Benvenuti in Pridnestrovie – di Paolo Bergamaschi

Il cambio di casacca in politica non è un fatto occasionale. Anche nelle democrazie più consolidate capita di vedere politici che cambiano di schieramento durante il mandato. Le ragioni possono essere tante e svariate. C’è, ad esempio, chi se ne va sbattendo la porta per antagonismo personale o perché non ha ottenuto la carica a cui ambiva o che gli era stata promessa, chi non si identifica più nel programma del proprio partito, chi non condivide le scelte di una coalizione o chi semplicemente giudica più conveniente spostarsi in un’altra formazione dove ha più possibilità di essere rieletto.

Nel parlamento europeo i passaggi da un gruppo all’altro sono abbastanza frequenti a tal punto che alla metà di ogni legislatura si azzerano gli accordi ricalcolando le risorse sia finanziarie che umane in base alla consistenza aggiornata delle famiglie politiche. Nell’eurocamera, però, tradizionalmente la disciplina di partito non è così severa dovendo fare i conti con sensibilità nazionali che spesso travalicano gli steccati ideologici. I salti di campo, in questo caso, avvengono per lo più per ragioni di cucina politica interna del paese di origine oppure per ottenere un trattamento migliore.
Quando poi ad andarsene sono più deputati contemporaneamente e questi danno vita ad un nuovo raggruppamento si parla di scissione. Ci sono, infine, situazioni paradossali quando la composizione del parlamento uscente risulta completamente diversa da quella di inizio legislatura. Nei primi anni Novanta, ad esempio, le inchieste del pool dei giudici di Mani Pulite misero a soqquadro la configurazione politica tradizionale del nostro paese con migliaia di eletti che furono costretti a cercarsi una nuova casa dopo la scomparsa del partito con il quale avevano ottenuto il mandato. Nelle democrazie più giovani, in particolare nei paesi dell’Europa orientale usciti dal tunnel del socialismo realizzato, il cambio di casacca è diventato un fenomeno ricorrente. In Ucraina, per mettere un freno all’incessante balletto dei deputati che cambiano sponda, negli anni scorsi si è perfino cercato, senza successo, di introdurre il mandato imperativo che impedisce all’eletto di muoversi da gruppo all’altro. Una norma di questo tipo, infatti, si scontra con qualsiasi ordinamento costituzionale perché mette a rischio la libertà di coscienza dell’individuo. Il ruolo dell’eletto verrebbe ridotto a quello di “yes man” obbligato in aula ad alzare la mano come un robot agli ordini del rispettivo capogruppo. Ci sono, poi, situazioni estreme in cui lo spostamento di deputati è così consistente da rendere la composizione di un parlamento irriconoscibile rispetto al risultato uscito dalle urne. è il caso della Moldavia dove si è registrata una vera a propria migrazione di partito.
Avevo lasciato Chisinau nel 2014 certificando con la missione internazionale di osservazione elettorale la vittoria sul filo di lana dei partiti filo-europei a scapito di quelli orientati verso Mosca. Torno oggi a Chisinau per seguire di nuovo le elezioni legislative con un’assemblea stravolta rispetto all’assetto di cinque anni prima. Dei 101 membri che la compongono 38 hanno cambiato gruppo. A beneficiarne, in particolare, è stato il Partito democratico, al governo, che ha più che raddoppiato i propri seggi passando da 19 a 42 deputati nel volgere di pochi mesi.
A farne le spese sono stati il Partito comunista che ha perso 15 dei suoi 21 deputati e quello Liberal Democratico i cui seggi si sono ridotti a 5 rispetto ai 23 di partenza. Che l’oligarca Vladimir Plahotniuc fosse la persona più potente della Moldavia era un fatto risaputo; che fosse così influente, però, non era affatto scontato. Plahotniuc è il padre padrone del Partito democratico. Stalin sosteneva che non conta chi vota, ma chi conta i voti, alludendo alla possibilità di manipolare il risultato delle elezioni quando questo non è gradito o non è in linea con le attese di chi detiene il potere. In Moldavia questo concetto è stato rielaborato e perfezionato. Qui si può accettare anche un conteggio dei voti meticoloso e trasparente. Gli eletti, si sa, sono esseri umani e come tali mutevoli e cangianti, inclini, quindi, a lasciarsi convincere a cambiare opinione in presenza di buone ragioni. Non importa, poi, quali siano queste ragioni, se si possano confessare e a che tipo di valori, ideali o venali, facciano riferimento. Per la Moldavia gli analisti politici hanno coniato la definizione di “cattura dello stato”. Ogni ulteriore commento appare superfluo.
