Zeichen o la poesia come artificioi. Bordini o la poesia come non artificio – Novecento poetico italiano

Novecento poetico italiano di Alfonso Berardinelli

C’è stato un momento, fra il 1975 e il 1980, più a Roma che a Milano, in cui l’emergere di una nuova poesia tendeva a sovrapporsi, fino a volte a coincidere, con l’apparizione di “personaggi poetici”, di autori cioè che entravano nella scena letteraria come si entra in un teatro. Sembrava che in questi autori la “poeticità” della persona, del suo modo di essere e di vivere, contasse e suggestionasse non meno, o forse più, delle poesie scritte. La poesia e l’essere poeti erano una cosa sola. E per essere poeti bisognava mostrare di esserlo prima nella vita e nell’immagine e poi nella scrittura.

Si trattava in effetti dell’apparizione di un nuovo tipo culturale e umano caratteristico di quel decennio, perché dieci anni prima, nei dintorni del ’68, la figura del giovane intellettuale e militante politico non aveva lasciato spazio a nessun’altra possibilità. Ora che la rivolta dei movimenti politici concentrati sull’idea di rivoluzione aveva mostrato la sua inconcludenza e i suoi fallimenti, e l’estremismo ideologico stava virando in direzione del terrorismo, la rivolta tornava a essere individuale e i poeti, con il loro speciale senso estetico, furono i primi a capirlo. Benché ci si nascondesse ancora dietro formule come “il movimento della poesia”, al centro dell’attenzione c’era ora la costruzione della “personalità artistica” in quanto modo di vita, secessione individuale, esibizione pubblica di un io non-conforme, “diverso”, oltranzistico. Dopo la politica, dopo il trockismo, l’operaismo, il neoleninismo o la “lunga marcia” dentro e contro le istituzioni, riemergevano modelli esistenziali e teatrali da bohème anni venti e trenta, dal dadaismo-surrealismo alla Beat Generation, al Living Theatre e alla cultura underground.
Due dei poeti-personaggi che a Roma hanno esemplificato meglio questa tendenza furono Valentino Zeichen e Carlo Bordini, nati entrambi nel 1938. Analoghi e opposti erano i loro anarchismi letterari. Zeichen venne subito adottato dall’establishment della neoavanguardia dei Novissimi, mentre Bordini rimase a lungo in ombra e quasi sempre ignorato perfino dalle antologie militanti di allora. Nel Pubblico della poesia, per esempio, Zeichen è sia antologizzato che intervistato e naturalmente incluso nello schedario biobibliografico finale a cura di Franco Cordelli. La sola presenza di Bordini era invece nello schedario, ma Cordelli mostra di sapere allora ben poco di lui perché fa parlare Enzo Siciliano, il quale a sua volta lo ritrae riassumendo, elencando dati di contenuto reperibili nei poemetti che Bordini aveva stampato a proprie spese:
“Da quel che leggo mi pare di capire che ha fatto la sua Università, che insegna, che è innamorato di una ragazza che si chiama Graziella. Scrive dei suoi amici: ‘Sono dolci, ingenui, / collerici pazzi. / Vogliono cambiare / il mondo, / non sanno cambiare se stessi./ Le loro anime si contraggono / di dolore, / di spasimo, / ombre; / preoccupazione. / E si chinano su di sé / come vogatori stanchi’. Di questi amici ci racconta la vita in comune: i pranzi macrobiotici, le crisi di fine estate, la filosofia zen e lo yoga centellinati davanti al mare, mescolati al marxismo, a Reich, alla marijuana, all’acido, ai film da cineteca. Roba troppo dichiarativa, all’apparenza spogliata dei panneggi delicati della forma, nutrita di scarne idealità morali – si sa, l’ironia impoverisce! – epperò densa di notizie. Così specifiche che sono qui ancora sorpreso di averle trovate con tanta tempestività”.
Siciliano si meraviglia di tanta semplicità, ma anche di quel tanto di inafferrabile mistero che permette a Bordini di scrivere una poesia così nuda, spoglia di formalità, di formalizzazioni poetiche e, sembrerebbe, quasi priva di intenzioni letterarie. Anche per questo, forse, la presenza di Bordini, che viveva e teorizzava i vantaggi paradossali della marginalità, rimase per decenni una presenza marginale, non esibita e quindi spesso ingiustamente ignorata. La sua generazionale esemplarità consisteva tuttavia proprio in questo, cosa che si comincerà a capire solo molto più tardi.
Zeichen, al contrario, ebbe fin dall’inizio autorevoli e convinti protettori. In realtà li cercava, arrivando a elaborare una ironica ma astuta identità pubblica di poeta, coltivando una sua manieristica mondanità nello stesso tempo da libertino e cortigiano, che non avendo fonti e mezzi di sostentamento cerca di farsi “invitare a cena” non solo per nutrirsi ma anche per farsi conoscere e apprezzare nei migliori ambienti culturali e sociali della capitale. Come se dicesse: la poesia è un’attività che non procura stipendi, né collocazioni lavorative certe, quindi il poeta non può che essere un onesto e consapevole parassita. Nella loro malcelata aggressività un po’ nichilistica e un po’ sentimentale, ostentatamente “rococò”, le poesie di Zeichen hanno sempre un tono e stile da recita “in falsetto”. All’opposto di Bordini, che ha sempre coltivato un’utopia dell’assoluta naturalezza, Zeichen ha invece sempre la voce impostata e cerca di meravigliare, di sconcertare i lettori-ascoltatori con i suoi virtuosistici, illusionistici, artificiosissimi ghirigori metaforico-concettuali. Il primo e maggiore effetto che producono le sue poesie è quello di un supponente equilibrista dell’invenzione continuamente a rischio di instabilità, inconsistenza, insensatezza. Dopo la formula inventata prontamente da Elio Pagliarani per definirlo (“un Gozzano dopo la Scuola di Francoforte”) Zeichen ha trovato fra i suoi coetanei l’interprete più fedele in Giulio Ferroni, che nella sua Storia della letteratura italiana così scrive: “Questo io di ‘vecchio ragazzo’, sempre ironico e distaccato, fragile e indifeso, ma sicuro di sé e dei suoi movimenti, sembra percorrere le immagini della realtà planetaria, i simulacri vuoti e inafferrabili del nostro presente, con un suo leggerissimo cinismo (…) La sua poesia sembra voler dare un’immagine insieme luminosa e inquietante del presente, di un mondo che precipita verso il nulla, in una sua evanescente ‘assenza di un vero scopo’”. Ecco uno dei primi testi di Zeichen, da Area di rigore, del 1974:
Presumibilmente,
sembro un poeta di alta rappresentanza
sebbene la mia insufficienza cardiaca
ha per virtù medica il libro del «cuore».
Abito appena sopra il livello del mare
mentre la salute, la ricchezza, la purezza
e gli sport invernali
stazionano oltre i mille metri.
Perciò mi ossigeno respirando l’aria
dei paradisi alpini
così arditamente fotografati
dagli scalatori sociali
nonostante la pericolosità dei dislivelli.
(Il poeta)
Ed ecco una poesia da una delle sue ultime pubblicazioni, Ogni cosa a ogni cosa ha detto addio:

