Questo approccio può rivelarsi catastrofico. E i poveri? Quelli che lavorano nella gig economy, dove vige la regola “no work, no pay” (niente lavoro, niente paga)? A differenza dell’Italia, qui non esistono misure di sostegno per i più poveri, per superare questa emergenza. Ah, però c’è un programma per consentire ai lavoratori autonomi di candidarsi a ricevere un sussidio… ma sappiamo quanto sia duro, il procedimento. Intanto le mense dei poveri stanno esaurendo i generi di prima necessità, sempre grazie ai folli acquisti dettati dal panico. Le autorità locali hanno ora annunciato che destineranno fondi ai più bisognosi.
Nel 1918, un’epidemia di influenza spazzò via più persone di quante ne fossero morte durante la Prima guerra mondiale. Si manifestò in tre ondate; la seconda fu la più letale: era in grado di uccidere le sue vittime in soli tre giorni. Non sappiamo ancora cosa ci aspetta, ma sappiamo che l’unico modo che abbiamo per affrontarlo è stando insieme, in uno spirito al contempo di vicinanza e cooperazione. Dobbiamo tutti riscoprire la gentilezza, il mutuo aiuto e la compassione.

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