Nostalgia di Bournville – Lettera di Belona Greenwood

Una Città 261 / 2019

Cari amici,
è uno di quei tetri pomeriggi novembrini, in cui i nostri istinti di mammiferi ci ammaliano con la voglia di andare in letargo. Non ho nessuna voglia di lasciare casa per affrontare il vento gelido e la pioggia che in cortile sferza la mia siepe di ligustro incolta. Sono oberata di cose da fare e me ne sto imbacuccata nelle coperte. Qui ci si sente al sicuro. Le turbolenze degli ultimi mesi se ne stanno al di là della finestra. La mia casa come un riparo sull’orlo del baratro. Non c’è nulla intorno, se non le intemperie del clima politico. Da dentro la mia bolla posso galleggiare sopra il resto del mondo. Posso lasciare che questa stagione, scomoda e fastidiosa, mi tenga dentro casa e che bagni tutto, intorno a me, senza scalfirmi, e posso svegliarmi solo quando le elezioni politiche saranno passate. Come se…


Improvvisamente sento bussare alla porta. Lascio entrare una folata di vento, mentre una militante laburista mi chiede il permesso di affiggere un cartello nel cortile davanti casa. Ammetto di essere un po’ combattuta. Tra le tante accuse rivolte al Partito laburista, quella di antisemitismo, e il solo sospetto che sia fondata, mi ha spinta a rinunciare alla tessera. Tuttavia l’attivista dichiara, tutta infervorata, di essere ebrea e che si tratta solo di una confusa macchinazione a opera della destra e della stampa, che dovrei votare laburista per liberarmi di Johnson… e poi vedo le lacrime nei suoi occhi, e mi rendo conto di quanta diffidenza, se non aperta ostilità, stia incontrando. Ci troviamo in un territorio sconosciuto, ora che le persone se ne vanno alla deriva dalle loro posizioni elettorali tradizionali. È tutto davvero disorientante e doloroso.
Per distrarmi, mi collego allo streaming di Channel Four. Guardo affascinata una pubblicità di Amazon Tv che mostra diversi addetti che, all’interno di un magazzino immenso, spiegano come mai adorano lavorare per quel gigante. È per via della flessibilità, della settimana lavorativa di quattro giorni, perché qualcuno porta le torte… per non parlare degli stipendi e delle condizioni di lavoro. Si può persino fare un tour dello stabilimento, muniti di gilet catarifrangenti.
L’anno scorso Amazon ha deciso di corrispondere ai suoi 40.000 dipendenti britannici il salario minimo. È certo un buon inizio, ma dato che, stando a “Forbes”, il proprietario è l’uomo più ricco della storia moderna, sono certa che il signor Bezos avrebbe potuto fare di meglio. Come fatto notare dalla Living Wage Foundation [l’ente impegnato a favore dell’introduzione di un salario minimo di sussistenza], una coppia di genitori che lavorano full time percependo il salario minimo, così come definito ora, guadagnano comunque 49 sterline [circa 57 euro] in meno di quello che è necessario a coprire le spese essenziali per vivere.
Inoltre, è venuto fuori che, per qualche motivo, Amazon nel 2017 è riuscita a pagare meno tasse degli anni precedenti, anche se i suoi utili ante imposte sono cresciuti. Secondo il programma “Fact Check” di Channel Four, le vendite di Amazon nel solo Regno Unito nel 2017 sono passate da 9,5 miliardi di sterline [oltre 11 miliardi di euro] a 11 miliardi di sterline [oltre 13 miliardi di euro]. Una cifra colossale. Questo significa che i profitti ante imposta sono passati da 24 milioni di sterline del 2016 a 72 milioni. Ciononostante, l’ammontare delle tasse versate è sceso da 7,4 milioni a 4,6 milioni. E le tasse, finanziando la spesa pubblica, migliorano la vita di tutti noi.

In questi giorni provo un senso di nostalgia. Rimpiango i tempi in cui i capitani d’industria guardavano oltre i profitti e si dedicavano attivamente anche alle buone azioni; quando questo zelo partiva dal miglioramento delle condizioni dei lavoratori. Molti di questi filantropi appartenevano a famiglie di quaccheri, come i Cadbury, celebri per il loro cioccolato, ma anche per la loro lotta contro i mali della società.
La famiglia Cadbury volle mettere in piedi qualcosa di meglio delle fabbriche opprimenti e pericolose tanto diffuse all’apice della Rivoluzione industriale, e così costruirono il villaggio modello di Bournville, circa sei chilometri a sud di Birmingham, avviando una fabbrica che offriva ai suoi dipendenti servizi inauditi, come una cucina dove gli operai potevano scaldarsi i pasti, e spogliatoi con un impianto di riscaldamento adeguato. Nel villaggio degli operai c’erano un giardino, un parco giochi, campi di atletica, e agli impiegati erano assicurati buoni salari e assistenza medica -una cosa ancora più importante, in un’epoca antecedente all’istituzione del servizio sanitario nazionale, quando i dottori bisognava pagarli. Come ebbe a dire George Cadbury: “Se la campagna è un buon posto dove vivere, perché non dovrebbe esserlo anche per lavorarci?”.
Si è portati a credere che quel vecchio mondo, in cui si restituiva, sia andato perduto, ma esistono ancora imprenditori che operano nello spirito del “dare”. C’è Ecosia, il motore di ricerca che pianta gli alberi dove ce n’è più bisogno; Who Gives A Crap, che fornisce rotoli di carta igienica riciclati e che dona metà dei suoi profitti a Water Aid, la no profit che costruisce toilette in aree del mondo dove queste infrastrutture non esistono. Questa condotta fa parte dell’essenza stessa di queste aziende e ha le sue radici in una certa tradizione filantropa: potrebbe essere il miglior orientamento futuro per un capitalismo ormai screditato, che rovina le persone, con quell’approccio all’insegna del laissez-faire che alcuni di noi temono sarà il futuro del Regno Unito dopo la Brexit.

Chiudo le tende lasciando fuori il tempaccio e valuto l’idea di prenotare un biglietto per la proiezione dell’ultimo film di Ken Loach, “Sorry we missed you”. Questa volta la storia racconta i lavoratori della “gig economy”: di Ricky, addetto alle consegne, che deve correre a tutta velocità (senza nemmeno il tempo per andare in bagno), e sua moglie Abby, che fa assistenza domiciliare. Non c’è tempo per lavorare con cura e compassione. Le persone sono costrette ad accettare contratti a zero ore, o un lavoro autonomo.
L’impatto di tutto questo sulla vita familiare spezza il cuore. Ogni tanto mi reco in una scuola primaria, dove incoraggio i bambini a scrivere delle storie, e mi sconvolge scoprire quanti consumino anche il loro pasto serale a scuola, dato che i genitori fanno turni talmente lunghi che non possono permettersi di cenare con i figli. È una situazione che ho notato negli ultimi anni e che si sta diffondendo.
Paul Laverty, l’autore della sceneggiatura del film di Loach, spiega che “due terzi dei nuovi lavori creati sono precari, senza alcuna garanzia né sul piano del reddito né su quello dell’orario; si tratta di una sorta di regime di autonomia dove tutta la responsabilità ricade sul lavoratore singolo, su cui incombe costante la minaccia di finire indebitato”.
Secondo Deloitte, azienda professionale di servizi e contabilità, entro il prossimo anno un terzo dell’intera nostra economia sarà parte della “gig economy”: un mondo di insicurezza lavorativa e, troppo spesso, di paghe troppo basse. Un mondo ben lontano da Bournville.
(traduzione di Stefano Ignone)

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