Feticismo della cospirazione, comunità e immaginario antisemita – di Stephen E. Bronner

Stephen Eric Bronner è professore del Board of Governors di Scienze Politiche presso la Rutgers University e Direttore di Relazioni Globali presso il Center for the Study of Genocide and Human Rights.

L’antisemitismo non muore mai, come ci hanno drammaticamente ricordato le sparatorie alla sinagoga della congregazione “Albero della vita” di Pittsburgh, in Pennsylvania, e alla Congregazione “Chabad” di Poway, vicino San Diego. Ma il ricordo di queste tragedie va già svanendo, ora che questi eventi si confondono con migliaia di altri episodi violenti. Raramente i colpevoli mostrano grandi segnali di pentimento. Questo perché i reazionari in generale, e gli antisemiti in particolare, ritengono di star difendendo la propria comunità dalle macchinazioni di una cabala avversa.

Quest’immaginaria cospirazione ebraica permea ogni aspetto della loro esistenza e viene identificata con entrambe le parti di ciascuna contraddizione. I capitalisti e i socialisti, per esempio, non si troverebbero “realmente” in opposizione, ma sarebbero manipolati dallo stesso burattinaio. L’ebreo esiste ad uso del fanatico, e può incarnare qualsiasi cosa l’antisemita desideri: la ricchezza più favolosa o la miseria più infima, la ribellione, l’avarizia o l’eccesso, il capitalismo e il comunismo, il provincialismo del ghetto e lo strapotere delle cospirazioni globali, e -soprattutto- la “mano invisibile” di una cospirazione che minaccia il buon cristiano, l’uomo del popolo. Da molto tempo il feticismo della cospirazione mette a disposizione dei fanatici intrecci densi di significato. Inoltre, genera l’antisemitismo come strumento per giustificare le più contorte supposizioni psicologiche sull’Altro. Ciò non vale solo per l’Europa, dove l’antisemitismo è sempre stato tradizionalmente più forte, ma anche per gli Stati Uniti. Con una comune radice rurale e una base sociale premoderna, se ne trovavano tracce tra le fila degli “Know-Nothings” degli anni Quaranta dell’Ottocento, nel Ku Klux Klan, nel movimento proibizionista “Temperance and Prohibition”, negli influenti movimenti “America First” degli anni Venti e Trenta, nei “Dixiecrats” [una corrente del Partito Democratico a favore del suprematismo bianco e del segregazionismo], nei seguaci del Senatore Joseph McCarthy, e nella destra della “John Birch Society” degli anni Quaranta e Cinquanta. Gli anni Sessanta e i successivi hanno visto emergere al sud i “comitati di bianchi” anti-diritti civili, la maggioranza “silenziosa”, la maggioranza “morale”, gli evangelici, le milizie del mid-West, fino ad arrivare alle marce neonaziste di Charlottesville nel 2017. Nessuno di questi movimenti era esclusivamente antisemita, ma tutti avevano in comune tratti antisemiti.
Che sia negli Stati Uniti o in Europa, tra gli arabi antisemiti o i coloni imperialisti e xenofobi di Israele, entra in gioco lo stesso assolutismo, quello del “sangue e la terra”. Quando non sono gli arabi o gli afro-americani a costituire una forma radicale di alterità, sono gli ebrei il bersaglio perfetto. Pertanto, questo pregiudizio assume un tratto quasi istintivo per il fanatico: sempre a portata di mano, sempre pronto a tornare a galla qualora le circostanze lo richiedessero.
Il pregiudizio poi si manifesta a grappoli. È raro trovare un fanatico che detesti un unico gruppo etnico. I nazionalisti bianchi non si limitano a odiare i neri, i fascisti non se la prendono solo con i massoni e i nazisti non ce l’hanno solo con gli ebrei. Quale sia il soggetto a ottenere il primato dell’odio in un dato momento, è una questione di contingenza: fuori dall’emisfero occidentale, i neri erano “troppo esotici”, e la minaccia da loro costituita solo metafisica. Lo stesso valeva per i musulmani prima dell’undici settembre 2001, mentre gli ebrei sono sempre stati una forma aliena alla civiltà cattolica sin dal loro emergere. Talvolta gli evangelici parlano ancora degli ebrei come dell’anticristo.
Ma la loro principale preoccupazione, ora, è più l’Islam, e il timore della Sharia, che non il Popolo eletto. Stiamo in guardia, però; tutto può cambiare in un batter d’occhio. Gli stessi stereotipi possono spostarsi da un gruppo all’altro con relativa facilità. Prima erano i neri, poi le donne, poi i gay, che non ci si poteva fidare a lasciare nelle stesse trincee dei soldati bianchi. Ebrei, italiani, europei dell’est, irlandesi; tutti sono stati di volta in volta accusati di essere sporchi, violenti, con problemi etici. Il fanatismo riguarda il fanatico, non il suo bersaglio: tutti i capri espiatori sono il risultato di un meccanismo di difesa a paure patologiche e proiezioni psicologiche.
