Ancora ultimi poeti – Novecento poetico italiano

Novecento poetico italiano di Alfonso Berardinelli

C’è un libro di Peter Handke, uno dei suoi migliori, che riguarda la vita di sua madre ma che nel titolo definisce una dimensione, uno strato subliminale, seminascosto della vita, di cui non è facile parlare e di fronte al quale perfino la letteratura, in prosa e in versi, spesso si arrende. Quel titolo è: Infelicità senza desideri e sembra che la sua grigia foschia sia sempre lì in agguato per avvolgere, prima o poi, la vita di tutti, o di molti e di ognuno.

In effetti una specie di “infelicità senza desideri” mi sembra che abiti piuttosto stabilmente in non pochi poeti italiani di fine Novecento. Uno di questi è Attilio Lolini, divenuto quasi una leggenda per la sua estrema discrezione, per la sua capacità di apparire e scomparire. Nell’antologia da lui curata, La poesia italiana oggi (Castelvecchi 2004), Giorgio Manacorda dice di non essere “molto sicuro dell’esistenza di Lolini nella letteratura italiana, poiché egli è stato molto, e molto ingiustamente, ignorato dai suoi contemporanei”. Nato a Siena nel 1939, sembra che Lolini non si sia mai mosso da lì e forse si può capire se fra le sue traduzioni ce n’è una dall’Ecclesiaste, in cui, come una volta tutti sapevano, si dice subito: “Vanità delle vanità, tutto è vanità… Una generazione va e una generazione viene, eppure la terra sta sempre ferma. Il sole sorge, il sole tramonta e si affretta verso quel luogo da cui rispunterà… Tutti i fiumi scorrono verso il mare, eppure il mare mai si colma”.
Dunque perché darsi da fare, perché affannarsi? Le sue poesie Lolini le ha pubblicate solo da editori minori come L’Obliquo e Barbablù, forse perché gli editori maggiori lo hanno respinto, o forse perché Lolini ha respinto loro per disinteresse, pigrizia, indifferenza. O meglio ancora perché come autore di poesie è ben consapevole che più di duecento o trecento lettori non si avranno, lettori che vogliano e sappiano leggere, perché quelli in soprannumero più saranno e meno capiranno.
A sentire la voce di Lolini si capisce tutto subito:

Limoni

Quando arriva il mattino
Non guardarti attorno
Sono giorni strani
Che separano le parole
sfumano l’oro dei limoni.

Alzarsi non conviene
Meglio stare a letto
oppure andare a spasso
senza muovere passo.
(da Poesie futili)

Pigro e sfiduciato l’autore, pigra e sfiduciata la sua metrica, pigro e sfiduciato il messaggio che chi scrive manda a se stesso. Intorno c’è poco da guardare. I giorni, cioè non uno ma tutti, sono “strani”, cioè estranei, incomprensibili, non si può attribuire loro un senso: si può solo constatare che ostacolano i rapporti fra una parola e un’altra, non permettono una sintassi e in più anche i limoni, là fuori, sfumano in un pallore stanco. Così l’immobilità è il solo movimento adeguato a una mancanza di senso che deprime ogni energia. È proprio, quella di Lolini, un’“infelicità senza desideri” che riesce a malapena a tradursi in espressioni verbali inevitabilmente inespressive.
Se è bene che la poesia dica la verità e se la verità è questa, sarebbe stato difficile dirla più precisamente e semplicemente di Lolini. Poesia ai più bassi livelli energetici, che onestamente e con un filo di comicità riconosce ciò che non si ha neppure la forza di negare. Si potrebbe anche fare la malinconica ipotesi che Lolini dica qualcosa che non lo riguarda solo personalmente, perché non si vede all’orizzonte proprio niente che abbia la forza di convincere a dire e fare di più. Una pigra inerzia, a volte desolata, a volte perentoria come una inconfutabile clausola, visita la poesia di non pochi poeti.
Elio Pecora, nato nel 1936, è ancora più esplicito, benché in un tono letterariamente più sostenuto:

Tutto è avvenuto
la porta varcata
i sigilli infranti
le pupille sorprese nello specchio
perquisiti la stanza, i cassetti,
scrutati dalla finestra
la strada e l’incrocio,
progettata l’uscita,
quindi il torpido sonno,
i sogni intricati,
il risveglio.
Tutto è avvenuto.
Non altro che questa vigilia,
che l’infinito elencare
i motivi del mancamento.
(da Poesie 1975-1995)

Se l’energia non manca e a volte si manifesta in un impeto che accumula annotazioni sui propri contemporanei, sui propri simili, allora l’inerzia esplode nell’incongrua eloquenza che sembra di denuncia ma soprattutto elenca, accumula constatazioni inoppugnabili.

