Ilva di Taranto – Intervento di Francesco Ciafaloni

Una città n. 261 – novembre 2019

Faccio parte della generazione di ingegneri che hanno cominciato a lavorare, subito dopo la laurea, nelle grandi aziende, nei grandi impianti petroliferi e siderurgici avviati nei primi anni Sessanta: all’Anic di Gela e al siderurgico di Taranto, tra gli altri. Un mio vecchio amico, che ho risentito nei giorni scorsi, ha lavorato a Taranto tutta la vita. Oggi i giornali parlano della polvere rossa che si accumula alla base degli altoforni a Taranto e si riversa sul quartiere Tamburi.

Nel breve periodo in cui ho lavorato a Ravenna, nei primi anni Sessanta, nelle sale si proiettava Deserto rosso di Antonioni, sulla desolazione ambientale e sociale di quella città per l’arrivo della grande industria. Sono passato dalla grande industria alla editoria nei primi anni Settanta, quasi mezzo secolo fa, ma continuo a sentirmi coinvolto da ciò che succede nelle città colpite dall’inquinamento industriale anche più pesantemente di Torino, da cui sono scappato per vivere in campagna.
Ho un ricordo personale di alcuni dei traumi sociali prodotti dalla costruzione e dall’avvio dei grandi impianti. Non si è trattato solo di condizioni di lavoro pesanti e di conflitti sindacali. Né solo di grave inquinamento ambientale. Si è trattato anche di importazione di lavoratori e di immigrazione delle famiglie senza abitazioni e piani urbanistici adeguati. A Taranto la popolazione, tra il ’61 e l’81, è aumentata da 180.000 a 240.000 abitanti. Non si è trattato di crescita naturale, di nascite che superano le morti, ma di immigrazione dalla regione, che ha più che compensato la grande emigrazione verso il nord, massima in quegli anni. Non sono stati solo i vecchi tarantini a respirare la polvere rossa e i gas al quartiere Tamburi. L’hanno respirata anche i nuovi immigrati, finiti ad abitare vicino agli impianti perché è lì che hanno trovato le case disponibili.
Del resto il comune di Torino è l’esempio più clamoroso in Italia di immigrazione prodotta dalla crescita industriale. La città aveva 670.000 abitanti nel ’51, superò il milione di abitanti nel ’61, raggiunse 1.200.000 nel ’71, cominciò a scendere nei decenni successivi, fino agli 884.000 di oggi. Senza contare gli irregolari, per usare il termine che si usa oggi per gli immigrati stranieri: i familiari privi di residenza e i lavoratori in nero nell’indotto.
Quando si parla di Ilva, della polvere, dei fumi, può capitare di pensare che sarebbe stato meglio se i grandi impianti siderurgici non fossero mai stati costruiti. Intanto però si guida la propria automobile, che non solo inquina ma è stata costruita con l’acciaio prodotto, se non proprio all’Ilva, in un’acciaieria simile, verso una casa che, se non è bassa e in mattoni, si regge grazie ai tondini di acciaio affogati nel cemento e nelle scanalature dei forati, su cui poggiano i pavimenti, se non poggiano sulle travi d’acciaio a doppio T.
Non bisogna guardare al passato come a un processo rigido, che non poteva andare che così, ma neppure come a un fenomeno totalmente volontario che i cittadini e i politici avrebbero potuto modificare a piacere, senza vincoli o conseguenze gravi, evitando tutto ciò che oggi ci sembra negativo. Ma ciascuno di noi avrebbe potuto fare scelte diverse; e i soggetti collettivi, sociali, a seconda delle dimensioni e della forza, avrebbero potuto cambiare la natura e gli effetti dei processi. In particolare, nel caso della costruzione dei grandi impianti, gli interventi istituzionali, economici, sociali, avrebbero potuto e dovuto riguardare non solo le modalità tecniche della costruzione ma i modi del reclutamento e dell’accoglienza dei lavoratori, oltre alla retribuzione e alle condizioni di lavoro, a partire dalla sicurezza. Non si è trattato solo della scelta di fare o non fare ma del dove e come fare. Non solo del modo di costruire gli impianti e del dove costruirli, scelta in parte condizionata dalla logistica, dalla necessità di fare arrivare facilmente il minerale e di trasportare facilmente i laminati e i tondini dall’impianto siderurgico alle industrie e alle costruzioni che usano l’acciaio. Si è trattato anche del dove e come costruire le case.
Discuterne non è solo un esercizio storico critico sul passato. Trasformazioni economiche e tecnologiche avvengono ancora, le migrazioni ci sono sempre e sono più evidenti perché sono anche migrazioni dall’estero e per l’estero, con problemi di lingua, di abitudini, di aspetto dei migranti. I modi della costruzione, del reclutamento, dell’accoglienza, le condizioni di lavoro degli impianti che si costruiscono oggi sono un problema politico per noi, adesso.
Oggi la situazione economica è stagnante. Ma la stagnazione totale non deve far dimenticare i mutamenti che non si vedono nel totale perché si compensano. Oggi, per esempio, il consumo di prodotti energetici, dopo qualche anno di decrescita, è sostanzialmente stabile. Ma il paese resta esportatore e importatore di energia, in quantità che si compensano. La diminuzione della popolazione residente è modesta solo perché l’immigrazione compensa in parte il fatto che i morti sono più dei nati. Come accogliere, formare, inserire socialmente i lavoratori nuovi e le loro famiglie è un problema che ci riguarda, adesso.