Ciò che rende unico l’ebreo è il particolare tipo di minaccia che si ritiene presenti alla comunità con cui l’antisemita si identifica -i suoi simboli, i suoi miti e le sue tradizioni. I crimini d’odio antisemiti negli Stati Uniti sono aumentati del 57% nel 2016, all’interno di una crescita più generale, verificatasi nell’arco di cinque anni, degli atti di fanatismo che hanno riguardato in particolare musulmani e persone Lgbt; i numeri sono cresciuti ulteriormente nel 2017. Questo fenomeno non riguarda solo l’amministrazione Trump.
Visti i numeri assoluti (i casi sono passati da 5.800 a 6.100), non è il caso di farsi prendere dal panico. Ma è pericoloso anche essere troppo ottimisti. Il feticismo del complotto sul ruolo degli ebrei persiste. Si suppone che comandino ancora le banche, Hollywood, le università, i media, la sinistra laica, e le organizzazioni lobbistiche come l’Aipac. Ovviamente questa perversione non è più potente come un tempo. Gli ebrei non sono più la forza unificatrice di tutte le cospirazioni tramate da questa o quell’alleanza di presunti sovversivi. La grande paura di una cospirazione globale (e totalitaria) che sarebbe rivolta contro la civiltà occidentale sin dalla sua origine è andata dissipandosi, e altrettanto ha fatto il bisogno di un’organizzazione totalitaria guidata da un leader totalitario capace di controbilanciarla.
L’ebreo è considerato onnipotente e al contempo inferiore. Manipola i banchieri e i creditori, i capitalisti e gli operai, i liberali e i comunisti, gli avanguardisti anarchici, i proprietari di grandi magazzini, insomma chiunque. Gli interessi economici conflittuali e le differenti convinzioni politiche potrebbero farli apparire differenti, ma l’antisemita la sa lunga. C’è la cabala dietro queste apparenze. Per i neri e le donne è diverso: i loro stereotipi li fanno apparire deboli, stupidi, inferiori.
Si è detto che c’erano degli “ebrei” dietro alla Presidenza Obama e che sempre loro hanno sferrato un attacco all’America del maschio bianco e al privilegio che a questa si associa. La loro “comunità immaginaria” resta quella di un paesino ideale dove c’è poca disparità economica tra vicini, dove non esistono né l’alienazione né la burocrazia e dove il patriarcato del bianco è dato per scontato. Questo è il contesto descritto da serie tv come l’Andy Griffith Show, o Happy Days: un mondo in cui le donne stavano in cucina, i gay non si dichiaravano, i neri svolgevano solo lavori manuali, e a tutti andava bene così.
Quella comunità immaginaria ha assunto una forma differente in Europa, dove un presunto passato “pre-politico” si confonde con una visione idealizzata della vita feudale sotto la guida della Chiesa cattolica, col mito del “sangue e la terra” del nazionalismo integralista.
In entrambi i casi, gli ebrei, gli stranieri, gli immigrati o chiunque abbia una fede o un’etnia differente ha costretto il vecchio mondo sulla difensiva. Sono stati loro e solo loro a trasformare una comunità rurale, omogenea, religiosa e tradizionalista (gemeinschaft), in una società secolarizzata, degenerata e alienata, multiculturale e urbana (gesellschaft). Non deve dunque stupire che il desiderio delle vittime della modernità sia di “Fare grande l’America ancora una volta!” (Make America Great Again). Arthur Jones, neonazista e negazionista dell’Olocausto, ha ottenuto 20.000 voti nella corsa per la nomination repubblicana al seggio dell’Illinois al Congresso, pur senza l’appoggio dell’establishment del Partito repubblicano.
Inquietante è poi considerare che siti razzisti come Stormfront, che vantano 300.000 membri iscritti al maggio 2015, e migliaia di giovani non affiliati, abbiano questo seguito di massa. E comunque, con questo tipo di affiliazione dispersa, disorganizzata e alienata, parliamo di un antisemitismo che si pone ancora ai margini.
Sono altre le forme di fanatismo che ci devono preoccupare.
Ora Israele è appoggiato da gruppi evangelici di estrema destra che sostengono l’espansionismo degli insediamenti nei territori occupati. Costoro considerano l’Islam una minaccia alla cristianità ben superiore al giudaismo e, peraltro, il controllo ebraico della Giudea e Samaria potrebbe presagire la Seconda venuta di Cristo.
Oggi l’alleanza di fanatici più insidiosa, negli Stati Uniti, è tra organizzazioni religiose ex antisemite che hanno (temporaneamente) spostato il loro pregiudizio primario su un nuovo bersaglio, e le forze estremiste religiose e nazionaliste d’Israele. A dispetto dei cori nazisti uditi a Charlottesville, i nazionalisti bianchi sono ben più preoccupati della minaccia etnica e culturale rappresentata dagli afro-americani e dai latinos, che dagli ebrei. È così anche per gli evangelici estremisti, ossessionati dal timore dell’introduzione della Sharia, anche se talvolta parlano ancora degli ebrei come dell’anticristo.