Impromptu

Farneticano. Che altro possono? La vita
si incarica di sfuggirgli. Vorrebbero
ghermirla,
possederla, come un vestito,
una sedia. Invece, vi stanno dentro,
tutti interi. E almeno in parte sanno che,
a uscirne, sarebbero persi, definitivamente.
Pensano. Il privilegio di pensare. Piuttosto
annaspano, in un pozzo, col naso rivolto
al filo di luce che viene dall’alto. Lassù,
sono certi, o almeno sperano,
qualcuno li attende. Intanto annaspano.
S’aggirano, in uno spazio stretto, e pure
sta tutto lì dentro il mondo
che pretendono di possedere: una stanzuccia
un buco, ma rintrona di grida,
richiami, lamenti, anche risa.
Vorrebbero, gli storditi, gli ingenui,
un solo bene, ma eccessivo,
inaccostabile. Lo chiamano felicità ed è
una sorta di stasi: non voglio, non aspetto,
non spero. Fermo, in una luce
che nemmeno acceca,
perché circonfonde. È felice la bestia,
la foglia – sostengono o hanno sostenuto
fino a ieri l’altro, quando guardavano
bestia e foglia con l’occhio dell’unico
pensante padrone. Lasciateli dire.
Si consumano parlando. Si acquietano
mentre accusano, mentre disperano.
Inutile fermarli. Dopo ricominciano.
Li vedete, sprofondati nei loro assilli.
Ma il resto, domandate, tutto il resto?
Ci vuole poco a capire. Questo spazio,
in cui si dilaniano e annaspano,
se lo portano addosso, dentro, giorno e notte,
dovunque.
[…]
Guardateli. Vi somigliano. Nella disperazione
non smettono di sperare. S’aggirano nel
labirinto. A chi riuscirà
di uccidere il mostro e trovare l’uscita?
(da Per altre misure, 2001)

L’interrogativo del primo verso e l’interrogativo dell’ultimo, non possono lasciare dubbi: fare in modo che le cose cambino è improbabile o impossibile. Nel labirinto in cui si vive, c’è di certo un qualche mostro, ma quello che manca è l’eroe capace di affrontarlo e ucciderlo, capace di trovare la via d’uscita.
Se poi si legge Umberto Fiori, nato nel 1949, si vede che la situazione, se cambia, è solo nelle apparenze, nell’ambientazione. Uno scenario urbano semivuoto, un po’ spettrale eppure del tutto normale, dove le cose più vere e reali sono le cose stesse, le cose inerti a cui si rivolge uno sguardo che vede, ma il cui vedere si ferma su se stesso:

Visioni

Vetrine, macchine:
è tutto così liscio, così lucido.
La gente in giro,
appena può, si specchia.

Ma fuori, ai capolinea
dove finisce il comune
e più avanti, nei campi, in mezzo al verde,
sole le cose si vedono.

Nel fango secco oppure lassù, nel cavo
dell’alta tensione, uno
riflessi non ne ha più. Manca,
si perde.

Allora viene la paura
di apparirsi di colpo. Come ai bambini,
nelle cantine, il diavolo.
(da Chiarimenti, 1995)

Qui il mostro del labirinto è sostituito da un diavolo che può fare paura solo perché è così nascosto in se stessi da coincidere con quanto di se stessi si ignora, si nasconde, si cancella, si teme. Le superfici del mondo su cui lo sguardo ogni tanto si sorprende a indugiare, sono lisce, lucide, lustre: impenetrabili nella loro evidenza fisica e insensatezza. Sembra che l’autore viva di riflessi, vetri e vetrine in cui incontra la propria immagine, la sola cosa che testimoni e confermi la propria esistenza:

Riflessi

Da un autobus all’altro,
da un corridoio di treno
a una spianata lustra di macchine,
sprofondavo nel grande cuore segreto
dove tutti siamo nascosti.

La mia faccia, specchiata nelle porte
dei bar-tabacchi
finalmente invisibile,
sembrava ancora più nuda
adesso, ancora più oscena.

Questa smorfia di sasso
me la portavo addosso
come una donna incinta
il feto morto.
(da Tutti, 1998)

La realtà è o ha un “grande cuore segreto dove tutti siamo nascosti”. Ancora un labirinto nel quale ci si aggira stralunati in cerca di sé. Ma questo sé, la propria faccia, non è che una “smorfia di sasso” da cui non potrà nascere niente, rivelarsi niente, perché dietro e dentro non c’è niente, anzi c’è una vita già morta prima di essere nata.
In Fiori manca l’umorismo stanco di Lolini, manca la nettezza diagnostica e un po’ teatrale di Pecora. Ci sono vergogna e orrore di sé, l’attesa di un momento rivelatore che liberi dal dubbio di non esistere.

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