Repubblica e consigli – di Stephen E. Bronner

Niente nella storia accade effettivamente due volte, e pochi grandi eventi si rivelano delle farse: troppo sangue viene versato, troppe distruzioni. Gli eventi storici sono singoli e unici. Eppure più un evento è importante più può servire da punto di riferimento per il futuro.

La crisi di sovranità che ha accompagnato la nascita della Repubblica di Weimar ha generato profonde crepe che avrebbero influenzato gli eventi successivi, compreso il trionfo di Hitler. Le visioni contrastanti della sinistra nel 1918 sono state i prodromi dei conflitti interni che hanno sabotato la Repubblica spagnola durante la sua brutale guerra civile del 1936-38, portando a Franco e che poi hanno intaccato la difesa della democrazia cilena di Salvador Allende contro il colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti nel 1973, che avrebbe condotto all’insediamento di Pinochet.
Gli eventi tedeschi sono stati narrati e interpretati molte volte da storici eccellenti e il presente contributo non mira a presentare nuovi materiali o a risolvere i sofisticati dibattiti tra di loro. La ragione che mi spinge a tornare a quei fatti è che il 1918 rappresenta un esempio di sovranità in conflitto e fornisce una lezione importante riguardo ai pericoli del settarismo di fronte ad una minaccia fascista.
Sia la destra sia la sinistra hanno vissuto momenti in cui era necessario prendere decisioni cruciali. Prendiamo la Repubblica di Weimar: il suo crollo non era inevitabile. Questo vale per tutti gli eventi citati. Ogni crisi è stata però scatenata da un deficit di sovranità causato dal conflitto tra le forze popolari che tentavano di tener fede alla rivoluzione e i liberal-socialisti che difendevano la Repubblica, mentre le forze antidemocratiche di destra, aiutate dai militari, si radunavano ai lati.
In Germania gli eventi si sono sviluppati più lentamente e dopo che la crisi del 1918-19 sembrava esser stata risolta. Il periodo di calma dal 1923 al 1928 è stato travolto dalla Grande Depressione del 1929. Nonostante questa spaventosa crisi mondiale, si sarebbe però comunque potuto evitare il peggio. I comunisti, la sinistra estrema, eminenti liberali e gran parte dell’avanguardia bohemienne degli anni Venti, così come i “responsabili” di centro-destra, i monarchici e i leader militari, gli anti-nazisti intenti a creare una “Rivoluzione conservatrice”, ignorarono tutti una semplice verità politica: difendere la repubblica e resistere al nazismo rappresentavano la medesima e unica lotta. A destra invece, non c’è mai stata alcuna intenzione di abbracciare la democrazia, e a sinistra la possibilità di un fronte solidale è stata messa a repentaglio dal rancore generato proprio dalla crisi di sovranità dal 1918. Questo punto richiede alcune riflessioni ulteriori.

Con la sconfitta della Germania nella Prima guerra mondiale, il Kaiser Guglielmo II abdicò e il regime imperiale sembrò scomparire in un battito di ciglia. La sconfitta militare era stata uno shock, al quale la popolazione non era stata preparata e questo contribuì ad alimentare il mito, abbracciato dalle organizzazioni di ultra-destra (e antisemite), che la Germania fosse stata tradita in patria. I colpevoli non erano solo gli ebrei, ma anche i liberali, i socialdemocratici e tutti quelli più a sinistra, i pacifisti e i bohemien “criminali di novembre” che i nazisti avrebbero in seguito indicato come “ebrei bolscevichi” che cospiravano per creare una “Repubblica ebraica”. Le voci di questa “pugnalata alle spalle” avevano perseguitato il nuovo regime e la sua crisi di sovranità. La Repubblica di Weimar non aveva avuto altra scelta se non quella di firmare l’odioso Trattato di Versailles che costringeva la Germania a cedere parti del suo territorio e i suoi possedimenti imperiali, ridurre drammaticamente la dimensione del suo esercito e accettare di risultare come la sola responsabile della guerra. E di pagare per questo.

