La città dei cinque vescovi – di Paolo Bergamaschi

“Chiami Uber” mi dice l’unica persona che incontro nell’area taxi che balbetta qualche parola di inglese. L’altro che gli sta a fianco, però, si impietosisce e chiede al conoscente seduto sull’auto poco a lato se può accompagnarmi. “Hotel Lviv” gli dico un po’ disorientato e questo mi carica nell’oscurità trasportandomi fino alla meta a ridosso del centro storico dove appena sceso con il bagaglio in mano assisto ad una rissa con spintoni, scazzottamenti, urla e schiamazzi fra l’antiporta e la porta di ingresso. “Forse ho sbagliato hotel”, penso, visto anche l’aspetto un po’ equivoco del locale. Mi metto al riparo e controllo recuperando velocemente la prenotazione nello zaino.

In effetti dovevo andare da tutt’altra parte ma ho confuso il nome ucraino della città, Lviv appunto, con quello latino, Leopolis, che denomina l’hotel dove mi attende la camera riservata qualche giorno prima in agenzia a Bruxelles. Lviv per gli ucraini, Lvov per polacchi e russi, Leopolis per i latini, Lemberg per i tedeschi: tanti sono passati di qui e tutti hanno lasciato un segno indelebile. Chiedo la direzione a due ragazzi che, dopo avere controllato l’indirizzo con google sul cellulare, mi avviano verso il centro storico che si schiude d’incanto nel deserto della notte.  Sono pochissimi i locali ancora aperti e gli ultimi clienti sono tutti alticci, ancora in grado, però, di rispondere alle mie richieste di informazione. I vicoli lastricati di pietra nella penombra della scarna illuminazione tra i palazzi d’epoca offrono scorci di indubbio fascino. La città dorme e respira. La porta dell’hotel è ancora aperta: mi aspetta, finalmente, un letto con la busta del programma aggiornato delle riunioni per i giorni seguenti.
“Il 42% dell’export ucraino prende la direzione dell’Unione europea”, sottolinea Irina Gerashchenko, vice-presidente della Verhovna Rada, snocciolando i dati più recenti all’apertura dei lavori della conferenza interparlamentare. Dall’entrata in vigore dell’area di libero scambio con l’Ue nel 2014, l’economia dell’ex repubblica socialista si è sempre più integrata in quella europea allentando nel contempo i tradizionali legami che la trattenevano in quella della zona post sovietica. Sono soprattutto acciaio, prodotti chimici e macchinari a muoversi verso occidente. Dopo il crollo dell’economia nel 2014, che ha fatto seguito all’annessione russa della Crimea e allo scoppio della crisi nel Donbass, la situazione sta gradualmente e sensibilmente migliorando. La produzione industriale negli ultimi anni è tornata a crescere così come quella agricola, anche se le statistiche scontano il fatto che una cospicua parte del territorio non è più sotto il controllo delle autorità di Kiev. A questo proposito, pur mostrando un discreto ottimismo sulle prospettive di crescita del paese, la Gerashchenko non può esimersi dal denunciare il mancato rispetto degli accordi di Minsk da parte di Mosca, che obbliga l’Ucraina a svenarsi per convogliare parte delle risorse nel settore della difesa e al sostegno umanitario del milione e mezzo di sfollati dalle regioni orientali dove le violazioni del cessate il fuoco continuano su base quotidiana. La leadership ucraina ormai guarda stabilmente a occidente e in particolare a Bruxelles, che negli anni recenti non si è mai sottratta alle richieste che giungono da Kiev. La vice-presidente del parlamento ucraino coglie l’occasione, a questo riguardo, per ringraziare l’Unione per il quarto programma di assistenza macro-finanziaria cha dalla fine del 2018 porterà un miliardo di euro in prestiti agevolati nelle casse dello stato con l’obiettivo di stabilizzare i conti e risanare il bilancio. Quello che l’Unione non è in grado di fornire all’Ucraina in termini di sicurezza è compensato da un flusso generoso di aiuti sia sul piano economico, che su quello tecnico e politico. Va evidenziato, comunque, che il sostegno europeo non è mai gratuito, ma è condizionato ad un percorso di riforme che l’ex repubblica sovietica sta progressivamente adottando, modernizzando le strutture e le consuetudini di uno stato rimasto sostanzialmente fermo ai tempi dell’Urss. Il processo di decentramento amministrativo sta cominciando a dare i suoi frutti obbligando i governi locali a rendere conto in modo trasparente sull’uso dei soldi pubblici; il settore giudiziario non è più alla mercé del potere politico e la lotta alla corruzione fa traballare i poteri forti abituati ad agire dietro le quinte manipolando procedure, decisioni e funzionari. C’è una nuova Ucraina che sta nascendo, ma il parto è travagliato, forse