L’antisemitismo esiste anche a sinistra. È meno ideologico, più interconnesso alla “causa” del popolo palestinese, ma è diventato ormai una forma di pregiudizio che finisce con il rafforzare la convinzione di tanti ebrei estremisti che la tolleranza sia un’illusione e che ci sia una trama internazionale per distruggere Israele. Ogni manifestazione dell’antisemitismo di sinistra si trasforma immediatamente in un caso mediatico. Tanto per fare un esempio, la Marcia delle donne Usa del 2018 è stata oggetto di accuse di antisemitismo.
Qui poi entrano in gioco anche vecchi stereotipi. Un democratico del consiglio comunale di Washington D.C., Trayon White, ha affermato che “i Rothschild controllano il clima per creare disastri naturali per cui possono pagare i danni, e poi prendere possesso delle città! Stiamo attenti”. Louis Farrakhan, alla guida della Nazione dell’Islam, continua a parlare di “potenti ebrei”, di “ebrei satanici”, i cui agenti, pare, avrebbero creato le persone transgender. Ci sono fior fiore di intellettuali, sia neri sia bianchi, che cercano scuse per difendere l’indifendibile ideologia della Nazione dell’Islam in quanto ha fornito servizi sociali di grande valore alla comunità nera, alle prese con i problemi della dipendenza da droghe e della criminalità. Ma questi intellettuali dimenticano che nazisti e altri movimenti di destra facevano esattamente la stessa cosa. La lotta contro la xenofobia, il razzismo e lo sfruttamento economico è una battaglia politica.

L’antisemitismo resta potente, anche se il suo status è cambiato. Nessun partito attualmente in lizza per il potere porta avanti una piattaforma esplicitamente antisemita. Al di fuori di Grecia e Ungheria, i partiti occidentali antisemiti non hanno affiliazioni paramilitari, il Fuhrerprinzip, né posizioni esplicitamente antidemocratiche. Non ci sono riviste o quotidiani antisemiti di largo consumo, come potevano essere ai tempi del nazismo “Der Sturmer” o “Volkischer Beobachter”. Né c’è una coorte di intellettuali famosi dichiaratamente antisemiti, come erano Ezra Pound e T. S. Elliot, Coco Chanel ed Henry Ford, Charles Maurras o Maurice Barres.
Per quanto il neofascismo e il populismo xenofobo godano di una certa popolarità, a differenza degli anni Venti, oggi i regimi repubblicani occidentali e l’Unione europea liberale hanno un sincero sostegno di massa. Nondimeno, i timori nei confronti della modernità e di una sempre più complessa e disparata società globale esistono ancora, in settori non urbani, nelle comunità etniche e religiose più chiuse, e in classi sociali pre-moderne, come gli agricoltori e la piccola borghesia.

