Il racconto di Amazigh – lettera di Emanuele Maspoli

Una città n. 258, giugno-luglio 2019

Cari amici,
nel rapporto ‘Vida en la necrofrontera’, l’organizzazione Caminando Fronteras fondata dall’attivista Helena Maleno segnala ben settanta naufragi di imbarcazioni di migranti, dall’inizio del 2018 ai primi quattro mesi del 2019, nel Mediterraneo occidentale, la maggioranza avvenuti nella cosiddetta rotta di Alboran (da Nador a Almeria) e a seguire nello Stretto di Gibilterra.

Delle più di mille vittime, sono stati recuperati poco più di duecento corpi. I dispersi nel Mediterraneo occidentale tornano ad essere tanto numerosi quanto difficilmente ricordati e censiti. Non potendosi chiudere ermeticamente frontiere estese e il mare stesso, i flussi migratori vengono spostati.
Il Mediterraneo continua a mietere vittime e torna a farlo dalle parti del Marocco, come vent’anni fa. Allora avevo affrontato un intenso viaggio nella migrazione marocchina: erano ancora i marocchini a prevalere nei flussi dalle coste nordafricane all’Europa ed ero dunque partito per conoscere cosa li spingesse ad affrontare un viaggio tanto pericoloso, che tante vittime lasciava sul tragitto. Ne scaturì un libro, La loro terra è rossa (Torino, Ananke, 2004). In giorni in cui la nostra coscienza viene spinta a confrontarsi con la sottile frontiera tra legalità e giustizia, sulla pelle di tante vite umane già devastate da conflitti e povertà, mi ha colpito molto ritrovare grazie ad una conferenza di Claudia Tresso al Museo di Arte Orientale di Torino, la figura di Ibn Battuta e il suo straordinario racconto del viaggio (Rihla) durato quasi trent’anni lungo tutto il mondo islamizzato, già allora vastissimo, e non solo (dal 1325 al 1354).  Ibn Battuta sfiorò il mondo cristiano soltanto a Costantinopoli, dove sembra lo spaventarono parecchio le campane delle chiese! Un viaggio, il suo, totale, una vita spesa per la conoscenza e l’incontro. Mi ha riportato alla mente il racconto di un amico, che nel mio libro avevo ribattezzato Amazigh (perché fiero del suo essere berbero e per questo ‘uomo libero’). Un viaggiatore di oggi che sembra seguire le orme dell’antico viaggiatore di Tangeri. Entrambi mi pare possano testimoniare la forza della volontà di conoscenza e incontro degli uomini al di là delle costrizioni sociali ed economiche.
Vi ripropongo dunque il racconto di Amazigh.
“Nacqui trentaquattro anni fa in un villaggio vicino a Beni Mellal. Sono arrivato in Spagna clandestinamente in ‘patera’ (imbarcazione di fortuna) circa due anni fa, pagando tremila euro. È pericoloso, ma è anche un’avventura. Ed io amo le avventure. Attesi un mese e mezzo a Tangeri. Il viaggio fu organizzato il quinto giorno di Ramadan. Gli ‘zodiak’ sono meglio delle barche precedentemente usate per la traversata. Sono gommoni, più sicuri e con un motore più potente. Il messaggio del capo viene dal mare. I ragazzi aspettano in montagna e poi ci avvertono. Devono avere preso gli accordi coi militari, con la polizia marittima e con la mafia locale per comprare un permesso. Alla fine con questo benestare si parte. Lasciammo il nostro rifugio temporaneo alle otto della sera per camminare circa tre ore, prima di raggiungere la spiaggia dove ci imbarcammo. Da qui il viaggio in mare credo sia stato di quattro ore: arrivammo in Spagna la mattina successiva, quand’era ancora buio. Eravamo trentuno uomini. Generalmente con questa organizzazione non viaggiano le donne; ci sono rais che organizzano specifici viaggi per loro, altri specializzati nel trasporto dei neri subsahariani… Stretti uno addosso all’altro raggiungemmo dunque la costa spagnola molto più a nord di Gibilterra. Il tipo che ci guidava ci sapeva fare e ci tranquillizzò: il viaggio andò bene. All’arrivo un altro ci accompagnò fino alla strada. Lì, su una collina nei pressi della strada, passammo un giorno intero. Il giorno successivo alle dieci di sera ci