Nasce una poesia postmoderna – Novecento poetico italiano

Novecento poetico italiano – di Alfonso Berardinelli

Dopo le esplosioni di novità culturali e politiche che si ebbero dopo la metà degli anni Cinquanta e fino a quel cosiddetto anno fatale che fu il 1968, fu come se all’improvviso si interrompesse quella paradossale “continuità rivoluzionaria” che aveva legato gli intellettuali illuministi alle avanguardie novecentesche di ogni genere.

L’idea era stata di cambiare radicalmente la società, la politica, il modo di essere e di sentire: cambiare il mondo (secondo Marx) e cambiare la vita (secondo Rimbaud), rivoluzionare i sistemi di potere, i comportamenti individuali, le forme del sapere e dell’espressione. La modernità era stata l’epoca che aspirava a una nuova arte, a una nuova filosofia, a una nuova scienza, a una nuova politica, portando conflitti e contraddizioni al loro limite estremo, fino a fare esplodere abitudini e tradizioni, istituzioni, forme di autorità e consuetudini accettate. Fu una lotta senza fine per il Nuovo, in un permanente stato di opposizione, di critica e di rivolta. Ma dopo due secoli, in poco più di un decennio, tutte le rivoluzioni, con il loro culto di sé e i loro dogmi intimamente contraddittori (il famoso imperativo “sii libero!”) sembrarono esaurite.
Nel più ristretto e limitato campo della letteratura, della narrativa e della poesia, per alcuni anni relegate dalla politicizzazione totale nello spazio dell’irrilevante, si capì che l’innovazione permanente e storicamente lineare delle forme non funzionava e non interessava più. La stessa idea di avanguardia sembrò improvvisamente invecchiata. Non si potevano replicare le rivoluzioni narrative di Joyce e Kafka immaginando di andare oltre, né fondare movimenti artistici organizzati come partiti politici replicando il Surrealismo, che aveva immaginato di integrare la liberazione dell’inconscio (un Freud male interpretato) e la “rivoluzione permanente” (l’illusione del bolscevico Trockij).
Ma veniamo all’Italia. Nel 1965 un trentenne critico letterario e teorico estremista come Alberto Asor Rosa scrisse un ritratto in apparenza rispettoso, in realtà liquidatorio di Franco Fortini, che dal 1945 in poi era stato il poeta e letterato di sinistra più consapevolmente impegnato nel leggere i processi culturali in chiave di marxistica “critica dell’ideologia”. Il torto di Fortini, secondo Asor Rosa, era stata l’incoerenza di credere nei valori della cultura, di continuare a scrivere poesia, volendo nello stesso tempo essere o sentirsi rivoluzionario. In questo saggio su Fortini così scriveva Asor Rosa: “Non so come, a chi tratta parole in forma letteraria, non si geli la lingua in bocca, ogniqualvolta arrivi ad esser capace di intendere la condizione nella quale il mondo si trova. Mai la necessità ha raggiunto un livello così estremo, mai le parole sono state così inadeguate allo scopo. Di fronte al regno della necessità bisogna avere il coraggio di rinunciare a tutto ciò che non è necessario: la bellezza, la consolazione, la speranza, il dolore, il piacere debbono essere cancellati dal nostro orizzonte. A chi ci obietta che ciò è assai più che rinunciare alla poesia: è rinunciare all’uomo, risponderemo che appunto di ciò intendiamo parlare. Solo un taglio di spada, drastico e provocatorio come questo, chiarisce fino in fondo che la lotta di classe non passa attraverso le idee, i valori, la cultura” (L’uomo e il poeta, in “Angelus Novus”, 5-6, dicembre 1965).
Come esibizione di estremistica coerenza politica, pronta a rimproverare a chiunque peccati di amore per la cultura, questa di Asor Rosa è un esempio così eloquente da non meritare commenti. Esprime nel modo più elementare l’idea di una morte necessaria della letteratura, cioè della sua doverosa liquidazione politica. Dal 1967-68 all’inizio del decennio successivo, chi scriveva poesia lo fece perciò in una condizione di clandestinità morale. Erano gli anni dell’underground teatrale e delle “cantine”. Ricordo che Franco Cordelli, che ne era e ne sarebbe stato per almeno dieci anni il più fedele interprete, scrisse prima del 1970 un articolo intitolato “Letteratura come carboneria”, dando un nome allo stato di clandestinità di quella che anni dopo sarebbe invece diventata “creatività diffusa”, arte per tutti, fatta da tutti.