Peggio: la guerra aveva infranto quella “unione di ferro” tra la classe dei lavoratori e i suoi riconosciuti rappresentanti sin dal 1890 -il Partito socialdemocratico tedesco (Spd). Passato da una setta di qualche migliaio di persone ad un movimento di quattro milioni prima del 1914, per una serie di ragioni, i suoi rappresentanti parlamentari avevano a larghissima maggioranza appoggiato la dichiarazione di guer­ra. Il dissenso era sorto quasi immediatamente e nel 1916 i suoi attivisti di punta erano stati espulsi e avevano formato il “Partito socialdemocratico indipendente di Germania” (Uspd) che aveva in seguito perso una significativa minoranza a favore di una nuova organizzazione, Spartacus, che si era formata guardando al successo della rivoluzione bolscevica del 1917. Nel 1918, quando venne dichiarata la pace e il noto leader parlamentare della Spd, Philipp Scheidemann, proclamò l’esistenza di una nuova repubblica liberale in reazione alla chiamata per la formazione di una repubblica sovietica dei consigli dei lavoratori da parte del leggendario attivista anti-guerra Karl Liebknecht, la sinistra era lacerata da un profondo rancore tra la maggioranza socialista e i due partiti della minoranza.
Ironicamente, entrambi vennero condannati da molti dei loro alleati per aver agito troppo precipitosamente: Friedrich Ebert, primo Presidente della Repubblica di Weimar, era furioso con il collega, mentre il Comitato esecutivo di Spartacus, che divenne rapidamente il Partito comunista tedesco, era dubbioso sul futuro successo dell’azione rivoluzionaria richiesta dall’esperimento sovietico e sull’esito della rivolta di massa che cominciò con l’ammutinamento dei marinai a Kiel e poi si diffuse a molte città tedesche, Berlino compresa. La conseguente crisi di sovranità venne esacerbata da quello che divenne un sanguinoso conflitto tra due contrapposte visioni istituzionali.
La tragica morte di una tra le più grandi teoriche tra i socialdemocratici, Rosa Luxemburg, in qualche modo ha cristallizzato quella che è stata forse la più importante e irrisolta contraddizione istituzionale e politica della sinistra.

In mezzo agli scontri di strada, Luxemburg tenne saldo il proprio impegno per una repubblica, pur mantenendo le proprie convinzioni sull’auto-amministrazione della classe dei lavoratori e la solidarietà con gli spartachisti. Ad aggravare le difficoltà dei rivoluzionari sostenitori dei Soviet, inebriati dalla presa del potere da parte dei bolscevichi nel 1917, c’era il fatto che solo una minoranza dei lavoratori tedeschi si identificava con questa nuova e sperimentale forma di esercizio del potere, abbracciata da buona parte dell’Uspd e da Spartacus.
La maggioranza socialista sosteneva la nuova repubblica di Weimar, così chiamata per identificare il regime con la leggendaria città di Goethe, Schiller e del passato classico tedesco. L’appoggio a Weimar era in effetti pienamente comprensibile visto che l’Spd aveva sempre sostenuto gli ideali repubblicani all’interno di una prospera società capitalista anacronisticamente dominata dall’aristocrazia.
Economicamente arretrata, a dispetto della sua scintillante storia letteraria, la Russia non aveva né una tradizione borghese democratica né un movimento di lavoratori di massa. Solo Spartacus, una minoranza della minoranza Uspd, si ispirava allo slogan bolscevico “Tutto il potere ai Soviet!”.

