Non lo avrei mai creduto – intervento di Francesco Ciafaloni

Una città n. 255, febbraio 2019

“Ah infelicità. Sono io quello / spelacchiato culone di storte lenti / … / e anche gonfio e senza garbo seriosamente. / … in sandali ventruto. / Non lo avrei mai creduto.”

(Franco Fortini, L’ospite ingrato)

Quelli di Fortini sono versi ironici, scritti guardando una propria foto. Non credo fosse preoccupato o stupito davvero per il deteriorarsi del suo aspetto. Ma se noi italiani ci guardassimo in una foto collettiva, se guardassimo dall’esterno ciò che facciamo e non facciamo, che fanno e non fanno quelli di cui si parla, ciò che accade, dovremmo essere non solo stupiti ma inorriditi. Non si tratta solo di ciò che fa o non fa il Governo, che fanno o non fanno i politici vecchi e nuovi, ma di una sorta di senso comune che sembra prevalere anche oltre l’area che vota Lega. 

Il Ministro dell’Interno si diverte a citare Mussolini (“noi tireremo diritto”, “non un centimetro indietro”) mentre ribadisce di voler “chiudere i porti” e blocca su una nave della Marina militare italiana 174  migranti per ribadire la posizione. Perciò viene incriminato per sequestro di persona. I 5S, alleati di governo, violando i principi che hanno sempre proclamato, negano l’autorizzazione al processo davanti al tribunale dei ministri, col sostegno di tutta la destra. 

Intanto le aggressioni fisiche e gli insulti nei confronti di stranieri e diversi si moltiplicano. Un maestro isola e dichiara brutto un bambino nero di fronte ai compagni; un cliente rifiuta di accettare una pizza da un fattorino di aspetto non italiano. 

Si può dire che si tratta di casi estremi, giustamente censurati, o di una destra ultranazionalista che si manifesta per quello che è; che ci sono manifestazioni e comportamenti eticamente sensibili. Ma si manifesta anche una vasta area di indifferenza, di accettazione, di falso manifesto in alcuni casi, nei commenti. Davvero non lo avrei mai creduto.

L’eredità del passato e la situazione presente

Si può essere tentati di ricorrere alla vecchia spiegazione, al fascismo “autobiografia della nazione”, per giustificare la situazione presente. Sono gli italiani che hanno inventato, sostenuto, subito, per venti anni, il Fascismo storico; è quello il nostro carattere nazionale. Ma, se questo è certo accaduto, è anche vero che gli italiani, contro o per il Fascismo e il Nazismo, si sono divisi in una sanguinosa guerra civile; che la Repubblica è nata dalla Resistenza, che ha vinto. Non avremo l’eguaglianza e la libertà accettando unanimi come nuovi valori fondanti della Repubblica italiana il mercato e la crescita, come unica dimensione importante della società l’economia, ma praticando i principi etici universalistici e la solidarietà. Ci sono certo molti italiani che violano universalismo e solidarietà; basta leggere i giornali e i sondaggi per saperlo. Ma ce ne sono molti altri, forse la maggioranza, che non condividono l’indifferenza e l’accettazione; che non ricorrono al falso evidente per sostenere le proprie scelte politiche. Questo non è il nostro carattere nazionale; caso mai la traduzione in italiano di una moda della destra americana: fake news, si dice. Non credo, né lo dicono i sondaggi, che la maggioranza degli italiani sia contro l’uguaglianza dei diritti: non si tratta di un disastro etico generale. Quello attuale è un fallimento culturale e politico: siamo incapaci di analizzare e interpretare lo stato di cose presente e di unirci politicamente per modificarlo. Non spero nella conversione all’eguaglianza dei nazionalisti. Spero nella capacità di chi non è d’accordo con loro di far fronte, di articolare le proprie ragioni, di creare alleanze nuove.

L’abbandono del controllo di realtà 
e il degrado del discorso pubblico.

Il confronto politico non è mai stato fondato sulla ricerca di una verità condivisa tra tutti. Ci sono interessi diversi e punti di vista diversi nella società. C’è sempre una Storia dell’altro di cui tener conto, anche in conflitti meno aspri di quello tra ebrei e palestinesi nello stato di Israele. 

La propaganda politica invece cerca di convincere chi la subisce, con qualunque mezzo. La tecnica della propaganda politica di Ciacotin insegnava a trasformare i W in abbasso nelle scritte sui  muri con una pennellata: occupare lo spazio. Per il ventennale della Democrazia Cristiana, celebrato con il manifesto di una bella ragazza e la scritta “La Dc ha vent’anni”, gli oppositori risposero incollando -abusivamente- sui manifesti la scritta “è ora di fotterla”, che non è un grande argomento, oltre ad essere vergognosamente maschilista. Ma c’è sempre stata la possibilità di distinguere tra propaganda e discorso pubblico. L’esistenza di una opposizione agguerrita e di una stampa critica ha sempre posto un limite alla falsificazione. Chi la sparava troppo grossa veniva criticato da tutti o quasi. “Negare la verità conosciuta”, l’evidenza, era uno dei “peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio” nel catechismo che si insegnava 70 anni fa.

