Le grazie concesse dal re – lettera di Emanuele Maspoli

da Una città n. 252 – ottobre 2018

Cari amici, mentre in Italia un ministro debordante proponeva e poi smentiva la reintroduzione del servizio militare obbligatorio, in Marocco veniva resa nota una proposta di legge in merito: la proposta è approdata in Parlamento ad ottobre. Per occuparsi dei giovani, e in particolare di quei giovani senza prospettive che inquietano la società, a dodici anni dalla sua abolizione, verrebbe reintrodotto dal governo marocchino il servizio militare di un anno per ragazzi e ragazze tra i diciotto e i venticinque anni.

Non sembra che la notizia abbia destato al momento particolare sensazione nella popolazione e piuttosto pare sia stata molto peggio recepita la decisione governativa di fissare l’ora nazionale a quella del fuso orario della Francia. La scelta di riproporre l’obbligatorietà del servizio militare porta alla memoria il periodo in cui fu instaurato dall’allora monarca Hassan II, a un anno dalla feroce repressione da parte delle autorità dei moti popolari soprattutto studenteschi del 1965. Saranno poi forse questioni di natura economica, normalmente sulla breccia in autunno, a portare valutazioni più concrete sul progetto, così com’è avvenuto in tanti altri paesi, dove la leva obbligatoria è stata abolita. In questa scelta però il Marocco si avvicinerebbe ai “fratelli” del Maghreb, Tunisia e Algeria, e ai pochi paesi al mondo in cui essa persiste obbligatoria. La proposta di riforma dovrebbe coincidere tra l’altro non casualmente con una riforma dell’istruzione, con un allungamento dell’età per la scuola dell’obbligo e maggiore attenzione agli sbocchi professionali offerti. In un paese dove la frammentazione formativa e del mondo del lavoro è ancora in gran parte comunque legata a questioni sociali e di censo.

L’attualità estiva aveva messo in parallelo Italia e Marocco anche sul tema della frontiera: la discutibile politica di chiusura del governo italiano aveva avuto l’immediato effetto di riportare il fronte caldo della pressione migratoria via mare sulle coste spagnole e in particolare nello Stretto di Gibilterra, dove sembra che sia già triplicato il numero di sbarchi nei primi sei mesi dell’anno in corso rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Una pressione che si colora di tinte cupe alle barriere di Ceuta e Melilla, dove aumentano gli “sfondamenti” anche piuttosto violenti da parte dei disperati che affollano i boschi intorno alle enclave spagnole e i campi ormai allestiti in maniera stabile in molte città del nord. A Casablanca, nel campo di Oulad Ziane, si sono verificati gravi atti di violenza: nel mese di luglio ignoti avevano attaccato e bruciato le capanne dei profughi africani. Molti di questi, pur rilevando contestualmente grandi atti di solidarietà da parte delle famiglie del quartiere e di associazioni che portano loro quotidianamente dei pasti, lamentano l’aumento dell’ostilità e del razzismo da parte degli abitanti e gli abusi della polizia, che tende a sequestrare i migranti, anche laddove in possesso di richiesta di asilo o documenti validi, trasferendoli forzatamente a sud, nella regione di Agadir. 

Certamente anche a causa delle tensioni procurate dalla pressione migratoria, la stessa frontiera commerciale di Melilla era stata unilateralmente chiusa a fine luglio da parte marocchina, strangolando l’economia della città spagnola in territorio marocchino, ma anche a discapito di quell’economia di sussistenza legata al commercio informale, altrimenti detto piccolo contrabbando quotidiano, che vede impegnate diverse migliaia di indigenti marocchini, tra cui le cosiddette “donne-mulo” gravate di assurdi carichi lungo questa frontiera paradossale tra Africa ed Europa in territorio africano. 

L’estate del 2018 s’è poi conclusa con la morte della giovane Hayat Belkacem, il 25 settembre, colpita da una pallottola al ventre mentre insieme ad altri giovani veniva trasportata da un “Go-fast”, sostituto in questi anni delle vecchie “pateras” dei primi anni del Duemila, verso una nuova speranza europea. “L’inchiostro della speranza s’è asciugato”, aveva postato pochi giorni prima Hayat sul profilo facebook. La partenza era stata motivata dall’indigenza della famiglia, essendo lei l’unica figlia maggiorenne in grado di aiutare i genitori. La fonte di reddito della famiglia era il salario di meno di 150 euro mensili della madre in un’industria di lavorazione dei gamberetti. È stata la Marina Reale marocchina a ucciderla e a ferire altri tre giovani “Hraga”, nel tentativo d’arrestare la corsa dell’imbarcazione dei trafficanti spagnoli diretti in Spagna con un carico d’esseri umani. Un fatto questo che ha scatenato in tutto il Marocco, e soprattutto nelle province mediterranee del nord, già centro delle maggiori proteste contro il sistema, un’ondata di indignazione generale contro il Makhzen (il potere centrale). 

I discorsi del re in estate avevano come al solito dato una sferzata ai politici e un po’ deluso le attese soprattutto in riferimento alle possibili concessioni di grazia. Alla fine era giunta la grazia per molti detenuti, tra i quali anche centosessanta dei circa quattrocento detenuti “politici” della rivolta di Hirak, tra cui undici dei cinquantatré recentemente condannati nel processo che vedeva imputato centrale il leader del movimento del Rif, Zafzafi. Tutti i beneficiari di grazia reale avevano soltanto piccole pene da scontare (due o tre anni di carcere, molti meno dei venti imposti a tanti manifestanti tra cui lo stesso leader). La grazia era giunta nell’ambito della Festa del Trono, quando nel discorso il re, al suo diciannovesimo anno di regno, proclamava un’assoluta volontà di riformare il Paese, la sua farraginosa amministrazione, di dare risposte immediate alle richieste economiche e sociali della popolazione, nel tentativo di superare quell’ingiustizia sociale diffusa ben evidente nelle regioni marginali così come in settori di primaria importanza per tutti come la sanità e l’istruzione. Una risposta indiretta al discorso reale venne qualche giorno dopo dallo stesso Zafzafi, che lamentando condizioni inumane all’interno del carcere di Ain Sbaa, dov’è tuttora detenuto, cominciò uno sciopero della fame, poi interrotto per aver ottenuto sufficiente soddisfazione da parte della direzione del carcere. È ormai evidente quanto sia drammatica la situazione di disagio collettivo e rassegnazione a fronte di un potere che non può probabilmente rinnovarsi e migliorare realisticamente nella staticità del sistema del Makhzen, dove il potere monarchico, dichiaratamente in lotta contro corruzione e lentezza burocratica, è comunque vincolato agli altri poteri forti, quasi sempre causa diretta di quanto la monarchia vorrebbe combattere. Le grazie concesse dal re non fanno che sottolineare ed evidenziare questo punto critico cruciale della storia marocchina.

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