Il papa e la regina – lettera di Emanuele Maspoli

Una città n. 256, marzo-aprile 2019

Cari amici,
sotto una pioggia battente s’è svolta l’attesissima visita del papa a Rabat, trentaquattro anni dopo quella di papa Giovanni Paolo II, che nell’agosto del 1985 era stato invitato da Hassan II. Un contesto certamente diverso: allora si era ancora nei cosiddetti Anni di piombo di una repressione durissima da parte di un tiranno molto abile. Oggi il Marocco resta una monarchia di fatto assoluta, ma gli spazi di libertà politica si sono notevolmente allargati come pure i diritti civili.

Nonostante si viva una fase di crisi del sistema, Mohammed VI riesce a governare con intelligenza il paese, puntando a una politica estera più libera e volta ad acquisire una sempre più forte leadership in ambito africano.
Va letto anche in questo contesto l’arrivo di Francesco: così attento alle politiche migratorie e con a cuore le masse di africani, spesso cattolici, disperse nella drammatica diaspora dell’emigrazione. I due capi religiosi (Mohammed VI è principe dei credenti) si sono dunque incontrati nella magnifica spianata della torre di Hassan di Rabat e hanno parlato all’entusiasta folla presente (tantissimi stranieri, migranti, ma pure marocchini venuti da tutto il paese per l’occasione) concordando praticamente su tutto, in un’ottica di dialogo, non solo tra le religioni.
Il principe dei credenti ha voluto esprimersi forse anche per questo in quattro lingue, a partire dallo spagnolo lingua madre del papa, per finire col francese. Lodevole la sua insistenza sulla conoscenza e sull’istruzione come antidoti al fondamentalismo e come necessità primaria; un discorso forse indirizzato alla polemica sorta attorno al ritorno del francese nell’insegnamento delle materie scientifiche ai licei. Quinta lingua della cerimonia, l’italiano di protocollo del papa, subito tradotto in arabo classico. Francesco ha lodato la politica alaouita di formazione religiosa, andando poi a visitare lo stesso istituto Mohammed VI per imam, predicatori e predicatrici voluto fortemente dal re marocchino allo scopo di influenzare l’Islam maghrebino e africano. Sulla spinosa questione della libertà di culto i due leader sono stati attenti a non incappare in un potenziale scontro. Da un lato Mohammed VI ha sottolineato come, in qualità di principe dei credenti, sia suo compito vegliare sui musulmani, il 99% della popolazione, così come sugli ebrei, che -ha detto- costituiscono anch’essi l’identità marocchina, e sui cristiani. Per questi ultimi ha però specificato “di nazionalità diversa”, lasciando cadere un pesante masso sulla speranza dei non numerosi marocchini convertiti al cristianesimo o ad altri culti.
Francesco non ha aperto il fronte, cauto politicamente e forse anche un po’ disinteressato, visto che l’evangelizzazione in Marocco porta più acqua al mulino delle chiese protestanti. È stato dunque molto chiaro sul proselitismo: i cristiani non devono puntare a essere egemoni né numerosi, bensì essere lievito della società con la propria testimonianza. Passando per gli Emirati Arabi Uniti, dove il proselitismo è condannato con la pena di morte, arrivato in Marocco, dove persiste la condanna al carcere per lo stesso reato, il papa ha dovuto essere necessariamente prudente. Infrangendo così il sogno di quei cristiani che attendono il riconoscimento della libertà di culto nella costituzione. Essi si sono riuniti in un Coordinamento nazionale e hanno recentemente fatto appello al Consiglio nazionale dei diritti umani (Cndh) per la fine della persecuzione nei loro confronti. Vorrebbero poter scegliere dei nomi cristiani per i loro figli, pregare apertamente nelle chiese e non in abitazioni private, sposarsi col rituale cristiano… Non esistono stime ufficiali sul loro numero, ma secondo il Dipartimento di Stato americano si va da duemila a seimila persone. Sono soprattutto protestanti evangelici e battisti. Rischiano la prigione se sospettati di fare proselitismo tra musulmani. Circa il 90% dei cristiani che vivono oggi in Marocco è tuttavia composto da migranti subsahariani, per i due terzi cattolici, ed è stato certamente a loro che il papa s’è essenzialmente rivolto, nella sua attenzione a lenire le sofferenze dei migranti. Sono loro che in Marocco hanno rivitalizzato le chiese sopravvissute dal tempo del colonialismo: sui sessanta luoghi di culto cristiani censiti ufficialmente in Marocco una quarantina sono cattolici; alcune chiese sono state riaperte per la pressione migratoria e la presenza di tanti studenti africani nelle città marocchine.
Anche nell’incontro col papa, così come ormai in tutte le apparizioni pubbliche, il re del Marocco era accompagnato dal figlio, il giovanissimo principe ereditario Moulay Hassan, e dal fratello Moulay Rachid. Mancava, come ormai da quindici mesi, Lalla Salma, la principessa tanto amata dai rotocalchi popolari di tutto il mondo così come da tanti marocchini. Era stata accolta con entusiasmo diciannove anni fa in occasione dell’innovativo matrimonio regale: certa stampa aveva biasimato l’assenza del titolo di regina, ma l’averla resa figura pubblica accanto al marito era già stata una grande rivoluzione, che ben si accompagnava alla prevista riforma del codice di famiglia. La principessa in questi anni si è adoperata non soltanto a fare da madre al futuro sovrano e alla sorellina Khadija, ma pure in numerose opere di carità. La sua improvvisa sparizione dalla scena pubblica ha fatto emergere ipotesi anche drammatiche. Proprio pochi giorni dopo la visita papale però la principessa è stata vista in pubblico a Marrakech, fotografata pare in uno dei numerosi ristorantini della piazza Djamalfna con la figlioletta. Triste epilogo della favola principesca il probabile divorzio avvenuto un anno prima, all’epoca della “scomparsa”.
Quel divorzio che agognerebbero probabilmente anche le fanciulle sposate forzatamente quando erano minorenni a uomini molto più vecchi, nonostante la legge oggi lo proibisca (se ne stimano quarantamila soltanto nel 2018). Anche in Marocco evidentemente, “fatta la legge, trovato l’inganno”, grazie a giudici conniventi con un sistema arcaico di potere assoluto maschile che in deroga alla legge approvano tali matrimoni (che poi, appena la giovane diventa maggiorenne, vengono regolarizzati). Il 24 marzo una di loro non ce l’ha più fatta: nella provincia poverissima di Jerada, nel villaggio di Oulad Sidi Ali, si è tolta la vita non avendo altra scelta per rifiutare il matrimonio che le avevano imposto a diciassette anni. Soltanto dieci giorni prima il ministro della giustizia, riconoscendo la gravità del fenomeno, affermava: “I matrimoni di minorenni sono una realtà sociale che interpella tutti”.

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