Per quanto riguarda la poesia, il passaggio dalla vergogna dell’essere poeti alla fede in una poesia senza radici letterarie, riscoperta e reinventata da ogni scrivente, una poesia anticulturale e “selvaggia”, ebbe la sua prima manifestazione editoriale con l’uscita nel 1975 del Pubblico della poesia, un libro fra inchiesta sociologica e antologia poetica, messo insieme come documento o dossier da Cordelli e da me. Sessantaquattro autori erano variamente presenti nel volume, perché antologizzati, intervistati e infine descritti in uno schedario conclusivo. Lo spirito con cui i due curatori registravano la novità culturale e in senso lato politica del fenomeno, era di ambivalente curiosità e perplessità. Qual era il reale valore letterario di questa massa di nuovi poeti? Quale la loro formazione? Erano veri poeti? Si illudevano di esserlo? Perché volevano esserlo? Cosa avevano letto? Cosa si aspettavano dal loro pubblico e dall’editoria? Quale futuro avrebbero avuto? Qual era la loro idea della poesia in generale e delle sue attuali potenzialità? La posizione dei due curatori del libro era dunque più interrogativa che affermativa e promozionale.
Sia Cordelli che io avevamo scritto e intendevamo continuare. Cordelli aveva scritto racconti che somigliavano a poemetti narrativo-riflessivi, e aveva da poco pubblicato un romanzo. Io ero più immerso nella riflessione sociopolitica e tendevo a praticare scetticamente la scrittura poetica più come un esercizio o esperimento intellettuale e privato che come un mezzo di espressione. Per qualche anno avevamo seguito entrambi le lezioni di Giacomo Debenedetti sul romanzo del Novecento e leggevamo di tutto, Barthes e Beckett, Gombrowicz e Adorno, Auden e Malcom Lowry, Butor e Enzensberger, Peter Weiss e Fortini, Ginsberg, Sanguineti, Mailer, Manganelli… Tra Gruppo 47 tedesco e Gruppo 63 italiano, tra Scuola di Francoforte e strutturalismo, nouveau roman e nouvelle critique, Beat generation e New left, ora avevamo improvvisamente a che fare con decine di coetanei che credevano nell’essere poeti più che nella poesia, spesso ignorando gran parte delle impegnative riflessioni teoriche su avanguardia e impegno, rivoluzione e reificazione, di cui era piena la saggistica internazionale di allora.
Avevamo certo in mente gli esiti finali della poesia di Montale, Pasolini, Zanzotto, mentre Dario Bellezza a Roma e Maurizio Cucchi a Milano avevano esordito con Garzanti e Mondadori, il primo con l’approvazione dello stesso Pasolini, il secondo con quella di Raboni. Ma non era questo a essere interessante per noi. L’interessante ci sembrava piuttosto il fenomeno vulcanico in sé, la suggestione generazionale della nuova poesia e il suo significato storico, se ne aveva uno. Convinti che il conflitto tra avanguardia informale e impegno realistico fosse un conflitto finito con l’inizio degli anni Sessanta, perché nato all’interno di prospettive in vario modo storicistiche, l’esplosione “sintomatica” di una nuova poesia ci sembrava di per sé sia un problema che uno spettacolo. Fu così che subito dopo il 1975 Cordelli si occupò più dello spettacolo (organizzando letture pubbliche che culminarono nell’happening internazionale di Castelporziano) e io mi occupai più del problema. Lui nel 1963 aveva pubblicato Procida, suo primo romanzo, con l’appoggio di Raboni e Siciliano. Io nello stesso anno avevo pubblicato un libro su Fortini, cominciando poi a collaborare con “Quaderni piacentini”. Lui dialogava con Moravia e Elio Pagliarani, io con Elsa Morante e Piergiorgio Bellocchio. Inutile aggiungere che il nostro sodalizio si interruppe e la nostra amicizia entrò in una crisi durata vent’anni.
Questo piccolo excursus autobiografico non so quanto interessi il lettore di oggi. Ma era difficile evitarlo volendo mettere a fuoco l’atmosfera anni Settanta in cui sembrò che davvero il Novecento poetico fosse finito e una “creatività” letteraria di massa, nata dalla scolarizzazione diffusa e dal ‘68 politico, ormai si stava imponendo per la prima volta, annunciando sviluppi tuttora in corso. Accadde già allora che l’iperconsapevolezza teorico-critica che veniva dal Novecento si eclissasse. Ora tutti volevano essere autori e non tolleravano nessun freno inibitorio dettato da coscienza storica, o anche sociologica. La rivoluzione secondo il ‘68 non c’era stata, ma ognuno sentiva di avere se non altro il diritto di esprimersi e di “riappropriarsi” della letteratura. La parola d’ordine “vogliamo tutto” lanciata allora da Nanni Balestrini, che dal Gruppo 63 di Sanguineti era passato all’Autonomia operaia di Toni Negri, stava cambiando faccia: quel “volere tutto” da politico diventava estetico, da teorico si trasformava in letterario. Senza questo remoto precedente, la situazione attuale, in cui esistono centinaia di romanzieri e di poeti, non si spiegherebbe.

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