“Dobbiamo essere onesti -esordisce Tudor Ulianovschi- “le relazioni attuali fra Moldavia e Unione europea sono abbondantemente al di sotto delle aspettative”. Non usa mezze misure il ministro degli esteri nel descrivere i rapporti allentati fra Chisinau e Bruxelles dopo averci dato il benvenuto nella sala protocollare dell’edificio dove ha sede il governo. “Le obiezioni europee in tema di giustizia e l’inchiesta sulla grande frode che nel 2014 ha sconvolto il sistema bancario del paese continuano a dominare la scena”, osserva desolato. “Queste elezioni sono per noi un test di democrazia, ma so di certo che anche se passiamo l’esame le preoccupazioni dell’Ue nei nostri confronti non svaniranno di colpo”. Si coglie un evidente disappunto nelle parole del ministro che lascia spazio, a tratti, a un senso di frustrazione. “Per quanto ci riguarda vorremo proseguire a lavorare insieme all’Unione”, afferma pur sapendo che Bruxelles si aspetta da Chisinau un deciso cambio di rotta per ristabilire una fiducia che è venuta meno. Che negli ambienti comunitari ci sia un crescente stato di insoddisfazione nei confronti della Moldavia è un fatto risaputo nonostante non siano mancati i segnali di buona volontà. Per venire incontro ai cronici problemi di cassa dell’ex repubblica sovietica, ad esempio, alla fine del 2017 l’Unione aveva approvato un nuovo pacchetto di aiuti finanziari di cento milioni di euro suddivisi in sovvenzioni e prestiti agevolati subordinandolo al rispetto di alcune condizioni. Tutto sembrava volgere al meglio quando, nel giugno dello scorso anno, i giudici di Chisinau hanno annullato, a sorpresa, le elezioni municipali della capitale vinte da Andrei Nastase, leader filo-europeo dell’opposizione sgradito ai vertici del Partito democratico, agitando, di nuovo, le acque. La reazione di Bruxelles non si è fatta attendere. Su iniziativa del Parlamento europeo, la Commissione ha congelato gli aiuti rimettendo in discussione il sostegno comunitario. “Quest’anno ricorre il decimo anniversario dal vertice di Praga che nel 2009 lanciò il Partenariato Orientale”, sottolinea il ministro con un certo rammarico, “vorremmo che il cammino non si interrompesse”.
C’è ancora folla nel tardo pomeriggio al mercato principale di Chisinau che si trova a poche centinaia di metri dall’hotel dove alloggio. Nella parte coperta da un’ampia tettoia si trovano le postazioni fisse su cui i commercianti espongono frutta e verdura abilmente e meticolosamente ordinata in pile piramidali. Agrumi, pomodori e frutta secca sono di provenienza turca; patate, cipolle, cavoli, mele e prugne essicate sono di produzione locale. Pesce e carne si possono trovare nell’edificio in muratura a lato; il resto sono banchi smontabili che offrono ogni tipo di mercanzia e cianfrusaglia di importazione. Vago tra i corridoi stretti delle bancarelle nella ricerca vana di un souvenir senza avere la minima idea di quello che voglio. La ragione della mia visita, d’altronde, è un’altra. Davanti all’ingresso principale del mercato, infatti, si trova la stazione degli autobus dove c’è un brulicare di gente in partenza verso il luogo di origine dopo avere fatto la spesa. Tanti sono anche i pendolari che ritornano a casa dopo il lavoro. Qui partono i collegamenti per ogni angolo della Moldavia. A me interessano, in particolare, quelli per Tiraspol, la città principale della Transnistria, la striscia di terra del paese che si trova sulla sponda sinistra del fiume Dniester, Nistro in rumeno. Nonostante questa regione sia di fatto indipendente dagli inizi degli anni Novanta quando, a sua volta, la Moldavia divenne indipendente da Mosca, le relazioni tra Chisinau e Tiraspol non si sono mai interrotte seppure tra alti e bassi.