ancora più complicato del previsto. Il segno più tangibile della solidarietà europea agli occhi dei ucraini, però, è stato senza dubbio la cancellazione dell’obbligo di visto per chi entra nello spazio Schengen. Dal giugno dello scorso anno i cittadini di Kiev che viaggiano in Europa non devono più sottomettersi all’umiliante e costosa procedura di richiesta del permesso di ingresso nell’Unione. L’annuncio è stato dato con una certa enfasi dall’Alto rappresentante per la politica estera e sicurezza comune dell’Unione, Federica Mogherini, attraverso un videomessaggio rivolto alla nazione ucraina. “Abbiamo mantenuto la promessa”, ha affermato la responsabile europea delle relazioni esterne, “oggi si abbatte una barriera fra i popoli del vecchio continente; ce l’abbiamo fatta e ce l’abbiamo fatta insieme”. La liberalizzazione dei visti era una delle tante offerte fatte da Bruxelles alle autorità di Kiev nel quadro dell’approfondimento delle relazioni fra le due parti già prima che scoppiasse la crisi del Donbass, ma che proprio questa crisi ha reso più urgenti e necessarie. Sono migliaia i cittadini ucraini che hanno approfittato di questa opportunità, più di mezzo milione fino ad oggi secondo le statistiche. E le stesse statistiche dicono che sono 237.000 in Italia quelli regolari, che in realtà diventano molti di più se si considerano coloro che gravitano nel nostro paese in modo saltuario, stagionale o irregolare. Sono, nella stragrande maggioranza dei casi, tutti bene integrati nelle nostre comunità. Una presenza leggera e silenziosa ma preziosa e indispensabile, ad esempio, per le tante famiglie in cui prestano assistenza ai nostri anziani come badanti o infermiere. E sono tutti fonte di importanti rimesse finanziarie che contribuiscono al sostentamento delle rispettive famiglie in patria e a risollevare le casse disastrate dello stato.Il paese, però, che più di ogni altro è diventato la meta dell’emigrazione ucraina, sia per ragioni geografiche che culturali, è senz’altro la Polonia. Lviv si trova a soli settanta chilometri dal confine occidentale. Sono tantissimi i giovani e meno giovani che hanno abbandonato la città per cercare fortuna oltre frontiera. In Ucraina il salario medio mensile non supera i quattrocento euro; nella vicina Polonia si arriva a quasi il doppio. Varsavia, inoltre, sta vivendo da alcuni anni un boom economico che richiede sempre più mano d’opera e quella proveniente dalla regione di Lviv, qualificata e non, si adatta perfettamente alla situazione. Vista l’affinità linguistica, l’inserimento degli ucraini nel mondo del lavoro polacco non presenta particolari ostacoli e anche dal punto di vista sociale non ci sono problemi di integrazione. Lviv è terra di confine e come in tutte le terre di confine le identità sono sfumate e le contaminazioni la regola, salvo quando intervengono fattori  esterni come gli irrigidimenti centralistici e, a volte, fanatici di stati nascenti o appena nati preoccupati solo di marcare il territorio alimentando tensioni interetniche e scatenando pretestuose contrapposizioni di carattere culturale, linguistico e religioso nelle comunità periferiche. Le stime ufficiali parlano di un milione di ucraini in Polonia, ma le cifre reali arrivano al milione e mezzo. Anche se il governo sciovinista di Varsavia fatica ad ammetterlo, il miracolo economico polacco è dovuto per una parte consistente ai fondi europei e alla mano d’opera ucraina. E per chi parte c’è sempre chi arriva. Nella zona di Lviv, infatti, i posti vacanti vengono riempiti dagli sfollati delle province orientali in cerca di un luogo più sicuro.Andriy Sadovyi è il sindaco di Lviv nonché leader fondatore di Samopomich, uno dei partiti emergenti alle elezioni del 2014 dopo la rivoluzione di piazza Maidan. Ci accoglie con grandi sorrisi nel suo studio che si trova in un palazzo signorile del centro da cui si gode una vista privilegiata della parte storica della città. Pur avendo rinunciato al seggio in parlamento per continuare ad amministrare il luogo di origine Sadovyi è uno dei politici più popolari dell’Ucraina. Rappresenta l’anima occidentale del paese, quella che ha fretta di integrarsi sempre di più con l’Europa sbarazzandosi il prima possibile dell’ingombrante eredità sovietica. D’altronde non può che essere così visto che lui rappresenta la Galizia ovvero quella regione divisa oggi fra Polonia e Ucraina che fino al 1918 costituiva l’ultimo lembo orientale dell’impero austro-ungarico. Grande contenitore di popoli, culture ed etnie, l’impero asburgico ha lasciato anche qui tracce indelebili che rendono Lviv o, meglio, Lemberg, come