Ora negare l’evidenza è diventato pratica corrente.

Faccio un esempio non drammatico, importante praticamente e politicamente, ma non centrale eticamente: la controversia sul treno ad alta velocità tra Torino e Lione. Ci sono argomenti contro -per me nettamente prevalenti- ed argomenti per. Ma tutti sappiamo che il Corridoio 5, l’alta velocità da Lisbona a Kiev, non esiste e non è in programma. Portogallo e Spagna sono usciti dal progetto. Al di là di Venezia non esistono neppure le linee ordinarie, né accordi per costruirle. Chiunque può controllare. Non è la cieca opposizione dei No Tav che blocca il Corridoio. Il defunto amico Luca Rastello scrisse una serie di articoli su Repubblica, che oggi sostiene il Tav, poi raccolti in volume, per documentare la inesistenza non solo di lavori ma anche di progetti sul resto del Corridoio. L’opposizione blocca la tratta Torino-Lione, non il progetto europeo. Ma Berlusconi cita ancora il Corridoio 5, tra Lisbona e Kiev, e alla radio ho sentito un professore del Politecnico di Torino sostenere che il tratto mancante Torino-Lione è “il tappo che blocca il Corridoio Lisbona-Kiev”. Si tratta di propaganda falsa, distruttiva. Con la propaganda non si costruisce una politica, né di destra né di sinistra. Si produce disorientamento, astensione. Non siamo al tracollo etico generale. Se ci si guarda intorno, si vede disorientamento, sconcerto, rabbia, isolamento, non disinteresse, non crudeltà. Ma c’è bisogno di rispetto e di analisi della realtà per trasformare l’indignazione in consenso contro il disinteresse e la crudeltà, per l’eguaglianza nella libertà.

Gli effetti disgreganti delle diseguaglianze diffuse

Le diseguaglianze maggiori, di cui si parla di più, sono quelle economiche. Si citano spesso i 18 miliardari che posseggono più ricchezze dei tre miliardi e mezzo di umani più poveri. Perché i moltissimi poveri non riescono a mettersi d’accordo per limitare la ricchezza dei pochissimi ricchi, almeno nei paesi in cui si vota? La risposta sta nella intricata rete di diseguaglianze minori tra i non ricchissimi che dividono tutti noi tra ricchi, meno ricchi e poveri, padroni e lavoratori, occupati e disoccupati, musulmani, cristiani e atei, cittadini e non cittadini dei vari paesi e regioni, bianchi e neri, universalisti e nazionalisti, solidali e feroci: una selva di differenze che è difficile, ma necessario, districare almeno in parte. Non tutte le differenze sono egualmente importanti. I diritti vanno resi compatibili. Alla fine la scelta di aggregarsi è politica. Essere solidali e non feroci, rispettosi di un’etica universalistica, laica o religiosa che sia, rispettosi della vita e della proprietà dei beni necessari alla vita, rispettosi della libertà, della sostenibilità ecologica, è e dovrà essere più importante delle differenze di ricchezza e  di condizione. Ma le differenze di ricchezza e di funzione, essere ricchi o poveri, padroni o dipendenti, generano conflitti di interessi, superabili, come è sempre accaduto, ma di cui bisogna tener conto. Il lavoro conoscitivo, la tessitura di alleanze, la capacità di tenere insieme gli interessi di parte con i fini, il riconoscimento della funzione dei corpi intermedi, dei rappresentanti di interessi economici opposti, sono stati, sono e saranno indispensabili alla creazione di forze politiche non improvvisate. Perciò è disperante sentir ripetere da parte di esponenti di ciò che è stata la sinistra e da quasi tutti i quotidiani (con l’eccezione, come sempre, di Avvenire e del Manifesto) che bisogna rilanciare gli investimenti e la crescita dando soldi ai padroni privati, come se fossero la bacchetta magica che ci renderà tutti ricchi e felici. Cominciamo, come proponeva il defunto Luciano Gallino, dal ricostruire sedi pubbliche capaci di assumere, organizzare e retribuire nuovi lavoratori, bianchi e neri, locali e migranti, per le funzioni indispensabili e trascurate, nella sanità, nella scuola, nella difesa dell’ambiente. Custodiamo il giardino, aiutiamo i poveri e i malati. Il resto seguirà. 

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