La Cina in Senegal – Lettera dall Cina di Ilaria Maria Sala

Una Città250 / 2018 giugno-luglio

Cari amici,
oggi vi scrivo da Dakar, dove sono da alcune settimane. In questo momento, la capitale senegalese si prepara ad accogliere in pompa magna il presidente cinese e -titolo molto più significativo- Segretario generale del partito comunista, Xi Jinping. È la prima volta che viene in Senegal, ma questa visita fa parte dell’intensificarsi delle relazioni fra la Cina e l’Africa, che rientrano nel grande progetto, piuttosto nebuloso, de “la Nuova via della seta,” o il “Sogno cinese,” o, secondo la mutevole definizione ufficiale inglese, Obor (One belt one road) e Bri (Belt and road initiative).

Slogan a parte, si tratta del progetto cinese di esportare il suo eccesso di produzione, aprendo nuovi mercati e nuove vie di comunicazione. Molte volte, nel corso delle riforme economiche cinesi, alcuni economisti hanno suonato l’allarme: la crescita affidata solo a una produzione impazzita rischia di collassare perché non sappiamo come assorbire quello che produciamo. È così che sono nate le “città fantasma”, con centinaia di migliaia di appartamenti, perfino lo stadio, dove però non abita nessuno; intanto i governi locali si fanno perdonare il debito accumulato e il governo centrale sacrifica via via una banca o un’industria in nome di altre. Dapprima il modello è stato esportato dalla costa della Cina verso l’interno del Paese, con una tolleranza estrema per aziende inefficienti e fallimentari, poi un po’ per volta è stato esportato in giro per il mondo. Così, prodotti cinesi scadenti, sfornati solo per dare lavoro alle fabbriche, sono stati riversati in Asia e in Africa a costo bassissimo. Salvando posti di lavoro cinesi, in parte, e distruggendo quelli asiatici e africani, in parte.
Mentre aspettiamo di sapere come andrà la visita di Xi, a cui il presidente senegalese, Macky Sall, tiene tantissimo (il Senegal sta sviluppando una tossicodipendenza nei confronti dei prestiti cinesi, ma questa è una storia che vi racconterò meglio la prossima volta) vi racconto quello che sto vedendo in questo primo viaggio in Africa. L’enorme viale che va verso il centro città, il Boulevard Charles de Gaulle o Centenaire, era, fino a qualche anno fa, considerato uno degli indirizzi “buoni” della città. Oggi, è una serie di bancarelle infinita, tutte cinesi. Contrariamente a quello che ho visto altrove, queste sono bancarelle affittate a commercianti africani o con assistenti africani, per cui non si tratta di una vera “China Town”. Però la merce in vendita è tutta cinese. In una città dove le donne africane vestono per lo più abiti locali, che si tratti di wax multicolori o di più leggeri cotoni lavorati, soprattutto il tre pezzi fatto in genere di gonna-top-turbante coordinato, a Centenaire le bancarelle vendono abiti femminili in tessuti sintetici che coprono pochi centimetri di corpo, scarpe coi tacchi di plastica che sembrano riscuotere un certo successo, parrucche e collane di perline di plastica. I commercianti cinesi che ho incontrato mi hanno raccontato di stare bene qui, tutto sommato. Certo la famiglia è lontana ma le persone sono rilassate, non c’è la competizione massacrante che c’è in Cina. L’unico motivo per cui non si riesce a fare soldi come una volta è perché sono arrivati “troppi” altri cinesi. Alcuni esprimono la preoccupazione che i figli diventino “troppo neri” -non di pelle ma di cultura. Quelli appena arrivati parlano un po’ di francese, ma non ho incontrato nessuno che avesse imparato il wolof. Un signore mi ha detto che per il commercio parla “a segni” e una specie di lingua mista, sufficiente per capirsi: mi ha fatto pensare all’inglese pidgin che si parlava nelle ex-colonie britanniche, pieno di prestiti linguistici e di grammatica innovativa. Questa è l’immigrazione spontanea e individuale. Poi, però, ci sono le aziende di Stato che portano con sé camionate di operai, manager, e insegnanti che lavorano all’Istituto Confucio, il principale organo di “soft power” cinese, che in Italia abbiamo accolto all’interno di tutte le università come se fosse politicamente neutro. Ma la felice sudditanza italiana nei confronti del nuovo potere cinese è, anche questa, un’altra storia.
Quando chiedo ai locali cosa ne pensano, per lo più mi rispondono cortesemente: i cinesi qui lavorano, costruiscono stadi e autostrade. Al contempo hanno distrutto il settore tessile e calzaturiero nazionale, invadendo il mercato di copie, a volte sintetiche. Al mercato Hlm5, che è il mercato tessile, quasi tutto viene dalla Cina. E dire che gli stampati “africani” più prestigiosi erano fatti in Olanda da un’azienda, ancora in funzione, che si chiama Vlisco. Tuttavia, mentre molti acquirenti si lamentano, e molti commercianti negano che il loro prodotto sia cinese (nonostante l’evidenza), altri silenziosamente apprezzano il fatto che, oggi, tutti o quasi siano in grado di acquistare uno stampato “africano”. Intanto però gli operai africani delle aziende tessili sono disoccupati.
L’unico a non avere l’aria di porsi questo tipo di problemi è Macky Sall, il presidente. Pazzo di Cina e dei suoi prestiti a tasso conveniente, si sta indebitando a tutto spiano, mentre porta avanti il suo Piano per il Senegal Emergente, fiducioso di essere rieletto l’anno prossimo così da portare il Paese a un grande sviluppo entro il 2035. Ho sottoposto ad alcuni economisti il rischio che il Senegal diventi un nuovo Sri Lanka, costretto a fare concessioni territoriali per ripagare il debito. Thierno Ba Demba Diallo, che è anche un consigliere governativo, ha risposto che, sì, il Fondo Monetario Internazionale ha consigliato maggiore prudenza, ma “abbiamo trovato il petrolio nelle acque senegalesi. Il debito lo ripagheremo”. Vedremo.

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