la chiamano i cittadini di lingua tedesca, una città unica dal punto di vista architettonico e monumentale. C’è storia che trasuda da ogni pietra nel cuore del vecchio borgo dove i turisti sciamano lenti con il cellulare pronto alla ricerca dello scatto più congeniale. Sadovyi sarà candidato alle elezioni presidenziali del 2019 e la visita di una delegazione di europarlamentari è grasso che cola per la sua campagna. Ci illustra dall’ampio balcone le bellezze della sua città magnificandone il passato con l’occhio rivolto al presente. Gli abitanti di Lviv non hanno dimenticato i trascorsi mitteleuropei come testimonia, peraltro, lo stile inconfondibile delle facciate ben conservate degli edifici del nucleo storico. Qui la gente si vanta del cosmopolitismo della propria regione, passata di mano in mano nel volgere di ottant’anni. Con la fine dell’impero, infatti, Lviv passò alla Polonia fino al 1939 quando venne occupata dai Russi e poi conquistata dai tedeschi nel 1942, per poi finire nell’Ucraina sovietica fino al 1991, quando anche l’impero sovietico si frantumò in tanti pezzi. Questo vortice politico e amministrativo, ovviamente, non è passato indolore, ma ha comportato repentini scambi e rimescolamenti di popolazioni, abitudini, usi, costumi e lingue che alla fine si sono contaminati e fusi plasmando la comunità della Lviv odierna, sospesa tra le glorie di ieri e i problemi di oggi. “Siamo la città dei cinque vescovi”, mi dice con un certo orgoglio uno dei collaboratori di Sadovyi, sottolineando come convivano in armonia, a distanza di pochi metri, i prelati della chiesa ortodossa di Kiev, della chiesa ortodossa fedele al patriarcato di Mosca, della chiesa armena, di quella greco-cattolica e di quella cattolico-romana. Gli echi della guerra nel Donbass qui arrivano a malapena. I turisti che visitano questa parte di Ucraina di certo non si accorgono di trovarsi in un paese in guerra, quella guerra che io percepisco solo attraverso i bollettini che mi arrivano quotidianamente dal fronte orientale e che riportano con drammatica precisione il numero dei feriti, dei morti e delle violazioni del cessate il fuoco, come un rosario doloroso che non trova fine. Il superbo teatro dell’opera che si erge in splendido stile rinascimentale sulla grande piazza illuminata a ridosso della Prospettiva della Libertà riposa indifferente, forse ancora ebbro dei fasti dell’impero austro-ungarico, un impero che fu e che non è più ma che a Lemberg per certi versi è sopravvissuto a se stesso.Sono solo 140 i chilometri che separano Ivanofrankivsk da Lviv, ma il tempo di trasferimento supera ogni aspettativa. Anche se la strada non è malmessa, i veicoli pesanti rallentano il traffico dilatando le previsioni di percorrenza. Campi di soia, mais, girasole, barbabietola da zucchero alternati a prati di erba medica e pascolo stabile accompagnano gli sguardi dalla finestra dell’autobus svelando la parte rurale della regione che porta  ondulante verso i Carpazi. Cementifici e impianti chimici alle porte della città. Aria pesante e puzza di zolfo ovunque. Non il miglior biglietto da visita per il centro che dal 1962 prende il nome da Ivan Franko, grande poeta, scrittore ed etnografo ucraino di inizio novecento. Fino ad allora la città si chiamava Stanislav e sotto questo nome faceva parte, come Lemberg, dell’impero asburgico con una popolazione composita. Ci hanno pensato, durante la seconda guerra mondiale, prima i russi a “ripulire” la città dai polacchi con il trasferimento forzato in Siberia e, quindi, i tedeschi a completare la pulizia etnica sopprimendo 40.000 ebrei. Oggi Ivanofrankivsk è il capoluogo dell’omonimo oblast al confine con la Transcarpazia, la regione più occidentale dell’Ucraina. Se Lviv e Ivanofrankivsk erano una volta città multietniche, la Transcarpazia, Zakapartia in lingua locale, lo è tuttora. Va sottolineato, peraltro, che nella stessa Ucraina, su 42 milioni di abitanti, ben il 22% appartiene a minoranze etniche la cui prima lingua non è l’ucraino. Negli ultimi anni il governo di Kiev si è prodigato per integrare queste comunità nel tessuto sociale del paese accelerando gli sforzi di costruzione di un’identità nazionale dopo lo strappo con Mosca. Questo processo, però, ha irritato i paesi vicini, in primo luogo Russia e Ungheria, che a più riprese e in modi diversi e per ragioni diverse hanno fatto sentire la propria voce. Per Mosca i presunti torti subiti dalle comunità russofone dell’Ucraina orientale sono stati il pretesto per aizzare, sostenere e armare nel 2014 la rivolta contro Kiev degenerata nella guerra in corso nel Donbass. Per