Già altre volte ero stato tentato di avventurarmi in questa terra di nessuno schiacciata a est contro il confine con l’Ucraina, ma vuoi per una ragione, mancanza di tempo, o per l’altra, sconsigliato dai diplomatici europei, non avevo mai trovato l’occasione per organizzarmi. Eppure le distanze sono relativamente brevi, poco più di un centinaio di chilometri, e i collegamenti, come apprendo dal tabellone della stazione, frequenti. Nessuno, però, sa darmi informazioni sul tipo di controlli che vengono effettuati per attraversare quella che per le autorità moldave non è che una linea amministrativa interna mentre per quelle della Transnistria è una vera e propria frontiera. Prendo nota degli orari e mi riprometto di ritornare nel caso trovassi un buco di qualche ora nel denso programma di preparazione alla missione di osservazione elettorale.

E’ già la terza volta nel giro di cinque anni che vengo a Chisinau per seguire le procedure di voto oltre alle volte che sono venuto per partecipare alle periodiche riunioni dell’assemblea parlamentare Euronest che riunisce i deputati dei sei paesi che fanno parte del Partenariato orientale. Della Moldavia, oramai, conosco tutto; sarebbe un peccato non approfittare dell’ennesima opportunità che mi si presenta di visitare l’ultimo angolo, quello meno accessibile e più oscuro e controverso, del paese.
Non sa che pesci pigliare la burocrazia europea quando tratta con Chisinau. Tutti i governi moldavi che si sono succeduti negli anni a parole hanno sempre accettato i consigli e le indicazioni di Bruxelles e per un certo tempo Bruxelles ha creduto a quelle parole lodando la buona volontà dell’alunno che si lasciava docilmente guidare dal maestro. La Moldavia, nei corridoi delle istituzioni comunitarie, era diventata la storia di successo del Partenariato Orientale, il paese che più di ogni altro aveva progredito lungo l’impegnativo cammino dell’integrazione europea.
I sondaggi confermavano un alto indice di gradimento dell’opinione pubblica nei confronti dell’Ue e nulla faceva presumere che la tendenza potesse invertirsi. Poi, con i primi scandali e le accuse di corruzione, sono comparse le prime incrinature che ben presto si sono trasformate in crepe sempre più profonde fino a far crollare l’intero sistema bancario del paese e, con esso, la credibilità della classe politica e, di conseguenza, dell’Unione europea che l’aveva coccolata e svezzata.
Le critiche che ora fioccano in continuazione da Bruxelles appaiono come una presa di distanza tardiva, un “mea culpa” confessato a stento che non assolve i tecnocrati europei rivelatisi incapaci di capire e prevenire quello che si stava consumando. “Le relazioni fra Moldavia e Ue sono oggi tese a causa del mancato rispetto degli standard democratici”, ammette un diplomatico nel corso di un briefing, “ma la sospensione dell’assistenza macro-finanziaria -sottolinea- ha ridato smalto all’immagine appannata dell’Unione”. “Il settore giudiziario continua a essere subordinato al potere politico -continua lo stesso- ma abbiamo pubblicamente ribadito alle autorità moldave in modo categorico quelle che sono le nostre aspettative in materia di riforma della giustizia, libertà dei media e società civile”. “L’Unione europea riacquista la fiducia della gente solo quando sostiene e difende i principi e i valori su cui si fonda”, nota il diplomatico con un certo sollievo.