Gli antisemiti hanno sempre visto gli ebrei come gli ambasciatori della modernità, e perciò, per definizione, come una minaccia alla loro visione di una comunità organica. Il giudaismo era la “religione del libro”. Intrisi di razionalismo sin dal principio, gli ebrei simboleggiavano una sfida non solo alla “fede” cristiana, ma ai miti e alle passioni che tenevano insieme la nazione.
I cosmopoliti senza una patria, che parlavano una strana, oscura lingua ebraica, e che idolatravano un dio invisibile, rivendicando uno status speciale per se stessi, diverso da quello degli altri; il Popolo eletto sembrava voler costituire una società dentro la società, una nazione dentro la nazione.
La loro unica speranza di protezione dai pogrom e dalla discriminazione sociale risiedeva nell’abolizione del ghetto, e nella sconfitta della mitologia della “calunnia del sangue”, attraverso la scienza e un’istruzione laica, che separasse la chiesa dallo stato, per essere riconosciuti come eguali per legge con gli stessi diritti e doveri degli altri “cittadini”.
L’idea che l’assimilazione liberale costituisse un’aggressione antisemita all’identità ebraica è assurda; era, piuttosto, una reazione contro una minaccia molto più grave di quella della perdita d’identità.
Pertanto, c’è un’affinità elettiva tra gli interessi ebraici e ciò che Max Weber aveva definito il “disincanto del mondo”, così come tra l’antisemita e il suo nuovo incanto.

Minacciati dalla modernità, gli antisemiti si ritirano nel campanilismo, nell’intuito, nell’anti-intellettualismo, nei miti e nella tradizione. Sarà anche vero che odiano un capitalismo sempre più dinamico e complesso, ma mancano loro le categorie e i riferimenti concettuali per capirci qualcosa. È certo più facile trovare un capro espiatorio, identificarlo come alieno, e per tutta risposta contrapporre una comunità chiusa. Questo permette al fanatico di farsi vittima innocente dell’ebreo e di chi ne fa le veci. Né l’una né l’altra sono immagini reali, naturalmente, ma questo non ha importanza. L’ebreo può essere qualsiasi cosa l’antisemita desideri che egli sia. Sartre aveva ragione quando definiva l’antisemitismo una passione, che non concede alcun contraddittorio razionale, né riguardo la rappresentazione del suo obiettivo, né riguardo quella del suo agente. Quello che conta è la minaccia alla comunità immaginaria; dopodiché il senso dell’appartenenza per il fanatico può prediligere aspetti etnici, linguistici, religiosi o tribali. L’immagine dell’ebreo si adatta alle circostanze. Comunque, lo scopo del fanatico è sempre di dare l’allarme, serrare i ranghi e tenere le cose come sono -o, per meglio dire, come egli suppone siano sempre state.
Gli antisemiti, proprio come gli altri fanatici, si ritengono paladini del “popolo” a prescindere dal fatto che posseggano una maggioranza numerica. Questo perché “il popolo” non è una categoria empirica. Né “il popolo” si traduce direttamente nei cittadini di una nazione. La “comunità del popolo” (volksgemeinschaft), o la nazione integrale è tradizionalmente vista dagli antisemiti come un’entità distinta dallo stato e la sua preservazione è spesso intesa come la giustificazione definitiva per la raison d’etat. Qui ci sono due aspetti interessanti: gli ebrei possono essere visti tanto come un nemico interno, la “nazione dentro la nazione”, quanto come una minaccia esterna che prende la forma della cospirazione internazionale. Gli antisemiti possono rappresentare gli ebrei in entrambi i modi, persino simultaneamente. Sia il significante sia il significato sono immagini costruite della realtà. Che la comunità esclusivista sia identificata con i maschi, etero, cristiani e bianchi, o con i musulmani, o -per quel che conta- con gli ebrei, comunque è in funzione la medesima dinamica. Viene costruito un “altro”, spesso appartenente a un gruppo particolarmente in vista, ma senza potere, che sia adatto alla causa della difesa di una presunta identità in pericolo. La distinzione artificiosa tra “noi e loro” è proprio questo: artificiosa. Ecco perché il dogma isolazionista deve dimostrarsi inattaccabile.