Budapest, invece, la scintilla incendiaria è stata la legge sull’istruzione adottata dal parlamento ucraino nel 2017, che restringe il diritto all’educazione nella lingua minoritaria alla scuola primaria. Fino ad allora la minoranza ungherese poteva seguire in lingua madre anche le scuole secondarie. L’intenzione del governo di Kiev era di obbligare tutti i cittadini dello stato alla conoscenza fluente della lingua ucraina tenendo conto del fatto che in certe parti del paese e in alcuni ambienti è ancora poco usata. Per la legislazione dell’Ucraina, peraltro, non è possibile la doppia cittadinanza. La riforma educativa è stata accolta con qualche mugugno in Polonia e Romania, i cui governi hanno protestato all’inizio in difesa delle rispettive minoranze salvo poi ricredersi in cambio delle assicurazioni ottenute. Chi proprio non l’ha digerita è stato il primo ministro ungherese Viktor Orban, che da Budapest ha intimato alle autorità di Kiev con toni da crociata di revocare o modificare la legge minacciando di ostacolare ogni decisione in favore dell’Ucraina in sede euro-atlantica. Il braccio di ferro è ancora in corso passando per il Consiglio d’Europa a sua volta incaricato, attraverso la cosiddetta Commissione di Venezia, di verificare la compatibilità della riforma con le convenzioni europee. Sono 150.000 gli ungheresi della Transcarpazia, i cui rappresentanti incontriamo con quelli della minoranza rumena, di quella ebraica e di quella rom ai margini dai lavori interparlamentari. Rivendicano il diritto di poter continuare gli studi nella lingua madre così come era possibile prima della riforma. A loro ribattono i deputati della Verhovna Rada, sottolineando come l’obiettivo ultimo della legge non sia quello di assimilare la minoranza ungherese bensì quello di fornire anche ai ragazzi non di madre lingua l’opportunità di integrarsi meglio nella società del paese di cui sono cittadini, attraverso una conoscenza più approfondita della lingua ucraina. L’impressione diffusa è che, senza le dichiarazioni roboanti di Orban, le parti avrebbero già trovato una soluzione. Quando, però, ci si atteggia a difensori della nazione, come nel caso dell’autocrate di Budapest, si perde il senso della realtà scatenando pulsioni che rischiano di sfuggire di mano. Non importa se poi a subirne le conseguenze sono le stesse comunità che si vuole proteggere, schiacciate nella morsa dello scontro e oggetto di sospetto e diffidenza. Prima della partenza per Kiev, c’è il tempo per una escursione lampo tra i Carpazi.Ci infiliamo fra i su e giù delle colline fino a Verkhovyna, piccola località turistica al centro della Zakarpatia, dove ci attendono impazienti le autorità locali con tanto di gruppi folkloristici. La regione, sempre più spopolata, presenta i problemi classici delle zone di periferia, nonostante mostri un potenziale di attrazione non indifferente dal punto di vista naturalistico e ambientale. Pessima comunicazione con la città più vicina, carenza di servizi, scarso sviluppo economico, invecchiamento della popolazione, condizioni climatiche difficili caratterizzano un territorio che si incunea fra Romania, Ungheria, Slovacchia e Polonia. Le comunità che vivono da queste parti si definiscono Hutzul, un gruppo etnico che parla un dialetto ucraino contaminato dalle lingue dei paesi limitrofi. Secoli di isolamento hanno consentito a queste genti, che vivevano principalmente di pastorizia e taglio dei boschi, di preservare un corredo di tradizioni e costumi che vengono ostentati con orgoglio in funzione anche e soprattutto di un turismo che, comunque, stenta a decollare. C’è solo il tempo di sedersi a tavola per un quarto d’ora per un assaggio mordi-e-fuggi delle specialità locali, zuppe, formaggi e distillati in particolare, che bisogna correre in fretta per raggiungere l’aeroporto di Ivanofrankivsk, dove ci attende il volo per Kiev. Si volta pagina, si torna alla normalità, all’Ucraina che più mi è famigliare, quella che ruota attorno a Piazza Majdan e alla sua tragica storia recente. Qui si incrociano i destini di tutto il paese, qui arriva l’eco della guerra nel Donbass a est e la tensione che monta a sud nel mare di Azov. Qui si incontrano e si scontrano le diverse anime della nazione. Le terre di frontiera occidentali sembrano sospese in un letargo apparente, mentre quelle orientali bruciano di un fuoco che sembra inestinguibile. Si naviga a vista alla ricerca di un punto di approdo. Nessuno conosce la rotta e i capitani bisticciano a bordo mentre consultano le cartine. Avviso ai naviganti: pericolo naufragio.

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