Intanto il terrore era già in azione in Unione sovietica: il governo parlamentare provvisorio di Alexander Kerensky era stato sciolto e per quanto non tutti i ribelli (in particolare quelli provenienti dall’Uspd) si identificassero con i bolscevichi, il pubblico generale li vedeva così. Questa identificazione era stata ulteriormente confermata durante il Soviet bavarese del 1918, quando gli ostaggi erano stati assassinati a casaccio. Bisogna dire che i comunisti democratici, e ve ne erano molti, avevano semplicemente male interpretato la coscienza della classe operaia e la scena politica complessiva del momento. Una nuova repubblica “sovietica” avrebbe indubbiamente portato ad una invasione della Germania da parte degli alleati vittoriosi, Francia e Gran Bretagna, che assieme agli Stati Uniti stavano già isolando l’Unione Sovietica e inviando truppe in aiuto alla causa dei “bianchi” antibolscevici, in quella che sarebbe diventata una barbarica guerra civile.
La vittoria dei ribelli spartachisti avrebbe sicuramente scatenato le forze di destra, inclusi i militari e i Freikorps, che la sinistra avrebbe di sicuro avuto contro. Alla luce di tutto questo, la sopravvivenza di un governo senza maggioranza, pur avendo la maggioranza all’interno della propria classe operaia, avrebbe probabilmente portato ad un terrore “temporaneo” come quello dell’Unione Sovietica (dove divenne poi tutt’altro che temporaneo). E infine non risulta che gli spartachisti avessero una qualsiasi visione istituzionale concreta per poter esercitare la sovranità.

Alla metà degli anni Venti quasi ovunque in Europa, per quanto fosse forte la rabbia per l’appoggio da parte dei socialdemocratici alla Prima guerra mondiale, la stragrande maggioranza dei lavoratori era tornata a quella che Leon Blum chiamava “la vecchia casa”. L’aura romantica sorta intorno a Spartacus e ai sostenitori dei soviet o dei consigli tende a nascondere il fatto che non è chiaro per quale motivo la maggioranza proletaria avrebbe dovuto fare quella scelta. Infatti, in ballo non c’era la contrapposizione tra coraggio rivoluzionario e timidezza riformista, e i leader rivoluzionari lo sapevano. A parte Liebknecht, tutte le figure di spicco di Spartacus -Luxemburg, Leo Jogiches, Paul Levi, Clara Zetkin, Karl Radek (che era l’emissario di Lenin)- si opponevano alla rivolta. Chiedevano la partecipazione alle elezioni parlamentari e prevedevano un ruolo per i consigli all’interno di una cornice repubblicana. Ma al momento del voto furono battuti dai loro elettori nella riunione decisiva e, naturalmente, la visione di Luxemburg e dei suoi amici non venne mai realizzata. Sapevano che i loro compagni non avevano alcuna possibilità ed erano rassegnati alla sconfitta. Ciononostante, pur sapendo che la loro era una causa persa, mostrarono loro piena solidarietà fino alla fine.

La socialdemocrazia era sovrana nel 1918: diresse sia la difesa della Repubblica che la soppressione degli spartachisti. Ma la sua sovranità era corrotta dall’ambiguità e da una percepibile mancanza di convinzione. L’Spd aveva appoggiato la partecipazione tedesca alla Prima guerra mondiale però si era opposta alle annessioni e aveva anche dato origine a quella che sarebbe diventata la Resistenza. L’Spd aveva sempre sostenuto una repubblica parlamentare ma era assai poco entusiasta della rivoluzione che l’aveva creata facendola arrivare, per così dire, dalla porta di servizio. Forse era il suo “pragmatismo” a renderla così intransigente. Le negoziazioni con i ribelli furono poco significative: non c’era empatia per le loro aspirazioni democratiche, solo scetticismo per i consigli dei lavoratori e una paura quasi isterica che i bolscevichi prendessero la Germania. Per evitare questo, e la remota possibilità di una vittoria degli spartachisti, Ebert e i suoi più fidati consiglieri erano pronti a fare qualsiasi compromesso.

Per cominciare, Gustav Noske venne nominato Ministro dell’Interno. Socialista dell’area più di destra, venne scelto per firmare il patto col diavolo, cioè con gli elementi più reazionari della società tedesca, ovvero i Freikorps e i loro sostenitori tra i titani dell’industria pesante, e persino gli ultra-reazionari Junkers. L’attacco alla leadership di Spartacus mescolava l’antisemitismo con gli slogan xenofobici. Non venne concessa alcuna tregua agli ex-compagni. Noske, soprannominato “il segugio” per la sua abilità nello snidare i rivoluzionari, lavorò a stretto contatto con le forze anti-repubblicane e proto-naziste per sopprimere Spartacus e, lungo la strada, assassinarono Liebknecht, Luxemburg, Jogiches e tanti altri. Così la Repubblica di Weimar venne mantenuta appoggiandosi a forze anti-repubblicane che a loro volta lavoravano per sabotarla.

