“Sorry” – lettera di Emanuele Maspoli

Una città n. 254, dicembre 2018

Cari amici,

nella città tedesca di Ulm ad inizio d’anno è stata intercettata dalla polizia una cartolina recapitata a diversi indirizzi. Nella prima facciata i volti di due giovani donne uccise recentemente in Marocco, Louisa Versterager Jespersen, ventiquattrenne danese, e Maren Ueland, norvegese di ventotto anni. Il titolo in caratteri rossi sanguinanti: “Marrakech”, in riferimento agli accordi sull’immigrazione siglati in dicembre nella città marocchina.

Nella seconda facciata la macabra foto di due teste decapitate. Nella stessa cartolina si fa riferimento ad un post facebook contro l’islamofobia di una delle ragazze uccise. Il tutto per attaccare le politiche sull’immigrazione della Merkel (che pure compare nella cartolina) insieme alla presunta ingenuità delle vittime di una violenza inaudita. 

Si è trattato quasi sicuramente di propaganda contro l’immigrazione da parte di ambienti legati al partito di estrema destra  Alternativa per la Germania (AfD). Un caso di razzismo certamente microscopico, ma emblematico dell’uso che della violenza si fa sempre più nella comunicazione politica. Un uso così simile e vicino a quanto apparentemente, almeno in questo caso, si vorrebbe combattere, ovvero la propaganda a cui siamo stati abituati da parte dello Stato islamico e del terrorismo fondamentalista. Leggo questa notizia con particolare angoscia dopo quella, suffragata dalla testimonianza di alcuni amici, del video pubblicato anonimamente sul web due giorni dopo il duplice omicidio di Imlil, che mostrò, e per diversi giorni, quella che con molta probabilità era la decapitazione stessa di una delle giovani vittime scandinave da parte di uomini a volto coperto. Omicidio avvenuto a dieci chilometri dalla località turistica montana di Imlil lungo i sentieri per la scalata del monte Toubkal nella notte tra il 16 e il 17 dicembre 2018.

L’intelligence del Marocco, guidata dal molto stimato Abdellatif Hammouchi, ha prontamente arrestato i presunti colpevoli e molti altri individui potenzialmente legati ad una cellula terroristica di Daech in Marocco. Non v’è dubbio che le pene che verranno inflitte ai colpevoli saranno di estrema durezza, così come non v’è dubbio dei metodi poco ortodossi utilizzati dai servizi marocchini, specialmente quando pressati dai riflettori della stampa internazionale, come s’è già potuto constatare in anni di lotta al terrorismo e come denuncia, poco ascoltata, Amnesty International.

Il Marocco, dal punto di vista turistico, credo possa tuttora definirsi un paese molto sicuro: era dal 2011 che non si vedeva un atto di violenza terroristica, precisamente dalla mattina del 28 aprile di quasi otto anni fa, quando persero la vita diciassette persone al Cafè Argana di Marrakech per l’esplosione di una bomba. Ed erano passati altri otto anni dalle esplosioni di Casablanca, dalle conseguenze ancora più gravi. Probabilmente anche nel caso dell’orribile duplice omicidio di Imlil ci sarà un immediato crollo dei flussi turistici. Tra l’altro in un’area, quella del Parco Nazionale del Monte Toubkal (la cima più elevata del Marocco e dell’Atlante, con i suoi 4167 metri di altezza), nella quale il 60% delle famiglie vive delle entrate del turismo ‘ecologico’ degli escursionisti, stimati finora in quarantamila all’anno nella sola zona di Imlil (villaggio di montagna cresciuto rapidamente per la sua vicinanza a Marrakech). Successivamente, come accadde per gli attacchi terroristici ben più cruenti di allora, il turismo si riprenderà insieme alla fiducia nel Marocco come meta sicura. 

Quello che resterà con certezza di questo orribile atto di violenza estrema sarà la sensazione di esposizione, di fragilità delle nostre esistenze di fronte ad un odio accecato dal fanatismo. Ad uccidere Maren e Louisa avrebbe potuto essere una banda di ragazzini, così come un malato di mente: attaccare due ragazze nell’isolamento delle montagne, addormentate in una tenda, è così facile, tanto da mettere in una luce ancora più cupa un atto così vile e vergognoso. Averlo filmato e diffuso nel web, iniettando il virus della paura e della vergogna in un intero popolo (la scena del giovane con un cartello con scritto “Sorry” davanti all’ambasciata danese di Rabat può ben rappresentare l’onta sentita da molti marocchini) non fa che denigrare ancor più chi ha voluto colpire. Ma è nella riproposizione di quanto accaduto, nella strumentalizzazione delle stesse vittime da parte di certa politica che la ferita s’allarga a dismisura, marchiando un intero sistema. È per questo che la politica e la comunicazione, la stampa, da tempo non sono più all’altezza dei loro alti compiti ed è per questo che bisogna combattere ogni uso della violenza, senza violenza.

Che poi le morti di queste due ragazze abbiano avuto una eco molto maggiore di quella delle centinaia di morti annegati nello Stretto di Gibilterra, luogo ritornato alla ribalta nel triste conteggio delle vittime dell’immigrazione nel Mediterraneo dal 2018, fa parte della gerarchia sociale che  l’informazione sa ben rispecchiare. Un’eco comunque ben presto affievolita, impastata nell’orrore quotidianamente offerto dalle notizie mondiali e in Italia nella vile litania provinciale (per cui se le vittime di Imlil fossero state escursioniste italiane le avremmo probabilmente viste comparire sulle magliette stampate di qualche politico in compagnia di scritte xenofobe…).

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