Il triangolo di bacheche – Lettera dalla Cina di Ilaria Maria Sala

Una Città248 / 2018 aprile

Cari amici, l’altro giorno, mentre perdevo tempo sui social media, una persona che conosco ha postato un breve video girato all’interno dell’Università di Pechino, anche chiamata Beida, con delle immagini di San Jiao Di, un piccolo spiazzo triangolare delimitato da delle bacheche, pattugliato da agenti in borghese. L’Università di Pechino, la mia alma mater, al momento è al centro di un caso intricato.

Una studentessa, Yue Xin, ha chiesto che le autorità dell’ateneo consentano che venga fatta luce su un avvenimento avvenuto nel 1998, quando Gao Yan, anche lei studentessa a Beida, si tolse la vita dopo aver detto ai suoi compagni di corso e ad alcuni familiari di essere stata violentata da un suo professore, Shen Yang.
All’epoca non successe nulla. Shen ha poi fatto carriera. Ora però che anche in Cina si parla con maggior insistenza dei casi di violenza contro le donne, alcuni amici di Gao hanno pubblicato online una petizione chiedendo che quell’inchiesta sia resa pubblica. Yue Xin se n’è fatta la portavoce e, come spesso accade in questi casi, è così divenuta l’oggetto delle attenzioni delle autorità. La vicenda non si è ancora conclusa.
Ciò che mi ha colpito, in questi tempi di social media invadenti, è che la censura digitale è talmente forte che Yue ha infine deciso di affidarsi anche alle vecchie bacheche di San Jiao Di, che ovviamente vengono censurate con maggior lentezza rispetto a quanto avviene con Internet.
Comunque, appena si è sparsa la voce, ecco che gli agenti in borghese si sono precipitati a San Jiao Di, senza neanche darsi la pena di camuffarsi troppo.
San Jiao Di, del resto, è già stato testimone di eventi analoghi. Il triangolo di bacheche esiste da decenni: potremmo descriverlo come il triangolo più politicizzato del mondo intero. Durante la Rivoluzione Culturale (1966-1976) era stato riempito di manifesti scritti a mano, i famosi da-zi-bao, con i qual venivano attaccati di volta in volta professori o studenti, in una “rivoluzione permanente” ispirata da Mao Zedong, che riuscì a mantenere il potere scaraventando il Paese nel caos. Alcuni poster scritti a mano –chiamati xiao-zi-bao, se erano piccoli-  fecero capolino nel 1978-79, facendo eco a quelli che venivano affissi in centro, nel rinomato “Muro della Democrazia”, a Xidan. Si trattò della prima serie di manifestazioni pro-democrazia del dopo-Mao, e finì con diversi arresti. Le riforme di Deng Xiaoping si erano fermate contro quel muro, rivelandosi prima di tutto economiche, e non certo politiche.
Dopo di allora, le bacheche di San Jiao Di sono state raramente politiche: i corsi all’Università erano ripresi regolarmente, e qui venivano affisse per lo più segnalazioni di nuovi libri, corsi di lingua, proiezioni di film sul campus.
Quando arrivai io a Pechino, nel 1988, bacheche di San Jiao Di erano tornate a essere politiche: comparivano messaggi che pubblicizzavano i primi “shalong” (dal francese “salon”, nel senso di salotti letterari). Quelli dell’università di Pechino si tenevano sotto un albero nel parco del campus, e vertevano su tutto: politica, letteratura, cinema, economia. La Cina si stava lentamente aprendo, ma lo spiraglio sul mondo aveva prodotto una fame e una curiosità divoranti.
Poi venne il 1989, e San Jiao Di divenne uno dei fulcri delle proteste di Piazza Tiananmen (per quanto ci volesse circa un’ora di bicicletta per recarsi da un luogo all’altro). Qui venivano i giornalisti alla ricerca di un po’ più di teoria, qualcosa che li aiutasse a spiegare quanto stava avvenendo in città e nel Paese. Ricordo un giornalista televisivo di bassa statura, dall’accento americano, che andava in giro con uno sgabello dato che, come disse a voce alta, “tutti sanno che i cinesi sono bassi e non va bene se nelle riprese sono tutti più alti di me”. Un altro, ancor più vanitoso, si metteva di profilo poi di tre quarti poi di fronte, ripetendo sempre “Siamo all’università di Pechino… Qui Pechino, la principale università… Pechino, nel cuore della protesta studentesca…” mai soddisfatto del risultato. A un certo punto si sfilò la cravatta e sbottonò i primi due bottoni della camicia: “A una rivoluzione non si può andare in cravatta”. All’inizio era divertente, surreale. Poi non ci fu più nulla di cui divertirsi. Il 4 giugno cominciarono gli spari e i carri armati misero fine alla protesta. Le bacheche di San Jiao Di furono di nuovo ammutolite. Compariva qualche lezione di inglese o informatica, rare feste danzanti alla palestra principale del campus.
Verso primavera vennero appesi annunci di dimostrazioni di maestri taoisti. Dopo la repressione sanguinosa era stato lasciato qualche spazio in più alle correnti religiose, taoismo compreso. Un giorno era stato annunciata una dimostrazione fuori dal comune: il maestro si sarebbe tramutato in un’anatra selvatica, all’interno della palestra, per illustrare le sue capacità spirituali. Con una mia compagna di classe andammo a vedere il portento. Alla fine però eravamo in troppi e l’evento fu cancellato. Chissà se il maestro taoista è diventato un’anatra selvatica lo stesso…
Nel 1999 San Jiao Di prese di nuovo vita: questa volta, con un’esplosione di nazionalismo, reazione al bombardamento dell’ambasciata cinese di Belgrado, da parte degli americani. Per errore, dissero, ma in Cina non ci ha mai creduto nessuno. Quel bombardamento fu uno spartiacque per la xenofobia e il nazionalismo cinesi. Da allora, non hanno fatto che aumentare. In quell’occasione vennero autorizzate una serie di manifestazioni patriottiche.
Poi però sono arrivati i social media, e San Jiao Di mi era perfino passato di mente -malgrado l’anatra selvatica. Vedere che invece può ancora essere utile, e addirittura essere il centro di proteste e di censure, mi ha fatto riflettere.

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