La sovranità ebbe una svolta quando la rivoluzione e la nuova repubblica incorporarono la contro-rivoluzione e i resti del vecchio regime. Le volpi erano entrate nel pollaio, per così dire, e anche i liberali che avevano fatto pace con la vecchia monarchia come Thomas Mann e Friedrich Meinecke offrirono solo un letargico supporto. Il sapore amaro del 1918 era rimasto su entrambi i lati della barricata. Con la nascita del Partito comunista tedesco (Kpd) nei giorni finali della rivolta spartachista, la classe operaia si trovò divisa tra una minoranza di rivoluzionari insurrezionalisti senza un piano e una maggioranza di socialisti riformatori alleati a dei reazionari che disprezzavano loro e la repubblica.
Gli idealisti di sinistra che guardano a un immaginario passato rivoluzionario la vedono in modo opposto. I socialdemocratici non erano tutti tesi a siglare compromessi spregiudicati dopo il 1918. Quel momento era finito dopo il 1925. La situazione era all’esatto opposto: nessun partito importante era disponibile a siglare un accordo, così nel 1930 i socialdemocratici erano completamente isolati. I partiti liberali si erano disintegrati e i partiti conservatori non volevano avere niente a che fare con l’Spd. Nel frattempo il Partito comunista marciava al passo deciso da Mosca.

Il settarismo comparve prima di Stalin e in effetti venne in parte determinato dal desiderio di mantenere un’identità comunista nel momento in cui il riformismo avrebbe potuto trasformare i comunisti in una versione un po’ più radicale dell’Spd.
Con la (terza) internazionale comunista organizzata da Lenin nel 1919 veniva inoltre offerta un’alternativa istituzionale alla (seconda) internazionale socialista. Sia per ragioni di identità rivoluzionaria, sia per guadagnarsi consenso per l’Urss, l’Internazionale comunista insistette su una strategia rivoluzionaria “offensiva” che culminò con il fallito Soviet ungherese, la March Action del 1921 e la rivolta dell’Ottobre del 1923. I successivi cinque anni compresi tra il 1924 e il 1928 vennero segnati da una controproducente rivalità tra partito socialdemocratico e partito comunista che culminò nella politica di Stalin dei “fratelli gemelli”: la socialdemocrazia venne identificata con il nazismo, la coalizione con l’Spd diventò quindi impossibile per il Kpd. La scena era ormai preparata per il governo di minoranza di una cricca conservatrice nel 1930 e per la vittoria elettorale di Hitler nel 1932.

Naturalmente, c’erano elementi lungimiranti sia nell’Spd che nel Kpd che si opponevano a questa politica. L’intimo amico di Luxemburg e avvocato Paul Levi, suo successore alla guida del Kpd, aveva cercato di far capire quanto il proletariato tedesco fosse esausto. Le politiche post-1918 richiedevano una rinnovata organizzazione dei sindacati, un lavoro per raccogliere voti parlamentari e il mantenimento di una certa indipendenza da Mosca.
Con complicate manovre, Lenin e Trotzki chiesero a Levi di assumersi la responsabilità per le tattiche rivoluzionarie fallimentari, a cui si era opposto, e quando si rifiutò lo espulsero dal partito.
Dopo un’altra debacle rivoluzionaria, l’Azione di ottobre del 1923, l’Urss “bolscevizzò” il Kpd nel 1924-5 con la leadership di Ruth Fischer e Arkady Maslow, trasformandolo in una marionetta di Mosca. Così non ci fu alcuna coalizione con la Spd nel 1925, operazione che avrebbe potuto impedire che il generale Paul Von Hindenburg, profondamente reazionario, diventasse Presidente della Repubblica di Weimar. Sarà Hindenburg a nominare Hitler Cancelliere nel 1933.