trasferirono in gruppi di otto. C’erano quattro automobili: due per le persone e una con l’hashish; la quarta precedeva per controllare la strada. Verso Almeria ci avvertirono di un posto di blocco della polizia. Si doveva cambiare auto. Ci misero su quella con l’hashish. Ma, impaurito, l’autista ci fece scendere, abbandonandoci in campagna. Aspettammo due giorni: siccome non succedeva niente e non ritornava nessuno a prenderci, decidemmo di scendere verso il treno a cercare altri magrebini per trovare aiuto… Quindi approfittai di una normativa che mi permise di fare un documento di lavoro. Ebbi davvero fortuna, perché dopo qualche mese fu varata una sanatoria e mi regolarizzai. Da allora lavoro regolarmente in Spagna. In Marocco abitavo in un piccolo villaggio. Mio padre era morto nel 1973, lasciando mia madre con dieci figli. Per fortuna mio fratello maggiore già lavorava, questo ci permise di vivere… Mi sentivo diverso: avevo sempre problemi con i professori, non la pensavo come loro. Non mi riconoscevo nel sistema educativo. Avrei studiato in modo diverso, senza quella fastidiosa mescolanza di politica e propaganda nelle lezioni… Persi la possibilità di continuare gli studi. Mia madre temeva che non avessi niente in testa, ma si trattava di una mia scelta. Dopo lo studio finii inevitabilmente disoccupato. È la situazione di gran parte dei giovani del mio paese: finiscono per passare pericolosamente il tempo sulla strada, dove apprendono il peggio della vita… Nel 1987 lasciai il mio villaggio. Da quel momento ho viaggiato molto, anche senza denaro, chiedendo l’elemosina e cercando cibo nella spazzatura, adattandomi alla vita della strada. La mia famiglia non ne sapeva nulla. Nessuno di loro sa cosa faccio, quando poi ritorno ci sono cose che racconto, ma mia madre non desidera che le racconti a tutti. Nella strada impari molto, com’è la gente, come la pensa: i sentimenti umani sono più comprensibili se si fa esperienza della strada… Avevo diciannove anni quando abbandonai la casa.
La prima volta che andai all’estero fu a ventitré anni, quando partii per la Libia, in treno, prima che la frontiera con l’Algeria fosse chiusa. Vi lavorai due anni. Ho viaggiato molto negli anni successivi, ovunque potessi andare col passaporto marocchino. Dopo la Libia, ritornai in Marocco, quindi di nuovo in Libia. Poi scelsi la Siria e il Libano, dove passai un anno come clandestino, perché non avevo il visto… Andai  ancora in Siria, poi in Turchia. Continuai a viaggiare in autostop o a piedi (…) Mi aggregai a tre ragazzi che mi pagarono il bus per la frontiera con la Grecia. Passammo il tempo tra il carcere e la montagna… Alla fine sono ritornato in Libia. Dal 1997 restai in Marocco. In quel periodo conobbi quello che sarebbe diventato il mio migliore amico: un ragazzo inglese. Era ricco e poteva spendere anche molto: con me ha imparato a viaggiare senza soldi… Viaggiammo insieme in Botswana, Zimbabwe, per due mesi e poi cinque in Marocco. Programmammo un lungo viaggio in Giappone e Australia: tappa necessaria era la Malesia, che raggiunsi da solo, col suo aiuto finanziario. Ma qui il permesso di soggiorno necessario al proseguimento del viaggio si rivelò troppo caro. Così rinunciai e ritornai in Marocco… Di quanto fatto e vissuto finora sono contento solo parzialmente. Sono contento quando dentro e fuori sento la verità. Non è facile vivere con idee come le mie: più del novantanove per cento non le accetta. Per questo sono quasi sempre solo. E non voglio cambiare, ma ho paura della solitudine. Posso non sentirmi solo se riesco a vivere aperto al mondo e con il mondo. Ed è per il mondo che viaggio. Vivo per viaggiare attraverso il mondo. Ma da quando sono in Spagna ho smesso di viaggiare. All’inizio dovevo pagare un debito. Ora devo lavorare in un posto fisso per non perdere il diritto al permesso di soggiorno”

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