Una politica da gangster – di Stephen E. Bronner

Nel “Manifesto del Partito Comunista”, Marx ed Engels descrivevano lo stato come “il comitato esecutivo della classe al potere”. Questo comitato rappresentava l’interesse capitalista collettivo, era capace di creare compromessi tra settori in competizione fra loro; doveva inoltre far applicare le leggi, i contratti, e tutte le altre regole del gioco. Se necessario, avrebbe perfino subordinato gli interessi capitalistici individuali all’interesse collettivo della classe.

Il comitato esecutivo aveva infine il potere di favorire le ambizioni imperialistiche e di dichiarare guerra, così come di appellarsi a una legislazione redistributiva per incentivare la domanda, anche se nessun capitalista preso singolarmente era disposto a pagare tasse più alte per coprirne i costi. Eventuali elementi dissidenti della classe al potere e i contestatori del popolo venivano puniti.
Ecco perché per gli stati fascisti è così facile farsi prendere la mano. Le repubbliche delle banane di solito manifestano anche tendenze al gangsterismo burocratico. In una democrazia capitalista, comunque, si suppone che le cose siano differenti: il suo comitato esecutivo dovrebbe mettere in galera uno come Al Capone, e limitare la corruzione. Ma le distinzioni tra transazioni d’affari legali e illegali si vanno assottigliando, e il termine “mafia politica” comincia ad assumere un significato del tutto nuovo. La politica da gangster è poco interessata alla delinquenza comune, ai colletti bianchi truffaldini, allo scontro tra gang. Gli interessano i grossi affari; per esempio, circa l’82,8% dei benefici dalla riforma fiscale del 2017 vengono incamerati dai portafogli dell’1% più ricco, e l’aliquota fiscale per le grandi corporation viene abbassato dal 35% al 21%. Il boss sa da che parte va imburrata la sua fetta di pane. Inutile dire che anche il padrino si becca la sua fetta: la famiglia di Trump guadagnerà più di decine di milioni di dollari dalla sua riforma fiscale.
Accanto al “cha cing” (il dolce suono del registratore di cassa), c’è anche il “bling” (quello delle ricompense, dei soldi per comprare il silenzio e delle regalie), per non dimenticare il “glitz”, l’ostentazione delle porno star, delle attricette di terz’ordine, delle modelle, eccetera.
La politica dei gangster ondeggia tra l’autoritarismo e la democrazia e in qualche modo vaccina le società capitalistiche dalle contraddizioni di classe, che sono diventate troppo aspre, o da richieste dal basso troppo onerose.
I suoi rappresentanti non sono esattamente fascisti. Non fondano il proprio potere su squadroni paramilitari, campi di concentramento, censura ufficiale, o sull’esplicito ideale di una società etnicamente pura. L’ethos della politica dei gangster è l’immoralità. Il suo stile e il suo tono si insinuano nelle istituzioni esistenti, dai consigli comunali alle manifestazioni di massa, dai media ai dibattiti elettorali, con il ricorso a trucchetti legislativi e stratagemmi legali. I politici gangster sanno come prendersi gioco del sistema. La loro retorica populista è un’apparenza; la vecchia “mentalità da gregge” della piccola borghesia resta dominante, viva e in forze.
I gangster sono stati a lungo identificati con i capitalisti, i poliziotti e i pubblici ufficiali. Balzac notava che ogni grande fortuna nasconde un grande crimine. Anche Upton Sinclair e Frank Norris hanno fatto lo stesso collegamento, come pure Ibsen. Ma forse il caso più noto è Bertolt Brecht, che in alcuni suoi capolavori, come l’”Opera da tre soldi”, vedeva capitalisti, imperialisti e militaristi accomunati dall’ethos del gangster. I film contemporanei e i programmi televisivi rivelano regolarmente le collusioni tra Cia, poliziotti corrotti e aziende spregiudicate. Ma queste azioni di solito sono rappresentate come opera di individui disonesti (che vanno rimessi in riga) o di un “sistema” vago e inalterabile, cui si può rispondere in maniera appropriata solo ricorrendo a un cinismo estremo.
La politica da gangster non è una formazione istituzionale strutturata, come spesso è stato sostenuto, ma piuttosto un adattamento semi-legale a forme legali di governance. Si sviluppa quando i clienti dei gangster avvertono un pericolo. Ecco tornare alla memoria qualche ricordo relativo alla crisi economica del 2008: le banche che prolungano i termini di prestiti spregiudicati, le borse che fluttuano, l’insider trading all’ordine del giorno, e “l’uomo della strada” in preda al panico, man mano che il capitale si concentra in poche mani.
Intanto la produzione richiede sempre meno operai, ma più istruiti; il consumo è sbilanciato a favore dei più facoltosi, e la questione di classe si trasforma sempre più nel problema di come togliere potere alla classe operaia, a coloro che vivono sotto la soglia di povertà, alle donne, ai cittadini di colore e agli immigrati.