L’adesione allo stato di diritto, e l’espansione (o la restrizione) della partecipazione democratica, sono i criteri determinanti nel giudicare il carattere progressivo o regressivo di una comunità. L’eguaglianza economica è un concetto più debole; spesso è stata rivendicata da regimi autoritari e fascisti, mentre persino i populisti democratici hanno talvolta identificato l’ostilità alle riforme come un sottoprodotto del “capitale ebraico”, o come una cospirazione ebraica internazionale. Ancora, i populisti esclusivisti e gli antisemiti attaccano il “progresso” con formule che non appartengono alle loro controparti di sinistra -e questo incide sulla loro visione degli ebrei. Con il loro presunto disprezzo degli ideali nobili e la preoccupazione per lo “sporco profitto”, gli ebrei sembrano minacciare i legami spirituali della comunità dei cristiani e, in modo invisibile, l’idealismo che dà respiro alla nazione. La scienza, l’istruzione, il cosmopolitismo e la tradizione politica illuminista vengono tutte associate al razionalismo ebraico e tutte finiscono per costituire, nel nome della modernità, un attacco alla comunità tradizionale. L’erosione di quest’ultima rispecchia il disorientamento cognitivo causato dalla messa in discussione della comunità immaginaria. L’unica domanda ammessa è: quanto è grande la minaccia che la comunità deve fronteggiare?

Alla fine tutto è ricondotto al “noi e loro”. Il cristiano bianco e il musulmano nero sono in testa alla classifica -come previsto. Un’assunzione giustificata solo grazie a pregiudizi etnici o religiosi e ai miti che li rafforzano. Tutti argomenti che -a livello inconscio- insinuano dubbi e sensi di colpa, rafforzando così il fascino del feticismo della cospirazione e consolidando i pregiudizi. Ma questa è solo una parte del problema. Anche gli ebrei possono adottare l’idea della cospirazione globale -questa volta dei gentili- che prende di mira Israele. Anche il sionismo ha la sua comunità immaginaria, fatta di ebrei poveri e indifesi che vivono in piccole comunità -persino ghetti- minacciati costantemente con la prospettiva del pogrom. Israele offre protezione e un porto sicuro per gli ebrei, casomai dovesse servire…
Offerta che, a sua volta, giustifica la richiesta da parte dello stato di un sostegno incondizionato.

