Il ponte più lungo del mondo – Lettera di Ilaria Maria Sala

Una Città252 / 2018 ottobre

Cari amici, da qualche tempo, si direbbe che la propaganda martellante sulla Nuova Via della Seta stia diventando un po’ meno insistente: c’è ancora, ci mancherebbe, ma è più sfumata rispetto al suo massimo momento di gloria, che direi risalga a circa un anno e mezzo fa. Non che si sia prossimi a sbarazzarsene, però nelle città cinesi ora ci sono anche altri slogan. È un’evoluzione sottile, che all’esterno del Paese non credo ancora si noti. Anche a Hong Kong, ci sono più sciocchezze dedicate alla Nuova Via della Seta che non a Shanghai o a Pechino, ma accanto a queste si fanno ormai strada anche nuovi slogan.

Quello che comincia ad imporsi di più, particolarmente al sud, inneggia alla Greater Bay Area, l’Area della Baia Maggiore, l’ennesima area geografica fittizia la cui invenzione è tesa ad integrare sempre di più Hong Kong con il resto della Cina. La baia in questione è formata da un’area a vasto raggio che comprende Canton e Macao, Hong Kong, Zhuhai, Foshan, e una serie di altre città minori che fuori dalle loro mura non sono note a molti. Da una parte si tratta, come sempre, del retaggio maoista dell’essere in permanente campagna ideologica: oggi si strombazza ai quattro venti della Nuova Via della Seta, poi per un motivo o per l’altro c’è una breve battuta d’arresto, ed ecco che si passa alla prossima parola d’ordine, questa volta, la Greater Bay Area. Che come progetto politico non è altro che l’intensificarsi degli sforzi per diluire in un mare di cinesità la testardaggine con cui Hong Kong continua a dire di avere un’anima ed un’identità diverse dal resto della Cina. Non si tratta solo di parole: il mese scorso è stato inaugurato il ponte più lungo del mondo, un serpentone di cemento che collega Hong Kong a Macao e Zhuhai, e di cui si poteva naturalmente fare a meno. Da quando è stato aperto sono ritornati d’attualità dei problemi che Hong Kong aveva sperato di aver risolto, e che invece erano stati solo accantonati: ovvero, nel piccolo centro urbano di Tung Chung, sull’isola di Lantau, parte del territorio di Hong Kong e vicina al punto di arrivo del ponte, da un giorno all’altro hanno cominciato a riversarsi circa undicimila turisti. Questi scendono dal ponte, vanno a Tung Chung, si danno un’occhiata intorno, affollano il piccolo centro commerciale, si siedono nella piazzetta dove prima andavano a giocare i bambini coi nonni o le dade, e poi prendono un altro autobus per tornare indietro. Il punto d’attrazione non è l’arrivo, al quale sembra nessuno abbia pensato, ma il percorso sul ponte. 

Questa massa improvvisa di turisti ha creato un tale scompiglio che sono seguite manifestazioni anti-iperaffollamento, da parte dei residenti che si sentono sotto assedio, a cui si è risposto con manifestazioni nazionalistiche anti-hongkonghesi con bandiere rosse dispiegate. Le due parti si insultano e lanciano minacce, contribuendo a rendere ancora più invivibile quello che era un angolo di Hong Kong relativamente tranquillo. Scesi dal ponte i turisti comprano latte in polvere e medicine (i prodotti evergreen che i cinesi non comprano volentieri nei negozi domestici, per timore che siano imitazioni avariate) e i residenti si ritrovano a dover affrontare inaspettate penurie in una delle città più ricche del mondo. 

Per una strana coincidenza, proprio quando l’apertura del ponte faceva sentire tutti un po’ più stretti, altre vicende inaspettate hanno di nuovo surriscaldato l’atmosfera: un giornalista del Financial Times è stato espulso da Hong Kong, probabilmente per aver moderato una conferenza del fondatore del partito indipendentista di Hong Kong, un giovanotto un po’ ingenuo che si chiama Andy Chan. La conferenza era legale, dato che il partito in questione è stato dichiarato fuori legge solo in seguito, ma senza nessuna spiegazione, ecco che per la prima volta dal 1997, anno del passaggio di sovranità di Hong Kong dalla Gran Bretagna alla Cina, un giornalista è stato espulso. Pochi giorni dopo, una mostra del vignettista satirico in esilio Badiucao, che doveva tenersi in un quartiere ex-industriale di Hong Kong, è stata cancellata dopo che l’artista aveva ricevuto minacce di morte contro di sé e contro membri della sua famiglia. Da esiliato in Australia che era, ora si sa solo che è da qualche parte in Europa, e che cerca di far perdere le sue tracce. 

In mezzo a tutto questo, ecco che lo scrittore cinese dissidente Ma Jian, che vive a Londra e che era stato invitato a partecipare al Festival di Letteratura, fino all’ultimo momento non sembrava più sicuro di poter presentare il suo libro qui, dato che il centro artistico che doveva ospitarlo, chiamato Tai Kwun,  aveva annunciato di non voler essere utilizzato “a fini politici”, essendo uno spazio per “arte apolitica”. 

Alla fine quest’assurdità si è tradotta in un boomerang totale: mentre sulla stampa e nei social media tutti gridavano allo scandalo, il centro artistico ha dovuto fare dietro front. Così Jian ha potuto presentare il suo libro dove previsto, naturalmente con un pubblico di dieci volte superiore a quello che avrebbe avuto senza i commenti del direttore di Tai Kwun.

Ci auguriamo tutti che la settimana prossima sarà più tranquilla, ma non ci speriamo troppo: giorno per giorno le cose sembrano continuare come prima (magari non a Tung Chung, dove anche prendere l’autobus è diventata un’impresa) ma temo sia solo un’impressione. L’unica cosa che ha mostrato di offrire qualche garanzia è stata la determinazione di alcuni a continuare a sdegnarsi, e sdegnarsi in modo rumoroso. Però questo per ora è servito solo a garantire il lancio di un romanzo: cosa che non intendo certo sminuire: è comunque l’unica buona notizia arrivata in svariate settimane.

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