L’elefante nella stanza – lettera di Belona Greenwoodle

Una Città 257 / maggio 2019

Cari amici,
c’è un grande murale in questa città, è un rettangolo interamente riempito con un elefante. È intitolato “elefante” e “stanza”. Adoro questi graffiti che compaiono sui marciapiedi e sui muri quasi come segni massonici. È uno spazio di verità ma anche una manifestazione di frustrazione. Il logo Extinction Rebellion appare ormai dappertutto, semplice e agghiacciante. A Londra, Banksy ha creato un nuovo murale che sostiene l’attivismo ambientale. La verità e l’umorismo sui muri non sono nuovi, gli antichi romani e greci erano soliti scrivere poesie di protesta sugli edifici. La protesta veniva scavata nelle mura del castello.

Dal novembre 1978 al dicembre 1979 abbiamo assistito ai “muri della democrazia” in Cina, dove manifesti scritti a grandi caratteri venivano affissi per avanzare petizioni su questioni politiche e sociali. Nel 2014, i muri sono stati resuscitati a Hong Kong. Pezzi del muro di Berlino sono stati ricoperti di graffiti e venduti ai turisti dopo che è crollato, quasi una nuova valuta di liberazione. C’è speranza quando un muro può essere imbrattato con un messaggio politico, o coperto da una vibrante rete di tag (la firma dei graffitisti); è invece la loro forma nuda a serpeggiare attraverso i Territori occupati o il muro che Trump ha improvvisato sul confine messicano a fronteggiare la disperazione. I graffiti possono creare una sorta di palcoscenico, riflettere uno stato dell’essere come quel “Welcome to Hell”, nella Sarajevo sotto assedio durante la guerra dei Balcani o invocare civiltà e mondi perduti come in quel “Edith Piaf” scritto alla rovescia sotto il davanzale di una finestra in quella stessa città martoriata.
Abbiamo un detto in questo paese: “la catastrofe è annunciata”, un avvertimento, una minaccia imminente, un futuro ineludibile, una verità.
Mentre scrivo, si stanno firmando petizioni e organizzando proteste per la visita di Trump nel Regno Unito. Non sono certo una monarchica, ma mi fa male sapere che verranno spesi dieci milioni di sterline in sicurezza per ospitare Trump e il suo entourage, e vedere il tappeto rosso rotolare ai suoi piedi così che lui possa prendere il tè con la Regina, il principe Carlo e la duchessa di Cornovaglia.
Fa male vedere questa farsa di dimensioni statali, anche se si inserisce perfettamente nell’assurdo puzzle del nostro tempo. Intanto, a seguito di questa visita, è stato eretto un nuovo muro.
Trump è qui anche per prendere parte alle commemorazioni del 75° D-Day a Portsmouth, dove un muro di acciaio lucido a doppio strato è stato eretto per tenere lontani potenziali manifestanti da Trump. In altri anni il pubblico era libero di prender parte alla commemorazione… Questo è un altro brutto muro, eloquente nella totale assenza di parole o immagini. Chiunque imputi queste misure alla profonda antipatia di molti per il “presidente dallo stile reality tv” potrebbe piuttosto prendere in considerazione la possibilità di costruire un muro per proteggerci da lui.

Se c’è qualcuno che merita di camminare sul tappeto rosso non è Donald Trump, ma Harry Read, un veterano del D-Day che all’età di 95 anni si lancerà con il paracadute in tandem con i Red Devils in Normandia per raccogliere fondi per le organizzazioni anti-tratta e anti-schiavitù dell’Esercito della Salvezza; dove lui ha servito per la maggior parte della sua lunga vita per aiutare i poveri e i senzatetto. La prima volta che si lanciò da un Dakota era un operatore radio ventenne.
Potremmo dire che la “catastrofe annunciata” è sotto forma di un rapporto pubblicato di recente dal Relatore speciale delle Nazioni Unite su Povertà estrema e diritti umani, il professor Philip Alston. Onestamente, l’annuncio è evidente da anni, ma il problema continua a essere ignorato. Philip Alston ha uno slogan sul suo account twitter che recita: “La povertà è una scelta politica”; sarebbe un bel murale. Coloro che soffrono la povertà, sono circondati da mura, possono anche risultare invisibili, ma sono lì.
Per citare il rapporto di Alston: “Sebbene il Regno Unito sia la quinta economia mondiale, un quinto della sua popolazione (14 milioni di persone) vive in povertà, e 1,5 milioni di questi hanno sofferto la miseria nel 2017”. Le politiche di austerità introdotte nel 2010 continuano quasi senza sosta, nonostante le tragiche conseguenze sociali. Si prevede che quasi il 40% dei bambini si troverà in condizioni di povertà entro il 2021. Le mense dei poveri si moltiplicano; i senzatetto aumentano; decine di migliaia di famiglie povere devono vivere in alloggi lontani dalle scuole, dai posti di lavoro e dalle reti comunitarie; l’aspettativa di vita è in calo per alcuni gruppi; e il sistema di assistenza legale è stato falcidiato. La rete di protezione sociale è stata fortemente ridimensionata da drastici tagli ai budget delle autorità locali, che hanno dovuto ridurre molti servizi; intanto i servizi di polizia vengono ridimensionati, le librerie chiudono, i centri comunitari e giovanili calano. Gran parte del collante che ha tenuto insieme la società britannica fin dalla Seconda guerra mondiale è stato deliberatamente rimosso e sostituito con un ‘ethos’ ostile e indifferente.
Un’economia in forte espansione, un’alta occupazione e un surplus di bilancio non hanno invertito l’austerità: una politica perseguita più come un’agenda ideologica che economica”.
La parola chiave è “deliberatamente”. È così che potremo erigere la fortezza dei Brexiteers e del Brexit Party, accumulando mattoni e erigendo muri divisori sulle fondamenta di questo impoverimento su larga scala, seppellendo i servizi pubblici, il denaro pubblico, la stessa idea di bene pubblico nella deliberata politica di austerità che continua tuttora.
In risposta al rapporto di Alston, il governo ha negato le sue conclusioni, ha negato la “catastrofe annunciata”, scegliendo non solo di occultare i fatti, ma anche di controbattere che la Gran Bretagna è uno dei paesi più felici del mondo. Ci sono così tanti elefanti nella stanza.

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