L’ambiente
Ci si può chiedere come sia stato possibile che impianti fortemente inquinanti siano stati costruiti senza una forte opposizione in tutto il paese e nei luoghi di insediamento.
La risposta può essere che mezzo secolo fa non eravamo sensibili ai problemi ambientali. Preoccuparsi dell’ambiente più del lavoro ci sembrava un lusso. Eppure, nel mio caso, l’industria della estrazione e della trasformazione del petrolio è sporca, maleodorante, nociva in modo evidente. I vasconi di Gela erano impressionanti. C’era tanto catrame nell’acqua da dare l’impressione di poterci camminare sopra. I gas qualche volta mozzavano il respiro. Ma ho impiegato lo stesso molti anni a rendermi conto che non si trattava di effetti inevitabili della estrazione e lavorazione del petrolio.
Quando ho cominciato a lavorare, anche la retribuzione, il contratto, gli orari, mi sembravano irrilevanti rispetto al fatto sconvolgente di aver trovato un lavoro in una azienda importante in quindici giorni, di fare davvero l’ingegnere -davvero fino a un certo punto perché sul campo, all’inizio, non sai, non riconosci, non capisci proprio nulla. Ti riempiono di indumenti di sicurezza. Le scarpe con il plantare e le punte d’acciaio, il casco, i guanti, gli occhiali, ti sembrano insieme strumenti di tortura e simboli di status: non sei nessuno; sei uno che lavora in un cantiere di un’azienda importante.
Ma non ci vuole molto a capire che un cantiere è un posto pericoloso, pieno di punte, spigoli, oggetti duri e pesanti in movimento e precariamente appesi, pieno di puzze, di schizzi di acidi, di fango, di tubi che rotolano; che l’attrezzatura che ti hanno dato è il minimo indispensabile; che devi imparare a difenderti, stare molto attento. Chi lavora in cantiere sopravvive se impara a prevedere ciò che può capitare e sta molto attento. Ho cominciato anche a capire che un impianto può essere molto pericoloso anche per chi ci vive accanto senza lavorarci. Allora non capivo l’importanza dell’inquinamento ambientale generale, in senso proprio, ma non potevo non vedere la prepotenza diretta dell’azienda nei confronti dei contadini: i rumori, i gas, gli scarichi, i passaggi di mezzi cingolati senza chiedere il permesso, gli scavi senza chiedere il permesso. Non ero certo un’eccezione. I colleghi, i compagni, erano anche meno sensibili di me.

