L’abito da sposa – Lettera dalla Cina di Ilaria Maria Sala

Una Città255 / 2019 febbraio

Cari amici,

durante le vacanze del capodanno cinese, la mia amica Mei era molto emozionata: si è appena fidanzata, e il suo futuro marito le ha chiesto di trascorrere le vacanze insieme alla sua famiglia, in una piccola città del Guangdong. Sono due persone intelligenti, piene di senso dell’umorismo, e con una capacità di pensiero critico che ha del miracoloso, a riprova che gli esseri umani non possono essere interamente programmati dalla propaganda e dalle autorità. Dovendovi raccontare dettagli privati, preciso che né lei, che ho appena chiamato Mei, né lui, che chiamerò Ding, si chiamano davvero così. Dunque, prima della fatidica presentazione ai genitori, con tanto di soggiorno di una settimana a casa loro, Mei mi ha chiesto di vederci perché voleva alcuni consigli.

Ding, il primo della sua famiglia ad andare all’università, un giovane accademico che insegna letteratura comparata, ci tiene moltissimo a dare ai suoi parenti l’occasione di celebrare il matrimonio del figlio unico in massima pompa. Così ha chiesto alla futura moglie di accettare un matrimonio alla cantonese, con tanto di abito tradizionale. Lei, che è di Shanghai e ha un senso dello stile e della moda molto originali e di buon gusto, ha accolto la richiesta. Da un lato l’idea la eccita in quanto vagamente esotica, dall’altro la lascia un po’ perplessa perché non sa bene cosa aspettarsi.

Così, ha chiesto a me (come se io ne sapessi qualcosa!). Ci siamo allora messe a guardare sul suo cellulare tutte le varianti di “vestito tradizionale cantonese”, cercando di capire quale scegliere. Siamo andate su Taobao, il maggior sito di ecommerce al mondo (erroneamente chiamato “l’Amazon cinese”: in realtà i servizi offerti sono un po’ diversi e c’è maggiore varietà su Taobao). Comunque, quando ha inserito nella ricerca le parole “vestito da sposa fenice” sono uscite fuori delle esplosioni di oro e rosso che nemmeno Carmen Miranda… 

Le ho chiesto perplessa se fosse sicura che fosse quello il vestito in questione. Mi ha risposto: “Sì e no…”.

La moda dei matrimoni in base alle tradizioni regionali è relativamente recente e la faccenda è resa complicata dal fatto che i vestiti tradizionali originali sono andati perduti, distrutti nel corso delle varie e feroci campagne politiche degli ultimi decenni. Pertanto molto oggi è lasciato all’improvvisazione di siti commerciali come per l’appunto Taobao. Durante l’epoca maoista, per esempio, si era passati ai matrimoni senza fronzoli, per non apparire “feudali” o borghesi: sposi e spose si presentavano nelle sedi civili per la registrazione del matrimonio in divisa militare, e al massimo c’era un banchetto con gli amici e il segretario di partito locale. Ho conosciuto molte coppie che si sono spostate a quell’epoca, durata fino ai primi anni Ottanta: la mattina presto o nella pausa pranzo si presentavano all’equivalente di un’anagrafe presente nei luoghi di lavoro (istituzioni chiamate “danwei” o unità di lavoro; il perno di un sistema che accudiva e al contempo controllava le persone dalla nascita al funerale) e, dopo aver messo un paio di firme, tornavano alla loro occupazione come marito e moglie. Quindi, evidentemente, niente abiti da fenice per l’occasione. Con la liberalizzazione è stata la volta dei vestiti bianchi di pizzo, che perdura, e di qualche tunica rossa ricamata. Ora però qualcosa sta cambiando, rendendo il paesaggio più vario e fantasioso.

Dunque, ci siamo sedute a un ristorante a guardare le foto dei vestiti, alcuni dei quali hanno alti colletti e impressionanti scollature, e gonne molto ampie che arrivano fino ai piedi; gli abiti sono rossi, spesso ricamati in oro; in alcuni modelli una rigida fodera avvolge il collo come un cartina dei gianduiotti; in altri è dorato l’interno della gonna o sono presenti altri inserti drammatici. Alcuni dei vestiti hanno enormi fenici ricamate sulla schiena oppure in modo asimmetrico sul davanti. 

“Non c’è più nessuno che sappia fare i veri vestiti tradizionali” mi ha spiegato Mei. “Questi di Taobao sono tutti modelli ispirati alla serie televisiva ‘Storia del Palazzo Yanxi’, insomma sono versioni un po’ fantasiose, ma Ding mi ha detto di scegliere fra questi, che vanno bene per il matrimonio cantonese”. 

Al mio sguardo perplesso, ha sorriso scuotendo la testa. 

Si tratta della serie di maggior successo nella storia televisiva cinese: un drammone di corte in settanta puntate ambientato nel XVIII secolo alla corte mancese (quella dell’ultima dinastia, i Qing, provenienti dalla Manciuria e che regnarono sulla Cina dal 1636 al 1911) trasmesso lo scorso anno. Quest’anno, all’improvviso, la serie è scomparsa dagli schermi dopo essere stata criticata dalle autorità per trasmettere “valori malsani per la società”. 

Tuttavia, anche se il polpettone è stato parzialmente censurato, il suo effetto rimane: i visitatori alla Città proibita (dove vivevano i protagonisti) si sono moltiplicati e i costumi utilizzati hanno avuto un impatto sulla moda. Una delle protagoniste del telefilm, una sorta di Cenerentola che riesce a guadagnarsi le attenzioni dell’Imperatore, entra alla corte come umile ma talentuosa ricamatrice.

Avrei voluto dire qualcosa a Mei. Per esempio che non capisco come l’abito “tradizionale cantonese” possa prendere spunto da un telefilm ambientato nella corte mancese, i cui membri venivano dalla parte diametralmente opposta della Cina, circa quattro ore di volo dal meridionale Guangdong. Ma non volevo fare la guastafeste. 

Mei ha aggiunto che avrebbe potuto noleggiare alcuni vestiti: “Così me li provo e al limite li rimando indietro”. 

Le ho promesso che l’avrei aiutata a scegliere quali farsi spedire ed eventualmente a cercare di sistemare quello “giusto” in caso ce ne fosse bisogno. Non che le mie doti sartoriali siano così estese, ma il matrimonio di Mei e Ding è una bella occasione. 

Vi terrò informati. Per ora non hanno ancora fissato la data e non sono previsti nuovi telefilm di successo. 

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