Tran Van Tra e la storia della liberazione di Saigon – intervento di Francesco Ciafaloni

Una città n. 252, ottobre 2018

Allora

Saigon fu liberata dai Viet Cong e dall’esercito regolare del Vietnam del Nord il 30 aprile del 1975. Quasi tutti abbiamo visto allora e qualcuno, anche dei giovani, avrà visto dopo, in rete, in televisione o al cinema, la scena dei funzionari americani appesi agli elicotteri (i mezzi di offesa emblematici di quella guerra trasformati in scialuppe di salvataggio) in fuga dal tetto dell’Ambasciata a Saigon.

Nel ’75 lavoravo come redattore per Giulio Einaudi Editore e mi occupavo, con Luca Baranelli, proprio di problemi politici e sociali italiani ed esteri. L’interesse e l’emozione in Casa editrice, come in tutte le sedi che si occupano di informazione, ma soprattutto nostro, di noi che seguivamo il movimento contro la guerra in America, fu anche maggiore che nel resto del paese. Cercavamo testi, documenti, da pubblicare, per saperne di più.

Non molti mesi dopo, Enrica Collotti Pischel, studiosa della Cina e dell’Oriente, consulente su questi temi della Casa editrice, arrivò da Parigi con un dattiloscritto in francese, inedito, delle dimensioni di un libro breve, che raccontava l’offensiva finale, partita dal Vietnam del Nord e conclusa a Saigon, di Tran Van Tra, il generale vietnamita che l’aveva comandata. Noi redattori eravamo molto interessati, ma molto ignoranti. E allora non c’era Wikipedia. Di Tran Van Tra sapevamo quello che ci aveva detto Enrica Collotti proponendo il dattiloscritto per la pubblicazione: che era stato un capo militare dei Viet Cong e che aveva comandato l’offensiva. Il Generale vietnamita per antonomasia era il mitico Vo Nguyen Giap, il vincitore di Dien Bien Phu. Degli altri generali non sapevamo nulla. E dell’origine e storia del dattiloscritto Enrica sapeva solo che le era stato dato da compagni francesi. 

Ebbi il testo in lettura e mi affrettai a leggerlo. Lo trovai di estremo interesse, ma molto diverso da quel che mi aspettavo; e molto difficile da leggere. Era la storia, anzi la cronaca, condotta in termini strettamente militari, con nomi di luoghi impossibili da trovare sulle carte reperibili, e di corpi armati, che per noi non volevano dire nulla, con chiari riferimenti alle informazioni che avevano condotto alla decisione di attaccare per prendere Saigon e dei principi strategici e tattici cui si erano ispirati il Comando generale vietnamita e il Generale Comandante, ma pochissime informazioni di contesto e pochi riferimenti al resto della Guerra che quell’attacco era destinato a concludere. Nessun riferimento alla situazione sociale e politica del Nord e del Sud Vietnam. Ricordo che il testo nominava persino le api, che avevano messo fuori combattimento un gruppo di mitragliatrici che le avevano disturbate, ma non i partigiani, i Viet Cong, con cui ci eravamo identificati. Così si fanno le storie militari.

È vero che anche documentari molto noti, come “Il cielo, la terra”, del grande Joris Ivens, mostravano cannoni moderni tra le armi di cui disponevano i Viet Cong, accanto a quelle rudimentali. Ma il simbolo di quella guerra, per noi, era la frase che apriva il film e che cito a memoria: “Loro hanno aerei che volano a più di mille chilometri l’ora. Noi non ne abbiamo bisogno. Noi siamo già qui”. Dov’era finita la guerra di popolo?

Le informazioni, dapprima ritenute inattendibili, che avevano indotto il Comando a decidere l’offensiva finale, dopo giorni o settimane di esitazione, erano che i sudvietnamiti si ritiravano dappertutto nello stesso momento. Questo, scriveva Tran Van Tra, era l’errore strategico, irrimediabile. Avrebbero perso la fiducia dei loro funzionari, dirigenti, notabili. Avrebbero avuto la prima linea che inciampava sulla seconda, i civili in fuga sulle stesse strade dei mezzi corazzati e dell’esercito, l’intero sistema logistico disfatto, i rifornimenti alimentari e bellici bloccati: la catastrofe. Era l’ora giusta per l’attacco finale. 

