A proposito di treni, viaggiatori e città – intervento di Francesco Ciafaloni

Una città n. 249, maggio 2018

In Francia
Nel numero di aprile “Le Monde diplomatique” ha pubblicato col titolo I funzionari diventano il vero nemico, un vigoroso attacco di Anicet Le Pors, già ministro della Funzione Pubblica francese, al Presidente Macron, per le politiche contro la Pubblica amministrazione, che sono una novità in Francia ma hanno già una lunga storia da noi: “In questo campo come negli altri il presidente Macron vuole andare in fretta. Incaricato dai poteri forti -la finanza internazionale, da cui provengono i circoli dirigenti dell’Unione europea, il padronato, la tecnocrazia amministrativa, lo showbusiness, la quasi totalità dei media- il giovane presidente sa che il tempo non lavora per lui”.

Perciò “il primo ministro Edouard Philippe ha preso le prime misure del Governo sulla Funzione pubblica: dimissioni volontarie, reclutamento accelerato di lavoratori a contratto, retribuzioni cosiddette ‘di merito’… ha iniziato anche una crociata contro lo stato giuridico, cominciando da quello dei ferrovieri…”
Il numero di Maggio apre con un articolo di Jean-Michel Dumay: La Francia abbandona le sue città di provincia, che fa l’esempio dei collegamenti ferroviari di Montlucon, peggiorati con i Tgv, come sono peggiorati da tempo da noi in tutte le cento città minori, persino quelle sulla direttrice Torino-Milano-Roma.
Apprendiamo da “Le Monde” che la Sncf ha affidato la gestione della prenotazione sui Tgv a un funzionario che proviene da una compagnia aerea. Forse lo ha fatto anche Trenitalia, il cui sistema di biglietti chiusi, informazioni incomplete in rete, penalizzazione nel prezzo delle ore di punta, rigidità scaricate sul cliente, fa pensare a una -cattiva- connessione aerea. Per gli aerei la scarsa informazione sui percorsi, sui ritardi, è almeno giustificata dal fatto materiale che dagli aerei non si può scendere, che sono possibili molti collegamenti paralleli, che le tappe sono necessariamente lunghe.

In Italia
Contro l’immagine prevalente sui media, la privatizzazione delle aziende e dei servizi non porta al pluralismo, al decentramento. Non sostituisce al servizio pubblico centralizzato molti servizi privati decentrati. Porta invece alla fine del servizio pubblico in senso proprio, sostituito da monopoli privati, o gestiti come privati anche se di proprietà pubblica o a maggioranza pubblica. Le grandi aziende non hanno interesse a servire le fasce marginali, i piccoli paesi, le campagne, le montagne. Né hanno interesse ad adeguare i servizi alla domanda. Se ci sono più utenti in una certa fascia oraria, alzano i prezzi in quella fascia. Così scoraggiano la concentrazione, e, in ogni caso, ci guadagnano di più. Si concentrano persino le trattorie e le paninoteche-mangiatoie, che restano sì numerose, ma ovviamente concentrate nei pressi dei grandi palazzi per uffici. Sono le trattorie da uscita per la cena che si rifugiano nei paesi, per chi può.
Mutamenti tecnici esaltati sui media, come il digitale terrestre, non coprono l’intero territorio, non per la grande maggioranza dei canali. Non il paese in cui abito, a mezz’ora di macchina dalla Gran Madre, a Torino. Bisogna mettere la parabola per prendere la maggior parte dei canali.
L’intero meccanismo porta alla concentrazione in poche città centrali del lavoro e della produzione, anche culturale, alla trasformazione delle città minori, per non parlare dei paesi, in quartieri dormitorio.
Se si prova a prendere il Tav sulla più ovvia e ragionevole delle tratte, da Milano a Torino, alle 6 del pomeriggio, quando si torna a casa dal lavoro, si scopre, oltre al raddoppio del prezzo nell’ora più comoda, la moltiplicazione di corse ravvicinate, di Trenitalia e di Ntv, la folla, il tutto esaurito, la continua ridda degli abbonati, che non hanno il posto garantito, in piedi alla ricerca di un sedile, che devono lasciare se arriva il titolare, o seduti sui gradini; la calca all’uscita a Porta Susa di chi deve precipitarsi a prendere una coincidenza in treno o in pullman -per arrivare a casa. Torino e i paesi della cintura sono entrati nell’area della pendolarità quotidiana da Milano.
Il treno veloce amplia la zona di attrazione del capoluogo della Lombardia e della intera regione, che risulta baricentrica per larga parte della pianura padana. La frammentazione, la gestione regionale, delle linee minori, che rende possibili solo percorsi molto brevi, non porta alla diffusione ma alla distruzione di poli secondari, che esistevano in passato. I più vanno su gomma e convergono sui grandi centri.
Ho provato a fare per la linea adriatica e per quella tirrenica, che in passato mi capitava di usare abbastanza di frequente, il calcolo dei tempi di percorrenza, che “Le Monde diplomatique” ha fatto per Montlucon, ma non vale la pena neppure di scrivere i numeri perché la pratica scomparsa degli Intercity (uno al giorno, se va bene) e la parzialità dei percorsi e rarità dei nuovi Eurostar, rende le tratte semplicemente non percorribili. Andare da Forlì a Rimini nei festivi fuori stagione obbliga a un numero di cambi addirittura grottesco –due mesi fa c’era anche un tratto obbligatorio in autobus. Si dirà che non c’è domanda. Si dirà anche che semplicemente si va solo su gomma.
Il treno come servizio pubblico, fuori dai grandi centri, come la posta, è semplicemente scomparso. Dove vivo la posta arriva una volta a settimana. Se mai si facesse il Tav tra Torino e Lione ci sarebbe il pendolarismo Torino-Lione.

