Un paese di vecchi – intervento di Francesco Ciafaloni

Una città n. 256, marzo-aprile 2019

Da lavoratori a pensionati. Le conseguenze dei mutamenti
strutturali nella società italiana per le scelte politiche possibili.

Trovo esasperanti i commenti sulla situazione italiana limitati al solo andamento del Pil, le proposte di sole misure finanziarie come strumento di politica economica. È ovvio che le misure finanziarie su grande scala, da parte della Bce, per esempio, come il quantitative easing, hanno avuto grande importanza; che la dimensione macroeconomica è importante. Mi chiedo però se sia sufficiente per capire come funziona una società e cercare di cambiarla.

Il mondo non è fatto di sola moneta. Cosa succede realmente quando si incentiva o disincentiva dipende dall’età dei cittadini, dalle loro competenze, dalla storia (e quindi dalla memoria e dalle aspettative); dal capitale disponibile, nel senso di macchine, impianti; dalla terra e da come è coltivata, dagli alberi e dalle vigne; dalle città, dai trasporti che le collegano; dalla cultura, non solo nel senso di spettacoli e oggetti da mostrare ai turisti per “valorizzarla”.
Si parla di “ripresa della crescita”, come se la crescita indefinita fosse materialmente possibile, come se fosse la condizione naturale del mondo, da cui si può, temporaneamente, uscire, come per una malattia, per decisioni sbagliate dei governi, ma a cui è ovvio tornare. Sappiamo tutti che una nuova crisi è in preparazione, che sviluppi positivi mezzo secolo fa producono oggi effetti negativi dal punto di vista ecologico, della sostenibilità materiale, ma facciamo come se il mondo fosse davvero a una sola dimensione.
Basta tornare con la memoria a cinquant’anni fa per renderci conto che alcuni obbiettivi politici che allora erano difficili ma ovvi, oggi sono una follia. Se si realizzassero davvero sarebbero catastrofici. Mezzo secolo fa molte case erano distrutte, come le strade e le ferrovie. Le case che c’erano, soprattutto in montagna e al sud, erano prive di servizi essenziali, strette, senza luce, senza acqua corrente, senza riscaldamento. Costruire case non era solo un modo di impiegare edili disoccupati, era una necessità assoluta. Avremmo fatto bene anche allora a preoccuparci degli aspetti ecologici, delle tecniche di costruzione, del consumo di suolo, della pianificazione delle città e dei paesi. Qualcuno (vedi il Calvino della Speculazione edilizia) si accorse anche allora degli orrori che stavamo producendo. Ma far uscire gli italiani dalle macerie, dalle baracche, dai tuguri, dalle grotte, era una necessità assoluta. Avremmo potuto farlo diversamente. Non era obbligatorio far ricostruire l’Italia dai palazzinari, passare dalle baracche del Tiburtino terzo al Tiburtino di oggi. Ma la necessità impellente c’era.
Oggi riproporre l’edilizia come motore della ripresa, magari aggiungendo ritualmente “di ristrutturazione”, sembra cecità. Come sembra cecità mascherare da ecologiche attività ad alto impatto ambientale immediato, come la costruzione della Torino-Lione ad alta velocità, perché in futuro, tra mezzo secolo, quando sarà finita, potrebbe sottrarre merci alla strada. Non si tratta solo dell’amianto, che sembra presente solo in tracce, sempre pericolose, peraltro, ma dei 17 milioni di tonnellate di smarino, riutilizzabili nella costruzione solo per meno della metà, delle quasi 200.000 tonnellate di rifiuti contaminati, dei decenni di lavoro e di polvere. Il Gottardo, che provocò migliaia di morti, anche per schistosomiasi, per l’inquinamento da feci delle acque, fu assai peggio per i lavoratori. Ma anche il nuovo tunnel non sarebbe uno scherzo. Forse il tunnel è insensato anche dal punto di vista economico, ma non c’è solo l’economia.
Mezzo secolo fa eravamo giovani, non solo nel senso che lo eravamo io e i miei coetanei, ma nel senso che l’Italia attraversava la transizione demografica, passava da alta natalità e alta mortalità a bassa natalità e bassa mortalità. La transizione produce un aumento delle persone in età di lavoro rispetto a quelli che sono troppo giovani o troppo vecchi per lavorare. Non è ancora aumentato il numero dei vecchi e non ci sono già più tanti bambini. Nel linguaggio follemente capitalistico che ci affligge si chiama “dividendo demografico”.
Andrebbe potenziata e infittita la rete ferroviaria, resa logisticamente conveniente per le merci, mentre sarebbe in ogni caso impossibile sostituire la gomma per il tratto finale. Invece l’alta velocità già realizzata, che fa passi troppo lunghi per noi e troppo corti per lei, ha distrutto la rete e obbliga a prendere il pullman se si vuole andare da Torino a Piacenza in tempi e con costi ragionevoli, senza rischiare di perdere la coincidenza a Milano. Gli edili che hanno lavorato all’alta velocità Milano-Torino e che lavorerebbero alla Torino-Lione, se si facesse, sono gli unici ad avere un contratto non terribilmente precario, che non si limita ai benefici della Cassa edile. Per fortuna è così. Ma non dimentichiamo i migranti senza formazione al lavoro e alla sicurezza che lavorano nei subappalti e continuano a morire il giorno dell’assunzione, cioè che vengono assunti da morti. Dovremmo riuscire a dare un minimo di protezione anche a loro.