C’è un pallido sole per le strade di Chisinau che intiepidisce l’aria. Sembra quasi primavera. Qualche pensionato si riposa sulle panchine del parco che circonda la cattedrale dove pochi fedeli accendono le tipiche minuscole candele filiformi mentre muovono freneticamente la mano più volte tra il capo e il petto facendo il segno della croce. Nulla lascia presagire il brusco sbalzo di temperatura che mi aspetta nei giorni successivi e non c’è nulla che possa interessarmi nelle vetrine del corso principale della città ad eccezione dell’ufficio turistico dove entro per chiedere informazioni. A parte le classiche “escursioni del vino” la Moldavia non offre molto. Vigne e cantine sono la principale ricchezza del paese che ha fatto di queste l’emblema distintivo.
Tra gli opuscoli e i depliant ce n’è uno che mi incuriosisce. Pubblicizza visite guidate in Transnistria. Cerco di ottenere qualche delucidazione dall’impiegato allo sportello che, però, non sa dirmi molto e non sa nemmeno se si incontrano ostacoli burocratici nell’attraversamento del confine. Una cosa sembra, però, evidente. Contrariamente agli altri conflitti congelati che punteggiano i paesi che fanno da cuscinetto fra Unione europea e Federazione russa qui le parti mantengono aperti i canali del dialogo nonostante la secessione armata e l’indipendenza che dura, di fatto, ormai da quasi trent’anni. Non si spiegherebbe, altrimenti, il tacito assenso al mantenimento dei contatti da parte delle autorità moldave contraccambiato da quelle della regione oltre il Dniester, come dimostrano la pubblicità nell’agenzia turistica e la fitta rete di trasporti che collega le due sponde. Vale la pena controllare di persona.
“I am off for the afternoon, non ci sono nel pomeriggio”, dico alla capodelegazione, l’eurodeputata tedesca Rebecca Harms, mentre nella hall dell’hotel con gli altri componenti facciamo il punto della situazione dopo i primi incontri del mattino. “Can I know why, posso sapere perché?”, risponde lei incuriosita. Le spiego che vorrei andare in Transnistria per farmi un’idea di quello che succede sulla riva sinistra del Nistro visto che da anni il parlamento europeo non si reca da quelle parti. “No problem, have a safe trip, ti auguro un viaggio sicuro”, mi saluta sorridendo. “Se non torno per cena -confido a Robert Golansky, il mio collega polacco- cominciate a preoccuparvi”. Corro alla stazione. Il primo autobus parte di lì a poco. Nessuno parla inglese e io non parlo russo. Capisco, però, qualche parola di romeno e i gesti delle mani, comunque, aiutano. Fa molto freddo e cade qualche fiocco di neve. Mi indicano una biglietteria particolare con un furgone riadattato a mini-bus da una quindicina di posti. è diretto a Bender, la seconda città della Transnistria, e non è possibile acquistare un biglietto di andata e ritorno. Mi insospettisco, ma vado lo stesso accucciato tra borse colme di spesa e un paio di valigie. Non c’è molto traffico; le strade attorno alla capitale sono ampie, scorrevoli e in buono stato. Dietro a me siede una giovane coppia con la quale cerco di attaccare discorso ricorrendo al mio vocabolario interlinguistico carpiato che spazia dal latino al tedesco. Sono russofoni e tornano a casa dal lavoro. Provo a spiegare loro che vengo dall’Italia e all’uomo si accendono gli occhi facendomi capire di essere stato nel mio paese. Poi scopro che ha travisato le mie parole confondendo “Italy” con “Tallin”, la capitale dell’Estonia dove, mi pare di intuire, ha risieduto per qualche anno. La strada, intanto, si fa più stretta e il mini-bus rallenta sussultando sulle cunette del manto di asfalto sgretolato. Passiamo il check-point con i soldati moldavi che ci osservano mentre entriamo nella zona di sicurezza, la striscia di terra presidiata da militari russi che dal 1992 fa da cuscinetto fra i belligeranti. Un paio di chilometri oltre si profila il varco trasformato in frontiera dove sventola la bandiera rossa con striscia orizzontale verde della Repubblica Moldava di Pridnestrovie, comunemente conosciuta come Transnistria. Qui il veicolo si ferma dopo essersi messo in coda su una corsia di lato. Sale a bordo un soldato in tuta mimetica per controllare i documenti e la coppia dietro mi fa cenno di scendere indicandomi la porta dell’edificio che ospita i controlli doganali dove allo sportello c’è un altro soldato con le mostrine rossoverdi a cui consegno il passaporto. Mi chiede qualcosa in russo che non capisco. Chiama, quindi, un collega che mi chiede in inglese quanto giorni ho intenzione di passare in Transnistria. Gli rispondo che conto di rientrare a Chisinau prima di sera. Lui mi guarda controllando la mia foto e poi compila un foglietto di carta che funge da visto allegandolo al mio documento di identità. “Good luck in Pridnestrovie, buona fortuna in Transnistria!”, mi dice con un mezzo sorriso restituendomi il passaporto. Come inizio non c’è male, penso, anche se avrei preferito che avesse utilizzato la parola “benvenuto”.
Sono stati più di mille i morti che nel 1992 hanno insanguinato le acque del Dniester. La guerra fu breve, durò poco più di quattro mesi. Da una parte le forze moldave non ancora organizzate in esercito dopo la proclamazione dell’indipendenza nel 1991, dall’altra le milizie della Transnistria affiancate dalla 14° Armata della Guardia Russa con i suoi 14.000 soldati. Con il Patto Ribbentrop-Molotov del 1939 Stalin aveva occupato la Bessarabia, la parte orientale della Romania e, aggiungendo una striscia di terra dall’altra parte del Dniester che fino ad allora aveva fatto parte dell’Ucraina, con una operazione di ingegneria politica aveva creato l’anno seguente la Repubblica Socialista Sovietica di Moldavia. L’obiettivo era quello di annacquare e diluire l’identità rumena della popolazione della Bessarabia rimescolandola con quella russo-ucraina della Transnistria per poterla meglio addomesticare.
Le due componenti hanno convissuto o, piuttosto, coesistito fino alla disintegrazione dell’Unione Sovietica quando, nonostante il processo di russificazione forzata portato avanti da Mosca negli anni precedenti, si è inesorabilmente risvegliata l’identità rumena maggioritaria. Il rumeno è ritornato ad essere la lingua ufficiale della Moldavia così come l’alfabeto latino ha ripreso il posto di quello cirillico provocando la reazione violenta della minoranza russofona. Senza il sostegno della Russia, però, l’insurrezione si sarebbe, probabilmente, placata e allo scontro sarebbe subentrata la diplomazia così come avvenuto con la Gagauzia, l’altra regione della Moldavia che non aveva accettato la rottura con Mosca salvo, poi, negoziare con le autorità di Chisinau uno statuto speciale di autonomia all’interno del nuovo stato.
Con l’accordo del 21 luglio del 1992 firmato dal presidente della Federazione Russa Boris Eltsin e da quello della Moldavia Mircea Snegur, fu affidato in larga parte ai soldati russi il compito di fare rispettare il cessate-il-fuoco interponendosi fra i due belligeranti, come se Mosca fosse estranea al conflitto e non parte attiva come in effetti fu. Da allora la gestione della crisi è passata nelle mani della diplomazia internazionale, in particolare all’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce) che media fra le parti coordinando un direttorio composto dai rappresentanti di Russia, Ucraina, Moldavia e Transnistria oltre all’Ue e gli Usa che partecipano in veste di osservatori. I colloqui fra gli ambasciatori da anni procedono a strappi con limitati progressi che, anche se non hanno portato alla definizione di un piano di pace, hanno almeno garantito il silenzio delle armi e il mantenimento dei canali di dialogo. D’altronde, fra gli analisti politici l’Osce passa come l’organizzazione dello status quo, ottima in termini di opportunità di lavoro per i diplomatici, ma inefficace per quanto riguarda la capacità di portare a conclusione un conflitto. Ultimamente si registrano l’apertura di nuovi varchi di passaggio fra le due sponde del Dniester e l’accordo sul riconoscimento da parte di Chisinau dei diplomi scolastici e delle targhe automobilistiche della Transnistria. Piccoli segnali incoraggianti che sembrano grandi passi se paragonati allo stallo senza vie di uscita che caratterizza i conflitti nel Donbass, Ossezia del Sud, Abchazia e Nagorno-Karabakh. Con l’eccezione di quest’ultimo, peraltro, che vede contrapposti Armenia e Azerbagian, anche negli altri la Russia gioca un ruolo diretto; con la Transnistria manca però la continuità territoriale. Nonostante la presenza di una guarnigione militare, Mosca non è più in grado di far passare rifornimenti di armi e aiuti via terra verso Tiraspol senza il consenso dell’Ucraina, che controlla il confine orientale internazionalmente riconosciuto della Moldavia strozzando la Transnistria in una morsa.
Tormenta di neve con raffiche di vento gelido a Bender. L’accoglienza atmosferica non è delle migliori in Pridnestrovie. Appena sceso alla stazione degli autobus, uno spiazzo desolato di asfalto con un paio di corriere datate e una costruzione bassa che ospita alcuni uffici in buona parte chiusi, cerco invano una tabella degli orari per il viaggio di ritorno a Chisinau ma trovo affissi alle pareti solo un paio di manifesti pubblicitari in russo. Chiedo informazioni o, meglio, cerco di farmi capire dall’impiegata allo sportello che mi scrive gentilmente su un bigliettino i tempi di partenza. Bender è una città di 90.000 abitanti famosa soprattutto per la fortezza ottomana di Tighina del sedicesimo secolo. è il secondo centro della Transnistria dopo il capoluogo Tiraspol. C’è un certo via vai di persone per le strade nonostante il tempo inclemente e, fra queste, un discreto numero di uomini in divisa mimetica.
Entro nel primo negozio che capita più per scaldarmi che per la merce esposta in vetrina a cui non presto attenzione e poi riprendo il cammino a zonzo per il centro. Attorno alla cattedrale ortodossa risaltano i lunghi casermoni a quattro o cinque piani tipici dell’edilizia popolare sovietica. Altrettanto tipico è il grande e massiccio palazzo che ospita il governo locale. Sparse un po’ dappertutto a sventolare, si notano le bandiere rossoverdi della Transnistria affiancate da quelle rosso, blu e bianche della Federazione Russa. Sui muri qua e là e sui monumenti spiccano le insegne con la falce e il martello contornati da una ghirlanda di spighe di frumento in memoria dei tempi socialisti che furono e che qui sono ancora. L’Unione Sovietica è morta, ma resiste ed esiste negli angoli di periferia dell’ex impero. Mi spingo fino alla scuola, ma poi ripiego verso un bar dove una tazza di caffè seduto a un tavolo fra pensionati che discutono mi rimette in sesto. Pago in Lei, la moneta moldava, e mi danno di resto due piccole banconote di rubli della Transnistria, la divisa locale di cui ignoravo l’esistenza. Anche se non è riconosciuta internazionalmente da nessun altro paese, la Repubblica Moldava di Pridnestrovie sembra e si comporta a tutti gli effetti come uno stato indipendente. Vorrei fermarmi più a lungo ma le condizioni metereologiche mi sconsigliano dal farlo. Torno alla stazione, mi metto in fila per il biglietto e riparto, questa volta su un vero autobus di linea un po’ sgangherato. I passeggeri sono in buona parte studenti che tornano a casa alla fine delle lezioni. Mi spiegano con un inglese stentato che frequentano l’università di Bender. Mi sorprende la quotidianità degli scambi fra le due rive, siano essi di natura commerciale, economica, scolastica o sociale come se la situazione fosse normale e non esistesse una frontiera interna difesa con le armi dai separatisti.
Negli altri conflitti congelati dello spazio post-sovietico le autorità delle entità secesse cercano di troncare le relazioni con il paese di cui formalmente fanno parte per rafforzarle con Mosca. Qui, al contrario, l’obiettivo è quello di consolidare la situazione esistente facendo di necessità virtù. La Russia è lontana e lo sbocco principale rimane, comunque, il paese dal quale si rivendica l’indipendenza.