Imporre il “gerrymandering”, cioè ridisegnare i confini dei collegi elettorali a proprio favore, ostacolare il diritto di voto, privatizzare il sistema carcerario, promuovere un sistema di favoritismi, accumulare donazioni illimitate per le campagne elettorali sono tutte tattiche efficaci, sul crinale dell’illegalità. Il controllo della destra su un sistema mediatico sempre più centralizzato distrae l’attenzione dalle critiche e divide gli sfruttati e i meno abbienti.
La base dei sostenitori del boss odia chi osa criticarlo. Gli ambientalisti, gli immigrati, la gente di colore, le donne dell’alta società, i gay e i transgender fanno infuriare il “bravo cittadino” d’America delle piccole città, che si aggrappa a tradizioni un po’ desuete, così come settori evangelici e retrogradi (e bianchi) della classe operaia delle fabbriche.
Questi guardano con disperazione alla perdita dei posti di lavoro, ma anche agli “sprechi” del governo, alle “sanguisughe del welfare”, al declino morale, e (soprattutto) alla perdita dei propri privilegi culturali. Il loro sguardo è rivolto a un’epoca in cui “gli uomini erano ancora uomini”, “l’America era grande”, e i “giorni felici” si susseguivano…
Le élites approvano, per quanto abbiano priorità diverse: de-regulation, tagli alle tasse, meno welfare e tagli al “costo d’impresa”. Le tendenze oligarchiche sono insite nel capitalismo e, man mano che si espandono, cresce il loro impatto nello sfruttamento dei lavoratori.
È qui che le politiche da gangster cominciano ad andare di moda. Le élites corporative chiedono protezione dalle forze progressiste. I loro leader alla fine si trovano a scegliere tra l’autoritarismo e i suoi profitti da un lato, e la democrazia e i suoi costi dall’altro. Costoro danno sempre per scontato di poter controllare il tutore dell’ordine. Il fatto è che, una volta al potere, il parvenu comincia a esercitare il potere nel suo proprio interesse.
Donald Trump si è rivoltato contro i Repubblicani di maggioranza (che avevano appoggiato il Tea Party all’inizio della presidenza Obama), proprio come Hitler aveva tradito il suo ex sostenitore, Fritz von Papen, e il suo “gabinetto dei baroni” nel 1933. Andò così anche con il Generale Pinochet, insediato dal conservatore tradizionalista Eduard Frei dopo la caduta del governo democratico di Salvador Allende nel 1973. Gli esempi non mancano.
La politica da gangster ha la sua propria logica. I più tradizionalisti amano pensare che il conflitto sia tra “noi e loro”. Per il politico gangster, invece, la lotta è tra “loro e me”. L’unica regola fissa è: non contraddire il boss! E, anche solo per questo motivo, il boss preferisce essere temuto, che amato. Deride i suoi subordinati, li umilia pubblicamente, li scarica, e magari li licenzia a pochi giorni dal pensionamento. Ai responsabili di gabinetto e ai direttori delle agenzie non viene richiesta alcuna esperienza o nulla osta di sicurezza: ciò che conta è la lealtà al boss. Ma poi la lealtà è una strada a senso unico. I consiglieri per la sicurezza nazionale, le segreterie di stampa e di gabinetto, i capi dello staff, gli assistenti, i direttori d’agenzia, i responsabili legali della Casa Bianca, e ufficiali di tutti i tipi vanno e vengono. L’amministrazione Trump ha già maturato un tasso di turnover del 34%, più del triplo di quello della presidenza Obama. Dilagano caos e confusione. C’è la sensazione che l’obiettivo della politica da gangster sia ciò che Franz Neumann ha definito “lo stato senza stato”. Questo ha uno scopo preciso: così tutti sanno chi è il capo.
Ai politici gangster piace pensare di essere navigati. Parlano in gergo e imprecano spesso, toccano il sedere (o peggio) alle ragazze, ribadiscono con convinzione di non aver mai letto un libro, deridono le élite intellettuali, si vantano di avere un alto quoziente intellettivo e molto “senso pratico”. Al contempo denunciano di essere vittime della malevolenza dei propri critici, pur essendo dei “grandi uomini”, i soli a saper curare i malanni della nazione. Così facendo, permettono alla propria base di sentirsi allo stesso modo: sì, siamo disprezzati, ma siamo noi i “veri” americani! La loro fiducia nel boss è incondizionata. Solo lui può rendere di nuovo grande l’America. Coloro che si oppongono alle sue politiche sono traditori, e la minaccia da loro rappresentata è seria.