Dove bisognava attaccare? Seguendo i migliori esempi, dove il nemico pensa che non potrai passare, dove non ci sono strade normalmente percorribili, dove i ponti sono bombardati, non ci sono più paesi abitati, contadini al lavoro: percorrendo il sentiero di Ho Chi Min, la rete di sentieri e guadi a ridosso della frontiera, e oltre la frontiera col Laos e la Cambogia, che i guerriglieri avevano usato durante tutta la guerra, malgrado i defolianti (il famoso agent orange) e i pesantissimi bombardamenti. Una scelta analoga fecero Rundstedt e Guderian all’inizio della Seconda guerra mondiale, e Manteuffel alla fine di quella guerra: passare dalle Ardenne, ritenute impercorribili da un esercito corazzato.

Erano molto incisive, clausewitziane, le pagine strategiche; difficili e un po’ sconcertanti quelle di cronaca. Non mi aspettavo un libro così. Né se lo aspettavano i dirigenti della Casa editrice ed Einaudi. L’Editore chiese dettagli sull’autore, sulla sua storia, sulla sua collocazione, che non fui in grado di fornire, neanche chiedendo a Enrica Collotti, l’unico tramite con l’origine del dattiloscritto. La decisione fu di aspettare una eventuale edizione francese, che non ci fu.

Ora

Qualche giorno fa mi sono trovato a leggere The Vietnam War: An Intimate History, di Geoffrey Ward e Ken Burns. Il testo è importante perché documenta il ruolo avuto da Kissinger nel bloccare le trattative di pace con il Nord Vietnam in corso a Parigi, sul finire della presidenza Johnson, per impedire la vittoria elettorale dei democratici, ma è anche ricco di foto e storie. Nella prima parte del volume, è citato Tran Van Tra, militante Viet Minh contro i francesi, poi ufficiale e, nel tempo, generale Viet Cong. Il nome mi era rimasto in testa. Ho provato a ricostruire il destino del vecchio dattiloscritto approdato a Torino da Parigi 43 anni fa e del suo autore.

Oggi è tutto più facile, soprattutto per le biografie e per i libri. Ho trovato facilmente la biografia del generale, autore di una storia della guerra in cinque volumi, pubblicata in vietnamita in 10.000 copie, troppo sincera per essere gradita ai vertici politici del paese. Il Governo non censurò il testo ma accantonò il vecchio generale. Tran Van Tra cadde in disgrazia, come si dice, e restò in disparte fino alla morte, avvenuta nel 1996, a 78 anni.

Non si trovano libri del Generale in francese. Si trova invece, in inglese, la traduzione del quinto volume, la parte finale della guerra, edito dalla US Army University Press e scaricabile interamente (vedi link in fondo). I vecchi nemici hanno ritenuto che ci fosse da imparare dalla storia della propria sconfitta, che bisognasse farla leggere agli allievi ufficiali.

Naturalmente l’ho letta anch’io, in gran parte, per vedere se nella stesura finale ci fossero tracce del dattiloscritto di allora. Il quadro però è molto più ampio, non limitato alla sola avanzata finale da Nord a Sud. Ci sono molti più riferimenti sociali e politici, non tutti rituali. Viene ampiamente descritto l’intreccio tra Viet Cong, da cui Tran Van Tra proveniva, ed esercito del Nord, che era stato richiamato a comandare. Gli americani pensavano, secondo Ward e Burns, che un attacco dal Nord fosse improbabile, perché la popolazione del Sud l’avrebbe percepita come un’invasione. Lo pensava anche il Governo di Hanoi, che perciò richiamò al Nord un generale Viet Cong a comandare l’attacco finale, e aggiunse combattenti del Sud lungo il percorso. Ma il racconto giorno per giorno è talmente intrecciato che riesce quasi impossibile isolare una singola offensiva. Si può persino dubitare del vecchio dattiloscritto, oltre che della propria memoria. I nomi di luogo, gli episodi, i nomi dei corpi militari sono talmente numerosi da impedire la comprensione. Ci vuole un’ottima pianta e un buon quadro della struttura delle Forze Armate Nord e Sud Vietnamite di allora per capirci qualcosa. Provate per credere. Alla US Army University avranno l’uno e l’altra.

Una cosa è chiara. Non basta uno slogan, una massima, a fare un grande generale. Non basta dire “passa dove è difficile; dove non credono che tu possa passare”. Bisogna essere in grado di passarci davvero; essere alla guida di uomini che la strada la conoscono, che conoscono le varianti e i guadi, in grado di distinguere gli amici dai nemici -non senza errori, ricordano Ward e Tran Van Tra- disposti a morire, a combattere quando tutti pensano che siano completamente esausti.

Si potrebbe aggiungere, andando fuori tema, ma non tanto, che non basta dire “manovra coraggiosa” per risolvere i problemi di un paese. Bisogna conoscere le misure indispensabili, una per una, per essere legittimati a correre rischi di sistema. I generali vietnamiti le conoscevano; i leader politici italiani pare di no. 

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