Cancellata – lettera di Ilaria Maria Sala

Una Città263 / 2020 febbraio

Cari amici,
non voglio raccontarvi quanto siano difficili queste giornate -sono a Hong Kong mentre vi scrivo, dove i supermercati hanno razionato il riso, le persone fanno la coda per tutta la notte nella speranza di procurarsi delle mascherine all’apertura dei negozi, la mattina, e in tutta Hong Kong non si trova più carta igienica, dopo che qualcuno ha sparso la voce che questa sarebbe venuta a mancare. Facendo in modo che, effettivamente, venisse a mancare.

Ma mentre mi interrogavo su cosa raccontarvi mi sono detta che tutto sommato avete già fin troppe notizie sul coronavirus, avete già sentito e letto un’infinità di sciocchezze alla televisione e sulla stampa (ma lo sapete che qui non si è parlato una sola volta della scoperta epocale fatta allo Spallanzani, della quale, stando ai nostri giornali, si parla “in tutto il mondo”? Va beh, lasciamo perdere).
Voglio dunque parlarvi di tutt’altro. Questa mattina sono stata svegliata dal messaggio di un’amica, Ling, che mi ha scritto: “Sono sconvolta!”. Avevo lasciato il telefono acceso, per cui non posso che prendermela con me stessa; a quel punto, ho letto quello che mi ha scritto.
Ling ha due figli, una ragazzina di dieci anni e un maschio di dodici. Ha divorziato dal marito già da alcuni anni e lui se n’è tornato a vivere in Yunnan, nel sud-ovest della Cina, mentre lei è venuta a stare qui. Per il Capodanno lunare, però, i figli vanno a trovare il padre e i nonni, e so che per lei è un periodo sempre un po’ difficile, come lo è per tutti i genitori divorziati. Il suo ex marito ora vive con la prima figlia, nata da un matrimonio precedente, vicino ai suoi genitori, in una città di montagna, non lontana da Kunming.
Quest’anno la situazione era un po’ più delicata, dal momento che è morta la loro nonna (la mamma dell’ex-marito di Ling) e quindi il viaggio è avvenuto sotto una cappa di lutto. Durante la permanenza sono quindi andati a visitare la tomba della nonna, poi hanno visto gli amici che hanno nella città del padre, hanno festeggiato il Capodanno, cominciato a preoccuparsi del coronavirus e, infine, sono tornati dalla mamma. Al rientro hanno fatto vedere una fotografia della tomba di famiglia, fatta costruire quando la nonna era ancora in vita, grazie al fatto che oggi le autorità sono un po’ più permissive e si riesce ad aggirare la pressione per cremare i defunti (che non era mai piaciuta un granché in Cina).
Ebbene, adesso che la nonna è morta, la tomba ha la sua prima occupante, e una scritta incisa sul marmo per ripristinare la tradizione dell’albero genealogico. Questo indica i membri della famiglia lungo il ramo paterno: essendo stata voluta dall’ex-suocero di Ling, reca il nome dei suoi genitori, compresi i familiari ancora in vita, per cui nell’albero genealogico compare il nome dell’ex-marito, della sua prima moglie, e dei suoi tre figli. E Ling? Beh, Ling, fino a prima del divorzio, c’era. Il suo nome era scritto di fianco a quello dell’ex marito, sopra a quello dei due figli: compreso l’agognato figlio, che, da maschio, ha il dovere di continuare la discendenza. Invece questa mattina, dopo avermi detto che era sconvolta, Ling mi ha mandato una foto della tomba di famiglia in cui il suo nome non c’è più. È stato cancellato con una grossa pennellata di una specie di colla gialla, così che i tre figli sono sì riconoscibili come progenie dell’ex marito, ma l’unico nome che compare è quello della prima ex-moglie.
“Sono stata cancellata! -mi ha scritto Ling nel secondo messaggio- come una concubina! C’è la prima moglie, mentre sembra che io sia servita solo a partorire il maschio! Come se i figli non fossero i miei, ma della prima moglie, come prima della guerra quando le concubine non contavano. Ma ti rendi conto? Mi hanno cancellato!”. Sgrano gli occhi assonnati per vedere meglio la scritta sul marmo bianco e in effetti l’impressione che si ha ora è proprio quella: che i tre figli abbiano gli stessi genitori. “E hai visto com’è definita, lei?”. Guardo di nuovo: ah! Lui, l’ex marito, è definito “ren”, ovvero “persona”. La prima ex-moglie, “nü”, ovvero, “donna”. “Cioè, io sono stata totalmente cancellata e lei non è nemmeno considerata una persona al cento per cento. Sono sconvolta, Ilaria!”.
Non ho potuto che darle ragione. È come se adesso che qualche libertà personale in più esiste (non politica, ovviamente, e comunque nulla che possa mettere in discussione il potere delle autorità) alcune delle tradizioni di prima della rivoluzione sembrano tornar fuori come se nulla fosse mai successo. Non tradizioni a caso, ma precisamente quelle che riaffermano un patriarcato duro e spietato, che considera persone solo gli uomini e cancella senza battere ciglio le donne con cui sono stati contratti i secondi matrimoni. Il vecchio pregiudizio misogino che il Partito comunista aveva fatto finta di voler cancellare in fondo non aveva mai suscitato grandi reazioni e così, un po’ in sordina, intanto negli affari privati (come la riproduzione di un albero genealogico su una tomba di famiglia) assistiamo a un ritorno di queste tradizioni. E non è previsto alcun appello -a chi potrebbe rivolgersi, Ling, per chiedere di essere riconosciuta come persona esistita ed esistente?
E dunque ecco dove siamo. I controlli rimangono. La repressione anche. E i pregiudizi e la crudeltà che veicolano trovano nuova legittimità. In questo modo, paradossalmente, si attenuano le possibili resistenze verso il Partito, che può così dimostrare di rispettare gli antichi valori. E intanto le donne possono essere tranquillamente cancellate.

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