Ad Amatrice
Sono nato sul lato settentrionale, sinistra orografica, della valle del Vomano, la valle immediatamente più a sud di quella del Tronto, dove sta Amatrice. Il lago artificiale di Campotosto, che fa da lago di testa e da riserva annuale del sistema di centrali idroelettriche del Vomano e del Nera-Velino, che alimentava Terni quando era ancora la città dell’acciaio, sta tra le due valli. Da studente di ingegneria, prima del traforo del Gran Sasso, per andare a Roma in autobus avevo una fermata obbligata a Rieti, subito a valle di Amatrice, sulla Salaria. Sempre da studente, per il corso di elettrotecnica, ho visitato l’interno di varie delle modernissime, silenziose, centrali in caverna della valle del Vomano. Per la costruzione delle centrali c’erano state lotte importanti dei montanari, dirette da Giuseppe di Vittorio e Vittorio Foa. Si voleva aggiungere l’industria all’agricoltura e alla pastorizia; avere un futuro. Oggi le centrali convertibili, che possono generare elettricità per caduta dell’acqua da un lago alto a uno basso, o usarla per pompare acqua da un lago basso a uno alto, vengono usate soprattutto per la regolazione della rete italiana ed europea. In loco non resta nulla.
Le case di Amatrice, di Onna, di Pescara sul Tirino, che non esistono più, erano fatte con pietre friabili, malta inconsistente e riempiticcio esattamente come quella di mio padre, che non è crollata con noi dentro solo perché i terremoti dal lato del mare di quel tratto di Appennino sono più gentili. Ho un rapporto con quella montagna e con le case di lì. Non stupirà che, insieme a un vecchio amico, sia tornato all’Aquila qualche anno fa; e adesso ad Amatrice.
Ero pessimista. I vecchi paesi, con le case friabili, addossate le une alle altre, senza servizi, senza fognature, con le finestre piccole, i muri in comune, gli abitanti vecchi o emigrati, non si possono ricostruire com’erano e dov’erano come la basilica di San Benedetto a Norcia, isolata e fatta di pietre squadrate. Ma non avevo e non ho letto di nessun progetto, di nessuna idea guida, per la ricostruzione, come quella che, a suo tempo, ci fu, per esempio, per i Sassi di Matera. Avevo visto alla televisione l’Area del gusto: un’area fuori paese, con edifici gradevoli, per dare una sede alle trattorie distrutte. L’amatriciana non si chiama così per caso. Mi sembrava un buon inizio.
Ho trovato una situazione tristissima, senza possibile futuro. Il paese, sempre raso al suolo, salvo un gruppetto di forse otto casette nuove disposte stile campo addestramento reclute, con le rovine recintate da alte barriere di legno, è diventato un outlet. Oltre ai ristoranti, con varie centinaia di posti, pienissimi a ora di pranzo, c’è un centro commerciale. Ci sono le code di macchine, i pullman, le file. La cucina, promessa nei menù romanesca e amatriciana, sembra solo romanesca. Lo sembra anche l’accento dei camerieri. Almeno il formaggio è di lì, cosa che ai pastori rimasti farà piacere. Ma dove sono le scuole, i centri di ritrovo, le chiese? Tutto intorno i paesi sono distrutti e deserti -o meglio sono distrutte, ridotte a mucchi di pietrame, le case vecchie, fatte come quella di mio padre; sono intatte e deserte le rare case nuove, con l’eccezione di Pescara sul Tirino, che non si distingue quasi dalla discarica su cui era costruita. (In effetti non si chiama “discarica” ma “conoide di deiezione”).

Il sistema delle gite fuori porta, centripeto e livellatore, ha ingoiato tutto -incluso, credo, il lavoro nei ristoranti. Per un po’ resterà la curiosità per le rovine; poi qualcuno organizzerà l’acquisto del formaggio e dei salumi direttamente per Rieti e Roma.

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