Il lavoro
Ho cominciato a capire dall’interno i problemi del lavoro dopo qualche mese. Altri nelle mie condizioni avranno seguito un percorso diverso, opposto. Già nell’uso degli scarponi di sicurezza c’erano differenze. Ho detto che potevano essere considerati un simbolo di status. Ma era più frequente considerare un simbolo di status il non doverli mettere mai. Un ingegnere non è tenuto a infangarsi. Può stare alla scrivania, al tecnigrafo -allora, oggi al computer. Può fare tutta la carriera con le normali scarpe da città. Molti ci riescono, anche lavorando in industrie inquinanti, sporche.
Per me fu un vero risveglio l’aver partecipato a uno sciopero proclamato dalle tre confederazioni. Lo sciopero mi sembrava giusto e lo feci. Mi aspettavo conseguenze negative ma non di essere convocato nella sede centrale, redarguito, trasferito, messo in un ufficio a non far nulla. Mi dissero che quello era uno sciopero degli operai e dei periti e io non ero né un operaio né un perito. Cosa volevo?
Risposi che non avevo né rancori né rivendicazioni personali. Lo sciopero riguardava però tutti i dipendenti e aveva rivendicazioni giuste. Avevo semplicemente esercitato un mio diritto. Non avevo capito che, semplicemente, ne abbiano o no il diritto, gli ingegneri, in cantiere, non scioperano.
Qualche anno dopo mi capitò di difendere sindacalmente un mio collega ingegnere che non conoscevo di persona e di sostenere il suo caso partendo dai diritti dei lavoratori. Mi chiese: “Perché mi chiami lavoratore? Ho studiato cinque anni per non fare il lavoratore e tu mi metti tra i lavoratori!”. La differenza dai non laureati per lui era più forte della comune dipendenza dalle ingiuste decisioni aziendali. Anche le gerarchie, le differenze di condizioni e di potere, possono spiegare perché ciò che è evidente nei cantieri, sul campo, in produzione, diventa oscuro negli uffici in cui si decidono le scelte tecnologiche e si trascurano i problemi sociali.
In ogni caso, nel tempo, i gas e le polveri si vendicano di quelli che non ne hanno tenuto conto  perché, anno dopo anno, invadono anche il cielo sopra le città, tingono di rosso anche le strade urbane, rendono difficile il respiro anche ai padroni. Purtroppo a quel punto non si può cancellare il già fatto e non c’è salvezza neanche per quelli nati dopo i fatti, che non sono colpevoli di nulla.

Le possibilità e i pericoli futuri
Su scala globale i comportamenti degli italiani e degli europei non contano molto.
L’intera Europa produce il 10% dell’acciaio del mondo, 170 milioni di tonnellate. La Cina ne produce il 49,2%, 831,7 milioni di tonnellate; il Giappone 104,7 milioni; l’India più di 100 milioni; gli Stati Uniti 81,6 milioni; la Russia 71,3 mioni. Ma su scala locale qualcosa possiamo fare. Anche se l’atmosfera terrestre è comune a tutta l’umanità, l’inquinamento di Torino, certo alto, non è quello di Nuova Delhi. Su quello di Torino, su quello di Taranto, possiamo influire. Partiti e movimenti dicono di avere un’alta sensibilità all’ambiente. Bisogna riuscire a trarne delle conseguenze pratiche. È un compito che ci riguarda. Malgrado lo scivolamento a destra della politica italiana, forse la consapevolezza diffusa dei problemi ambientali non sparirà. Se prevarrà la tendenza neoliberista ci sarà un conflitto di fatto tra le parole ecologiche condivise da tutti e le reali scelte delle aziende. Ci sarà necessità, come sempre, di trasformare le parole in atti, in scelte sociali e tecniche. Nel prossimo futuro ci giocheremo non solo la libertà ma anche il respiro.

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