Da ragazzo, in altri tempi
dilatavo con lo sguardo
le vetrine infrangibili
di pasticceri decadenti,
che nelle torte domenicali
riproducevano i Fori
in cioccolato fondente;
il Colosseo e il Pantheon
in pasta di mandorle.
Ora vedo i Fori simili
alle tavole imbandite
di soli avanzi: timpani,
colonne, capitelli, statue.
Una civiltà frantumata,
smozzicata e risputata
da un ipotetico gigante
che per estro, a intervalli
cambia nome e indirizzo; ieri
era la storia; poi, è il tempo,
quando non è il fato.
Non c’è modo d’incrociarlo
poiché il suo recapito
o sta già nel passato,
o è nell’incognito futuro,
dove noi presenti
non veniamo mai ammessi.
(Come rivedo le Cose Antiche)

In entrambi i casi, a distanza di trent’anni, il gioco, un malinconico e provocatorio gioco d’azzardo, è più o meno lo stesso: la poesia può esistere solo come un fatuo, ingegnosissimo artificio che impegna e meraviglia l’orecchio e la mente per un momento: poi cala il sipario.
Tanto appare statica e ripetitiva (salvo malinconie crescenti) la vicenda poetica di Zeichen, quanto quella di Bordini procede come un itinerario dell’attenzione che deve essere sia concentrata che rilassata per non farsi sfuggire la pura e semplice realtà delle cose: vita, atti, pensieri, sogni, desideri e paure. La tecnica di Bordini è sempre efficacemente nemica dell’artificio. Mira a un “grado zero” della letterarietà, accetta e asseconda il caso, l’istinto, l’ossessività e la volubilità dei ritmi verbali e mentali. Anche il suo procedere non nega però una passione per l’immobilità e la ripetizione. La vocazione poetica per lui non è altro che passione per un perpetuo nuovo inizio, che emerge da un vuoto e sparisce nel vuoto. Se c’è una cosa che può accomunare per contrasto Bordini e Zeichen è l’invenzione da zero di nuove, inusitate micromitologie cariche di quel minimo, provvisorio potenziale energetico capace di generare un momentaneo movimento del linguaggio, destinato a esaurirsi presto. Ma Bordini lavora soprattutto per sottrazione e iterazione:

Persone i cui gesti sbagliati tremano
un po’
persone i cui gesti sbagliati. Ci sono persone
per cui
fare gesti è una cosa difficilissima. Provano e
riprovano i loro
gesti sbagliati, e quando uno riesce sembra che tutti
riescano, ma la fila
più lunga è quella dei gesti
sbagliati, che
fila interminabile!!

I gesti maldestri ripetuti
Dopo tanti anni
Di gesti
Ripetuti per tanti
Anni, i gesti comici,
i gesti un po’ suicidi.
i gesti interlocutori. I gesti
che non si fanno capire, le richieste
di aiuto
non accettate,
le richieste
maldestre,
continuate. le richieste
suicide. I gesti goffi
un po’ vergognosi, blasfemi. I gesti
altezzosi
(…)

I gesti che evitano
la gente. I gesti che evitano
di essere visti. I gesti
che coprono, che cercano
di coprire.
I gesti che proteggono istintivamente la faccia,
la testa le mani
la bocca, anche se
inconsapevoli

I tic
i tic un po’ ridicoli
(…)
(I gesti)

Bordini sembra non aver mai dimenticato che tutta l’arte del Novecento è stata una lunga storia di autopolverizzazione dell’arte, ridotta a una serie di gesti che evitano e coprono e proteggono gli esseri umani, come una serie di “tic un po’ ridicoli”. Così si capisce che nel suo volare basso Bordini gioca al rialzo, a delineare cioè una elementare (ovvero fondamentale) antropologia del gesto poetico in quanto comune gesto dell’essere vivente umano. Questo gesto esprime un pathos umoristico o anche comico, straordinariamente abile nello schivare e insieme nell’esprimere il dolore e i suoi colpi:

Con che autoritarismo portano via le nostre debolezze
e i nostri sogni
con gesti pratici, ragionevoli a scatti
con nuvole plumbee che si gonfiano verso l’avvenire,
con che autoritarismo ragionevole ci staccano dal dolore,
come sono cattivi con questa smania da netturbini,
fretta di tutto pulire e sistemare
fretta da impiegati o da soldati
portano via
come se le nostre carni e le nostre speranze fossero da buttare (I becchini)

Applicando il suo aurorale e inintenzionale umorismo alle situazioni più penose o tragiche, Bordini scrive come da un aldiqua e aldilà di tutto, ma come se la vera normalità fosse questo. Dunque non mitizza mai, denuda, spoglia, riduce e rivela. Senza sforzi. È dotato di quel pacato eroismo invisibile e senza speranza che non si aspetta altro che una qualunque semplice verità gli prenda a sua insaputa la mano e lo costringa a scriverla.

Si è spezzato il filo.
Oggi è stata una cattiva
giornata. Ora navigo in un fondo melmo=
so, incontro nella melma
teste di bambole, occhiali,
qualche scarpa rotta,
e ombrelli. Tantissimi
ombrelli. Qualcuno li ha
dimenticati, e io, cara,
sono qui, dimenticato anch’io.
Scusami in mezzo a questa melma
sono incapace di scrivere poesie.
D’altronde non trovo la tua
testa e devo confessarti che nell’
oscurità non l’ho
cercata. Se l’avessi
incontrata non l’avrei
riconosciuta. In realtà cerc=
cavo altro, qualche filo in
cui incontrare me stesso.
A domani. Spero che
domani mi incontrerò.

O ancora:

So che sei buona.
So che non
lo sei. So
che mi ami, e che
se potessi
(ma non lo
puoi)
mi uccideresti.

Ora tutti i libri di poesia di Bordini, dal 1975 al 2010, sono raccolti nel volume I costruttori di vulcani, disposti in un montaggio ritmico che non riproduce l’ordine cronologico di pubblicazione. È come se l’autore non avesse scritto che un solo libro autobiografico o “resoconto epico in versi”, come ha detto Roberto Roversi nella nota introduttiva intitolata: La inquieta e affascinante follia della parola.

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