La storia insegna come dar loro una lezione. L’incendio del Reichstag del 1933, e l’assassinio (o forse la messinscena) di Sergei Kirov nel 1934 sono stati gli eventi drammatici che hanno consentito a Hitler e a Stalin di giustificare gli attacchi ai loro nemici, ai rinnegati, e ai presunti traditori dello stato. I politici gangster che subiscono una pressione interna pregano intensamente che si verifichi una crisi o -come una volta ha predetto Trump-, un “grande evento”, che consenta di radunare le truppe e fare un po’ di pulizia.
La politica da gangster non ha bisogno di un’ideologia. La stessa mancanza di principi diventa un principio. Il grande uomo deve fare ciò che va fatto: se questo gli impone di mentire, di rimangiarsi gli accordi presi, di cambiare marcia, di opporsi alla trasparenza, o di fare qualsiasi altra cosa, ebbene, così sia. È un dato di fatto che gli sia concesso un doppio standard. I grandi discorsi prendono il posto della diplomazia, e se le sbruffonate non funzionano, allora l’America da sola -o per meglio dire, il boss da solo- può sempre contare su “fuoco e fiamme” in ogni momento e dovunque voglia. Gli uomini all’antica ricorrono a una retorica sciovinista e si avvolgono nella bandiera. Il politico gangster parla come il bullo della scuola, e si fa i complimenti da solo. I politici gangster del passato costringevano i subordinati a fare giuramento di fedeltà non allo stato, ma a loro stessi. Lo slogan di ieri, “America! Amala o vattene!”, oggi si è trasformato in “Trump! Amalo -o chiudi il becco!”.
Gli scandali si susseguono senza tregua: le irregolarità finanziare, la corruzione, le mazzette, i conflitti d’interesse, l’abuso domestico, la falsificazione di documenti, le riunioni segrete, i tweet gratuiti, i commenti razzisti, i pettegolezzi da Casa Bianca. Non c’è fine alle “breaking news”. Pare che il presidente abbia mentito duemila volte in pubblico solo nel suo primo anno in carica.
E, indubbiamente, ogni bugia è stata smascherata. “So what?” [Beh, e allora?].
Le sparate del gangster rubano i titoli principali. Sembra che stia in televisione ventiquattr’ore su ventiquattro. Si stima che Trump abbia ricevuto qualcosa come due miliardi di “meritata copertura mediatica” -o per meglio dire, pubblicità gratuita- durante la campagna elettorale del 2016. Che il presidente e i suoi compari debbano trasmettere le loro fandonie ai media delle “fake news” è semplicemente un’altra degna espressione del loro disprezzo per la verità.
Il pubblico del grande cabarettista degli anni Cinquanta, Lenny Bruce, scoppiava a ridere quando lui diceva: “Anche se vi hanno fotografato -negate sempre”. Ma il gangster politico va oltre. La critica è sempre ingiusta, i procuratori dell’accusa sono sempre disonesti, le proteste sono sempre esagerate, e ogni passo falso è colpa dello “Stato occulto”. Sono tutti assetati di sangue. I pesi e i contrappesi, la burocrazia, l’Università, l’Fbi, i professionisti politici -o, in poche parole, “il sistema”, sono tutti di parte! Le loro accuse? “Fake news”! Sono tutti prevenuti. E perché? Non a causa delle bugie del gangster, del suo linguaggio da bettola, del suo razzismo, dei suoi affari illeciti, della sua incompetenza, o delle sue scelte politiche. No: è perché quest’uomo della strada par excellence “parla come mangia”, e perché vuole “prosciugare la palude”!
La strategia generale è irrilevante: la tattica è la strategia. Il successo si fonda sul diversivo e sul depistaggio. Gli scandali, le indagini, le accuse e le contro-accuse non fanno che relativizzare la realtà politica. Il dibattito pubblico si trasforma in un attacco incessante alla democrazia deliberativa: logica, argomentazioni e prove lasciano il posto alle diffamazioni che spaziano dalla “corrotta Hillary”, al “piccolo Marco” [Marco Rubio], a “Pocahontas”, [la senatrice democratica Elizabeth Warren], e “Rocket Man” [il dittatore nord-coreano Kim Jong-un]. Le critiche all’aspetto fisico delle donne, alle persone con disabilità, e agli stati africani “merdosi”, tengono vivo il dibattito.
Al Presidente non servono esperti, intellettuali, professionisti, scienziati, artisti -o chiunque possa saperla più lunga di lui. I politici gangster tengono sempre d’occhio il minimo comun denominatore e puntano a far diminuire ciò che Marx ha definito “il livello materiale della cultura”. Ciò perché i politici gangster, i loro collaboratori, la loro base, sanno già tutto. Nessuno di loro ha nulla da imparare. Al contrario, la loro fiducia e il loro potere si basa sul conservare intatta la propria ignoranza.
(traduzione di Stefano Ignone)

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