Gli atti di terrorismo contro le sinagoghe e i singoli ebrei alimentano questa dinamica. Tutto questo porta da un lato all’ignorare l’imperialismo di Israele e dall’altro a sostenere l’illegittimità dell’intero progetto sionista con il corollario che Israele andrebbe distrutto.
La propaganda israeliana, pertanto, diventa via via più efficace, man mano che si rivela autodistruttiva. Il fatto che anche la più innocua critica a Israele venga aspramente sanzionata porta a confermare l’immenso potere degli ebrei. Ciò a sua volta rafforza l’immagine di Israele come stato imperialista; epiteto che si è guadagnata grazie alle politiche barbariche nei confronti della Palestina, all’apparente erosione delle prospettive della soluzione a due stati, al trasferimento dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme, al sospetto dell’annessione bella e buona dei territori occupati, all’espansione degli insediamenti e alla terribile condizione di Gaza.
Tutto ciò dovrebbe poter essere discusso liberamente dagli analisti politici, eppure anche nelle loro teste le politiche imperialiste finiscono per mescolarsi con i miti tradizionali della cospirazione globale ebraica. Così gli interessi della destra israeliana vengono identificati con quelli di tutti gli ebrei.
Tenere distinte le legittime critiche a Israele da quelle illegittime mosse a tutti gli “ebrei” diventa una questione sempre più urgente; forse uno i compiti più importanti della moderna “critica dell’ideologia”. L’esitazione a occuparsene, a sinistra, e un’inerzia interessata, a destra, fanno l’interesse dei fanatici e fomentano questo clima dogmatico. È ben noto che alcuni editori di sinistra non pubblicherebbero mai opere mediorientali che non sostengano esplicitamente la campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (Bds), e che per molti a sinistra l’abbandono del sionismo è ormai precondizione per qualsiasi “attivismo progressista”. Simili posizioni non fanno che ribadire l’impressione di un sorta di attacco “selettivo” verso i mali di Israele, mentre ci si dimentica di denunciare regimi genocidi ben più eclatanti.
Dall’altra parte, le polemiche sul pericolo antisemita provocato dalla campagna Bds e la volontà di interdire le loro iniziative nelle università e nei dibattiti pubblici rischiano di inibire qualsiasi critica alle politiche israeliane.
Ovviamente neri ed ebrei devono temere più le adunate dei Tea Party, le marce fasciste e le manifestazioni dei nazionalisti bianchi, che le proteste per i diritti civili e le manifestazioni sul controllo delle armi. Alex Jones potrebbe addirittura affermare che i maldestri manifestanti del Ku Klux Klan, in realtà, erano degli ebrei provocatori (e con del tempo a disposizione visto che avrebbero pure coordinato svariati elementi di quello “stato occulto” che ha come bersaglio la presidenza Trump).
Criticare l’antisemitismo e l’imperialismo significa anche fare i conti con i possibili reagenti; ignorare la propaganda populista per proteggere meglio la “vera” vittima (che siano gli afro-americani o i palestinesi), non è mai stata una strategia efficace, perché finisce per compromettere la vera solidarietà, il cosmopolitismo e lo stato di diritto liberale. E queste oggi sono questioni di una certa rilevanza.
I negazionisti dell’Olocausto, i fascisti, i suprematisti bianchi, diversi evangelisti e fanatici anti-sionisti si sono ritrovati in una coalizione che in qualche modo si sovrappone, in rete, a “un’avanguardia di gamer adolescenti, amanti degli anime giapponesi che sotto pseudonimo pubblicano svastiche, conservatori ironici ‘à la South Park’, burloni antifemministi, molestatori nerd e importunatori del web che pubblicano contenuti virali” [Angela Nagle, Kill All Normies: Online Culture Wars from 4chan and Tumblr to Trump and the Alt-Right], le cui posizioni politiche sono ammantate di cinismo, e da un’inutile dedizione alla trasgressione fine a se stessa. Non del tutto consapevoli della spazzatura che vanno diffondendo, ricordano il Topolino “apprendista stregone” del film Fantasia (1940), che scatena forze pericolose e potenti senza poterle più controllare.