La socialdemocrazia nell’esercizio della sovranità durante la Repubblica di Weimar non si limitò ad accettare dei compromessi, ma piuttosto abbracciò un’ideologia del compromesso che giustificava qualsiasi accordo e che la privò di ogni dignità e principio agli occhi del popolo.
Per dirla in altri termini: incapace di autocritica o di rimorso, l’Spd rimase intossicata da una versione da poveruomini della Ragion di Stato. Niente è meno attraente di una sovranità intransigente e al contempo senza convinzioni e pronta a qualsiasi compromesso.
L’esperienza della Repubblica di Weimar ci ricorda la validità dell’insistenza di Max Weber sul fatto che lo stato debba avere il monopolio dei mezzi di coercizione e che le milizie paramilitari, così come la distribuzione di armi al popolo, rappresentano una minaccia alla stabilità.
Qui la questione non è formale, ma sostanziale: la sovranità si esercita solo marginalizzando (non certo riconoscendo o abbracciando) i partiti e le organizzazioni che disprezzano la sovranità democratica.

Quello che emerge in questa vicenda è anche la nevrosi ideologica nata attorno al bisogno di assicurarsi una identità istituzionale. Una nevrosi che facilmente si traduce in radicalismo dogmatico e quindi in strutture organizzative autoritarie e inflessibili per assicurare disciplina e conformità. Il settarismo non è solo autoreferenziale ma -nel senso peggiore del termine- utopico. Rosa Luxemburg lo sapeva bene. Tant’è che le sue politiche non erano mai settarie e, coerentemente con lo spirito critico della sua eredità, sarebbe necessario cominciare a pensare di nuovo a come riconciliare le due tradizioni della democrazia socialista, ovvero la Repubblica e il Consiglio.
Ma questo richiede qualcosa di più di vaghi appelli alla sovranità popolare.
I nostri contemporanei entusiasti per il Consiglio o per la prospettiva “orizzontale” delle organizzazioni, che vanno dai comunitaristi dell’America latina a quelli che si sono impegnati in Occupy Wall Street, non hanno fatto i conti con i difetti già manifestatisi nella Rivoluzione del 1918: come coordinare consigli o strutture locali; come andare oltre il consenso per questioni che richiedono processi decisionali complessi; cosa fare con le inevitabili tendenze burocratiche che sorgeranno; come proteggere le minoranze, rafforzare i pesi e contrappesi istituzionali; e infine, come mantenere lo stato di diritto liberale contro la passione associata alla giustizia “popolare”.
I repubblicani, ossessionati dalle sottigliezze istituzionali, invece, hanno (spesso arrogantemente) sottostimato sia il potere sia la legittimità della protesta popolare. I “professionisti” non sentono il polso del pubblico. I praticanti del realismo politico devono allora essere obbligati a rispondere dei loro atti, anche solo per tenere sotto controllo le loro ambizioni, e evitare che il compromesso si tramuti in una ideologia auto-giustificativa.

Ridurre il divario tra la Repubblica e i Consigli significa ridefinire la relazione tra le istituzioni primarie e le associazioni secondarie, tra pubblico e privato e il significato della sovranità democratica. Ma significa anche riconoscere la tensione tra la necessità di pesi e contrappesi burocratici e la richiesta di partecipazione popolare, tra specializzazione disciplinare e trasparenza, tra esperienza e responsabilità, tra rappresentanza organizzata e partecipazione diretta. Si fa presto a ripetere che i radicali ragionevoli dovrebbero tenere un piede nei movimenti di protesta e un altro all’interno dei partiti politici istituzionali. È un invito che non tiene in considerazione l’ampio ventaglio di tensioni pratiche e teoriche tra il sovrano e la necessità di porre limiti alla sovranità dal basso.
Forse non esiste una risposta definitiva, ma solo un approccio regolativo con cui poter aumentare o ridurre le tensioni nei diversi momenti.
Resta la necessità di una certa umiltà e di un’apertura verso possibilità future e esperimenti di democrazia che oggi non possiamo immaginare.
Mi sembra questo il modo migliore per rimanere fedeli agli ideali partecipativi che caratterizzano l’eredità di Rosa Luxemburg e della Rivoluzione tedesca del 1918.
(traduzione di Andrea Furlanetto)

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