Ci si sveglia sempre presto la mattina del voto. Bisogna arrivare in tempo ai seggi prima che inizino le operazioni e osservare i preparativi compilando attentamente gli appositi moduli da consegnare durante la giornata al personale internazionale incaricato di elaborare i dati. Ligi al dovere seguiamo i lavori spostandoci fra i quartieri di Chisinau lungo un percorso deciso a tavolino la sera precedente. Tutto procede liscio. Disturba, però, anche se la legge moldava lo permette, la distribuzione del materiale di campagna elettorale a ridosso delle stazioni di voto con i militanti, a volte, troppo invadenti. Sarebbe interessante verificare l’affluenza ai seggi dei residenti in Transnistria, penso fra me e me. Sulla sponda sinistra del Dniester le autorità di Tiraspol non permettono lo svolgimento della consultazione elettorale che considerano questione interna di un paese di cui non fanno più parte. Permettono, però, a chi vuole di attraversare il fiume per recarsi ai seggi appositamente allestiti dalle autorità moldave nelle località in prossimità del confine. Sono circa 250.000 gli aventi diritto al voto in quella che oggi si definisce Repubblica Moldava di Pridnestrovie. Le volte precedenti solo poco più di 18.000 di loro avevano partecipato alla consultazione. Questa volta, in caso di afflusso massiccio, potrebbero, con il nuovo sistema elettorale, far pendere la bilancia dalla parte filo-russa rappresentata, in particolare, dal Partito socialista legato a doppio filo con Mosca. Su mia proposta decidiamo, quindi, di spostarci a est verso la zona di sicurezza. Ci fermiamo ad Anenii Noi, una cittadina a una cinquantina di chilometri dalla capitale dove davanti al seggio troviamo una lunghissima fila di persone che attende disciplinatamente di entrare per votare. Nella strada sul retro sono parcheggiate almeno una ventina di corriere in provenienza dalla Transnistria attorniate da gente che scende e sale sostando nei piccoli caffè sul ciglio. L’atmosfera è visibilmente allegra e spensierata, sembrano comitive in gita. Cerchiamo di parlare con qualcuno di loro. Dopo un momento di esitazione tre giovani accettano di rispondere alle nostre domande. Sono operai, lavorano in un’impresa di costruzioni. Ci spiegano di essere venuti su insistente richiesta del proprio datore di lavoro facendoci capire di non essere troppo interessati al voto.
Su alcuni degli autobus compare la scritta “Sheriff” che è il nome del più importante conglomerato industriale della Transnistria. Sono chiaramente gruppi organizzati. Il personale della commissione elettorale ci dice che la processione dura ininterrottamente dal mattino. Non fanno domande, aspettano pazientemente il proprio turno, votano e se ne vanno comportandosi quasi come automi. Rimaniamo ancora per mezz’ora ad osservare il movimento dentro e fuori dal seggio. Nei giorni successivi, scoppierà una polemica con l’accusa di compravendita di voti sollevata dai partiti di opposizione. La stampa parla di una ricompensa sotto banco di venti dollari per ogni partecipante. Sono stati circa 37.200 i votanti provenienti da Tiraspol e dintorni, più del doppio rispetto alla volta precedente. A trarne beneficio, contrariamente alle aspettative, sono stati soprattutto il Partito democratico e il partito di Ilan Shor, un altro oligarca condannato in primo grado nel 2017 a sette anni e mezzo di reclusione per frode e riciclaggio di denaro dopo il suo coinvolgimento nel grande scandalo bancario del 2014. Si mormora sia un potenziale alleato di Vladimir Plahotniuc, l’uomo più ricco e potente della Moldavia nonché leader assoluto del Partito democratico, che dimostra di avere solidi agganci anche in Transnistria. Avolte la secessione può rappresentare un’opportunità anche per la parte abbandonata. Basta saperla sfruttare.

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