Si paragonano spesso i migranti latinos e arabi del presente con gli ebrei del passato in fuga dal nazismo. Alcuni di questi parallelismi sono legittimi. Nell’immaginario antisemita, l’ebreo era implicitamente visto come un cospiratore transnazionale intento a distruggere la civiltà cristiana. Oggi è un po’ diverso, perché non c’è più quest’idea di un’unica minaccia. I rifugiati che fuggono dalla miseria economica dell’America latina entrando negli Stati Uniti dal sud e gli arabi che ci “invadono” dal Medio Oriente rappresentano una minaccia all’etica protestante ma anche alle caratteristiche dell’American way of life. Queste due minacce si completano l’una con l’altra. Gli ispanici vengono criticati perché sfruttano il welfare state, mentre continuano a dedicarsi al crimine, o a drogarsi, mentre gli arabi sono visti come terroristi. La retorica fanatica e gli stereotipi che circolano sono tanto reprensibili oggi quanto lo erano negli anni Trenta, quando gli ebrei erano visti come alieni, anticristiani, sovversivi. È bene ricordare che gli Stati Uniti hanno accolto solo 75.000 degli oltre 400.000 ebrei in fuga della sola Germania. Non c’è mai stata un’invasione. Le ideologie che giustificavano la loro esclusione erano forse leggermente differenti, ma la paranoia xenofoba è evidente in entrambi i casi. E le implicazioni sono simili. Il pregiudizio anti-immigrati, allora come oggi, non fa che condannare la maggioranza dei profughi.
Il sentimento radicale anti-arabo è stato innescato dall’11 settembre, dall’invasione statunitense di Afghanistan e Iraq, dal continuo aumento della sfiducia nell’Iran, tanto quanto dalla guerra civile in Siria e dalla nascita dell’Isis.
Negli Stati Uniti prevale la convinzione che il paese si trovi in guerra contro un unico popolo (gli “arabi”) che segue i precetti dell’Islam (anch’esso unico e indifferenziato). La lotta è sempre tra “loro” e “noi”. In passato abbiamo guardato agli irlandesi, agli italiani e agli ebrei come a degli estranei, ma non dei terroristi. I gruppi etnici precedenti hanno suscitato disprezzo, non paura. Le azioni terroristiche degli estremisti arabi in Europa infiammano la xenofobia dei populisti di destra. La Sharia sembra l’ultima goccia, e le paure -del tutto esasperate- di una sua implementazione hanno spinto sedici stati a vietarla ufficialmente, e i repubblicani di trentadue altri Stati hanno proposto leggi per fare lo stesso.
La maggior parte di chi nutre pregiudizi contro i musulmani ci tiene a dichiarare di non essere razzista, ma siccome gli Stati Uniti sono in guerra, loro preferiscono essere cauti. Ammettono (a malincuore) che non è vero che tutti i musulmani sono terroristi, ma è vero che la maggior parte dei terroristi sono musulmani -e che, per tenere fuori quella minuscola minoranza, è necessario chiudere le porte alla maggioranza non-terrorista. I diritti civili non sono mai stati particolarmente importanti per l’estrema destra, e solitamente si sostiene che questa strategia sia spiacevole, ma necessaria per il bene della “sicurezza”.
Qui si apre un varco per l’antisemita: che sia di estrema sinistra o di estrema destra, tira regolarmente fuori i “soldi degli ebrei”, e associa il sionismo al razzismo e all’imperialismo. Qualcuno cerca di attirare l’attenzione su di una cospirazione globale degli ebrei, quella che si suppone starebbe rafforzando Israele, mentre altri sostengono che ci siano gli ebrei dietro al multiculturalismo che starebbe spingendo l’Europa cristiana a commettere un “suicidio spirituale”.

Gli antisemiti esistono e le loro file vanno ingrossandosi. Ma il fatto che molti siano indignati per le politiche di Israele non è senza ragioni. Potrà anche essere l’unica nazione formalmente democratica di tutto il Medio Oriente, ma ciò non significa che i suoi leader stiano abbracciando il cosmopolitismo, o che emanino leggi o politiche progressiste.
Soprattutto chi è coinvolto nel conflitto israelo-palestinese dovrebbe distinguere le legittime critiche alle politiche israeliane dall’odio per gli ebrei. È fondamentale per i cittadini di entrambe le parti criticare chi cerca di confondere i due livelli, manipolandoli a proprio beneficio. Gli estremisti di qualsivoglia colore politico rifiutano la reciprocità. Patiscono un senso di identità deformato, che ha chiuso fuori le altre culture e gli altri punti di vista. Le loro convinzioni sono sconsiderate, apodittiche, e in tali circostanze non è possibile alcun approccio alla realtà.
Tutto questo purtroppo non fa che rafforzare l’appeal suscitato dal feticismo della cospirazione e dall’idea che ci sia una forza -il “deep state”, la Cia, o la “mano invisibile”- che in segreto sta manipolando la società. Una vecchia disperazione va rinnovandosi. Il religioso, il vero credente, probabilmente guarderà verso l’alto, in cerca di una guida. L’uomo della strada, che crede di saperla lunga, sbandiererà la sua “esperienza” della “vita vera”. Se è un “caro bravo ragazzo”, radunerà i suoi per piangere l’infausto futuro della società. Ma se è un fanatico, sognerà di regolare i conti con gli ebrei o qualunque altro outsider.
Le vecchie abitudini sono dure a morire.
(traduzione di Stefano Ignone)

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