Le lotte di allora, gli obbiettivi di oggi
I vecchi trovano difficile mobilitarsi, impossibile immaginare un futuro che li riguardi davvero, per ovvi motivi. Credo di aver citato molte volte la frase attribuita a Guglielmo d’Orange “non c’è bisogno di speranza per intraprendere né di successo per perseverare”. Ma nella realtà se si fanno le cose per dovere, si finisce per farle per abitudine, come si comprano i giornali tutte le mattine, senza aspettative né speranza di trovarci notizie o commenti sensati, con qualche eccezione,  qualche volta, per una o due testate. Si finisce col leggerli senza attenzione e senza indignazione. Invece bisogna prendere sul serio le cose che si propongono, impegnarsi nel proporle, arrabbiarsi se non riescono, smettere di comprare i giornali che scendono troppo in basso.
Questo, secondo me, vuol dire rendersi conto che, come per conservare l’ordine sociale ogni autorità deve deprimere le aspettative di quelli che ne dipendono, così chi voglia esercitare la critica, proporre o costruire un ordine nuovo, deve limitarsi, deprimere le aspettative proprie. Non nel senso di accettare lo stato di cose presente ma in quello di proporre obbiettivi raggiungibili, secondo etica e diritto, e lavorare per realizzarli. I fini complessivi  possono essere alti e remoti. Gli obbiettivi immediati devono essere evidenti e raggiungibili. Mezzo secolo fa il fine generale era sempre la liberazione del lavoro, ma i fini immediati erano le pensioni universalistiche, la sicurezza sul lavoro, l’aumento dei salari. Perciò qualcosa è stato realizzato, conoscendo le situazioni particolari insieme ai lavoratori direttamente coinvolti, cercando con loro i modi tecnicamente possibili per abbattere i vari fattori nocivi, le soluzioni finanziarie e amministrative. Proporre di tassare i ricchi è facile. Ma bisogna precisare cosa e come, distinguere le rendite dai profitti e dai salari. Altrimenti si finisce per accettare la flat tax, come sta avvenendo.
I giovani non hanno avuto bisogno di incitamenti per mobilitarsi per il futuro della Terra. Per essere utili alla loro mobilitazione non dovremmo limitarci a lodarli ma, se abbiamo le competenze per farlo, dovremmo rendere pubblici gli obbiettivi raggiungibili, i comportamenti, anche locali o individuali, che possono ridurre il consumo di energia, senza aspettare che cambi la politica del Presidente degli Stati Uniti o delle aziende petrolifere. In questo momento il vento soffia forte contro di noi. Come era temibile, si sono affermati soggetti politici xenofobi e razzisti che non mascherano più ma rivendicano la propria xenofobia, e al proprio razzismo cambiano solo il nome -lo si chiama essere padroni a casa propria, difendere i confini. I limiti allo sviluppo non solo vengono violati ma spariscono dal discorso pubblico. Non basta dire che ci sono obbiettivi più utili e meno inquinanti, a più alta intensità di lavoro, dei trafori. Bisogna, localmente, indicarli, a partire dalle necessità e dai problemi evidenti caso per caso, progettare i percorsi, dimostrarne la sostenibilità economica, formare i lavoratori per realizzarli. Qualche volta lo abbiamo fatto, nel passato remoto e in quello prossimo. Dovremmo provarci ancora.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *