Il ritorno del francese – lettera di Emanuele Maspoli

Una città n. 255, febbraio 2019

Cari amici, in Marocco, sulle questioni linguistiche, si fronteggiano due schieramenti politici, trasversali alle alleanze governative, che potremmo definire conservatori contro modernisti. Ho già affrontato altre volte il tema della lingua di insegnamento, segnalando come incominci timidamente ad emergere una posizione favorevole all’utilizzo a scuola della lingua madre e dunque principalmente della Darija (il dialetto marocchino) parlato abitualmente in famiglia.

Gli schieramenti politici che si fronteggiano dall’agosto scorso, quando il governo votò una riforma dell’insegnamento, non prendono però minimamente in considerazione la Darija. Lo scontro è tra i sostenitori del completamento dell’arabizzazione della società e chi invece vorrebbe un ritorno all’utilizzo del francese a scuola, eredità della società coloniale e post coloniale, per facilitare l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro. 
Il  ministro dell’educazione Saaid Amzazi, nel promuovere la nuova Legge quadro sull’insegnamento, ha sostenuto che, essendo il francese la lingua delle facoltà universitarie scientifiche, si dovrebbe introdurre questa lingua già nelle scuole superiori. In questo modo si stimolerebbe la scelta di queste facoltà da parte degli studenti. Oggi infatti anche i diplomati di materie scientifiche prediligono le facoltà umanistiche a quelle scientifiche, nelle quali tra l’altro si registra un forte abbandono degli iscritti già nei primi mesi e parrebbe proprio a causa dell’ostacolo linguistico posto dal francese. Lo schieramento riformista, che si richiama al discorso di luglio del re Mohammed VI, va dal governo al partito di opposizione liberale Pam. Il partito maggioritario di governo Pjd, islamista, prendendo le distanze dal Primo ministro, è alleato nello schieramento ‘conservatore’ con l’Istliqal, all’opposizione, il cui nuovo leader, a tutti noto per la sua moderazione, ha intrapreso una durissima campagna contro tale riforma, in nome di una rafforzata arabizzazione. Islamisti e nazionalisti si trovano dunque uniti nella difesa dell’arabo, unica lingua nazionale, anche se probabilmente per motivi diversi. Da un lato infatti c’è chi si riferisce alla tradizione pan arabista dei movimenti nazionalisti, dall’altro la nuova leva islamista, che probabilmente non può dimenticare l’orizzonte dell’unità islamica (spingendosi fino all’ideale del Califfato) linguisticamente suggellata dal Corano.Anche per questo il poeta e intellettuale berbero Ahmed Assid in una recente intervista ha molto insistito sulla necessità della riforma della Legge quadro sull’insegnamento. Si riproporrebbe qui un’alleanza tra movimento berbero e classe dirigente francesizzata, contro chi vuole mettere a tacere la straordinaria varietà linguistica del Marocco, cioè i nazionalisti e gli islamisti. Se i primi sono ormai fuori moda, il peso degli islamisti è invece in crescita e preoccupa chi vuol vedere affermati concretamente i diritti e le libertà civili nel Paese. Sempre Ahmed Assid stigmatizza il fatto che il partito di maggioranza relativa sia di fatto portatore dei valori dei Fratelli mussulmani che, sotto una parvenza di apprezzamento del metodo democratico e di sottomissione alla monarchia, starebbe invece minando i fondamenti sia dell’una che dell’altra, facendo un uso strumentale della democrazia per arrivare al potere e stravolgere poi il sistema. Questo motivato timore degli intellettuali e dei movimenti della sinistra marocchina non si era palesato al tempo della protesta delle Primavere arabe. All’epoca l’alleanza tra sinistra movimentista e il ben più strutturato e radicato movimento islamista antagonista di Giustizia e Carità dello sceicco Abdessalam Yassine aveva in realtà profondamente indebolito la protesta, favorendo la riuscita della politica monarchica di contenimento delle primavere con l’emanazione della nuova Costituzione del 2011. Il movimento Hirak del Rif e le proteste popolari degli ultimi due o tre anni in Marocco potrebbero essere messe in relazione con altri movimenti di protesta, pur differenti, in altri Paesi del mondo arabo-islamico, come Algeria e Sudan, facendo pensare a una rinascita, pur timida, delle Primavere del 2011: a rilevarlo è il prof. Mark Lynch sul “Washington Post”. Nel caso del Marocco si tratta di una protesta in gran parte legata alla marginalizzazione delle regioni del nord a maggioranza berbera, che meglio si legherebbero al movimento per le libertà e i diritti civili ed economici piuttosto che a quello conservatore per la difesa dell’arabo. Che la società marocchina stia pagando un prezzo elevato per l’islamizzazione e l’arabizzazione indotta negli ultimi anni di governo a prevalenza Pjd è evidente, basti il caso dello sfortunato Chafiq di Marrakech, il travestito prelevato con violenza dalla sua auto dopo un incidente notturno e esposto al pubblico ludibrio dagli stessi agenti di polizia che lo avevano fermato per poi mettere in rete i suoi dati anagrafici scatenando il web. Gli agenti sono stati sanzionati, ma la realtà del Paese risulta sempre più ostile e aggressiva verso persone ad orientamento sessuale Lgbt, così come succede per i diritti delle donne. Le riforme volute dal sovrano nei primi anni sembrano decisamente appannate dopo quasi vent’anni di regno, e l’influenza degli islamisti non dà segni di diminuire. Vedremo se la nuova alleanza tra i vecchi conservatori del nazionalismo panarabo e il partito di maggioranza relativa la spunterà sulla Legge quadro dell’insegnamento impedendo il ritorno del francese come lingua veicolare di insegnamento nelle scuole o se, al contrario, questa scelta del governo andrà in direzione di una maggiore apertura delle giovani menti e di una modernizzazione del Marocco.

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