Gli Stati Uniti d’Europa – lettera di Belona Greenwood

Una Città 254 / dicembre 2018

Cari amici,

quando ero una bambina, nell’era pre-digitale, mio padre era solito mettere il disco di un musical intitolato “‘Stop The World I Want To Get Off!’ (Fermate il mondo, voglio scendere!), scritto e interpretato dall’attore e cantante di Londra, Anthony Newley.

La storia parla di un uomo che non apprezza ciò che ha fino a quando non lo perde. Troppo tardi si ritrova pieno di rimorsi. Non sarebbe fuori luogo adattarlo a questi tristi giorni della Brexit.

Dal momento che non possiamo fermare il mondo, forse possiamo provare a distrarci e dedicarci alle arti. La Gran Bretagna è forte nel campo delle arti, ha prodotto 29,5 miliardi di sterline nel 2018 secondo i dati del Dipartimento di Cultura, Media e Sport, ed ha ancora in serbo delle meraviglie, nonostante l’impatto dell’austerità sui finanziamenti, un pubblico sempre più povero, e il taglio delle discipline artistiche dai curricula scolastici. Ma ora forse la Brexit, la nostra Morte Nera, completerà la distruzione. 

Il Consiglio delle Arti questa settimana ha pubblicato una ricerca sull’impatto della Brexit, dagli esiti pessimistici. Alle organizzazioni artistiche su e giù per il paese è stato chiesto se individuassero dei vantaggi nella Brexit. La risposta è stata inequivocabile: la maggior parte delle organizzazioni non ha trovato un solo vantaggio. Giusto qualcuno ha manifestato l’idea che con una sterlina più debole forse più europei verrebbero qui. Siamo sicuri? 

A essere messi in evidenza sono stati invece gli svantaggi. In cima alla lista c’è il timore che la nostra reputazione internazionale venga danneggiata. La gente crederà che non vogliamo prendere impegni con l’Europa. Verosimilmente il nostro impegno internazionale si ridurrà, proprio nel momento in cui dovremmo costruire ponti con l’Europa. Avremmo anche bisogno di costruire ponti con noi stessi e non sembriamo esserne molto capaci, ma vogliamo anche costruire ponti con l’Europa. La cooperazione e la collaborazione, dopo tutto, sono ciò che ci fanno progredire come umani e come civiltà. Se rimaniamo senza alcun accordo, se la nostra economia va in frantumi, certo non ci saranno finanziamenti per le arti. Già siamo stati traumatizzati dall’austerità, se passa la Brexit, il passo successivo è il Caos; stiamo costruendo l’alfabeto di una spericolata distruzione. 

In questa regione, i finanziamenti europei hanno sostenuto Start East, un progetto triennale per aiutare gli artisti e le organizzazioni artistiche ad acquisire competenze imprenditoriali che consentano loro di diventare economicamente più sostenibili. Me lo immagino proprio il governo britannico a fornire un servizio di tutoraggio personalizzato per incoraggiarci e valorizzarci. I soldi dell’Ue hanno anche contribuito a costruire l’Everyman Theatre di Liverpool. A queste mancanze, aggiungete le difficoltà legate a una ridotta libertà di movimento degli artisti e degli altri creativi… abbiamo così tanto da perdere!

Oggi è più importante che mai guardare fuori, collaborare e celebrare tutto ciò che abbiamo in comune, perché la separazione che viviamo nella nostra nazione è brutta e intollerabile. È più importante che mai perché il nostro stesso sistema educativo sta espellendo le discipline artistiche. I nostri scolari sono stati sottoposti al trattamento del curriculum striminzito di Michael Gove, somministrato come un purgante mentre era Segretario di Stato per l’istruzione e ulteriormente ristretto dai tagli alla scuola. Viviamo in una fase di gioco al ribasso.

Non sono l’unica ad essere convinta che l’assenza dell’arte nell’esperienza di bambini e giovani sia profondamente dannosa. È una banalità dire che l’impatto dell’arte sulla vita delle persone è profondamente benefico, ma le banalità sono ovvie verità. L’impossibilità di accedere alle arti, di esplorare le emozioni, di mettersi nei panni degli altri, la mancanza di curiosità, di sorprese, l’assenza di scintille di luce, di ispirazione, di immaginazione inibiscono la nostra capacità di provare empatia l’uno per l’altro e ancora più di immaginare un mondo migliore. 

Ironicamente i Brexiteers stanno dando via la loro fantasia, mentre il nostro governo manca di ogni immaginazione per concepire un futuro positivo.

Chi avrebbe mai potuto immaginare che la Gran Bretagna, la sesta economia del mondo (prima della cura dimagrante che la aspetta) si sarebbe trovata a valutare l’opportunità di creare un Ministro della Fame. 

Così come non possiamo sfuggire alla Brexit, non possiamo scappare nemmeno dalla vergognosa disuguaglianza che ha portato a due milioni di persone denutrite e a un bambino su cinque in uno stato di “food insecurity”, che significa mancato accesso ad un’alimentazione sufficiente e sana. Secondo il Comitato per il controllo ambientale dei comuni, il nostro paese vanta uno dei peggiori livelli di insicurezza alimentare in Europa, ma, come rispetto alle altre urgenti priorità, il governo non ha il tempo né la voglia di capire come si possano risolvere questi problemi. Che sono poi quelli che hanno spinto tanta gente a votare Leave. Forse volevano anche loro “fermare il mondo”, così come aveva fatto il protagonista del musical di Anthony Newley.

Il paradosso di questa opera di provincia chiamata Brexit, è che i conservatori che hanno sostenuto così appassionatamente una “hard Brexit” o il “no deal” devono essersi dimenticati che era stato Winston Churchill a invocare gli Stati Uniti d’Europa: dopo la devastante esperienza di due guerre mondiali lui aveva capito cosa fosse davvero importante.

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