Chi non è Han – Lettera da Hong Kong di Ilaria Maria Sala

Una Città247 / 2018 marzo

Cari amici, visto quello che succede nel resto del mondo, e per mondo s’intende poi l’America, c’è chi continua a guardare alla Cina come se fosse, dopotutto, un Paese che può dare l’esempio. Certo, Xi Jinping si è dichiarato Presidente a vita, ma alcuni già lo giustificano, spiegando che ha bisogno di tempo per poter mettere in atto importanti riforme (non che ne abbia mostrato l’intenzione) e arrivando perfino a dire: “Non che la democrazia sia poi così perfetta, eh!”.

Proprio in questi giorni di democrazia “imperfetta” ho deciso di abbandonare il progetto, che coltivavo da diverso tempo, di andare in Xinjiang per raccogliere alcune testimonianze di ceramisti uiguri. Era anche un modo per tornare in un luogo che amo, e per osservare da vicino ceramiche di grande interesse per la storia che rappresentano. Tuttavia, in questo momento mi è sembrata un’idea di una leggerezza quasi imbarazzante. Per non parlare del fatto che non sono per nulla sicura che ci sarei riuscita.
Mentre guardiamo distrattamente alla Cina e alla sua apparente solidità, infatti, centinaia di migliaia di persone vengono portate nei campi di rieducazione solo perché appartenenti al gruppo uiguro. Un passo indietro epocale, che dovrebbe costituire uno dei prismi attraverso cui guardare a questo paese. Ma non è solo colpa della nostra disattenzione. Personalmente trovo poco utili gli appelli: “Succede questo e quello e noi indifferenti!”, dato che spesso ne siamo casomai consapevoli, ma abbiamo pochi strumenti. Qui c’è un’obiettiva difficoltà a recarsi sul luogo e verificare quanto avviene, come pure a fare domande altrove in Cina, o a leggere qualcosa sui giornali cinesi o online. Tutto avviene in segretezza.
Un giornalista sino-americano, Gerry Shih, dell’Associated Press, è riuscito ad andare in Xinjiang e ad avvicinarsi ai campi. Quanto ha riportato è angosciante: persone che vengono portate via solo perché hanno la barba, e che rimangono per mesi interi senza poter comunicare con le famiglie. Donne che vengono rinchiuse per tre mesi perché portano il velo, giovani internati perché frequentano la moschea. Alcune fotografie scattate in Xinjiang mostrano striscioni propagandistici che inneggiano al “rifiuto totale della religione!” smentendo, se ce ne fosse bisogno, il rispetto della Cina per la libertà di culto. Chi cerca di andarsene si espone a rappresaglie: proprio l’altro giorno, un altro articolo spiegava come gli uiguri che cercano di recarsi all’estero si vedano ritirare il passaporto e vengano spediti anche loro nei campi di rieducazione. È vero che fra i combattenti stranieri in Siria sono stati trovati degli uiguri. Ma è altrettanto vero che alcuni uomini pakistani che commerciavano con la Cina hanno denunciato ai media stranieri, in lacrime, di non aver notizia di mogli e figli da mesi, dato che erano stati arrestati e portati nei campi di rieducazione solo per aver avuto contatti telefonici con il Pakistan, cioè con i familiari.
Per chi va in Xinjiang è impossibile non restare interdetti davanti ai posti di blocco. Per cinesi e visitatori, non è nulla più di una seccatura. Gli uiguri invece sono costretti a mostrare i telefonini, e se non hanno l’app che controlla le loro attività online, vengono spediti nei campi. A quanto pare, i campi non sono solo una forma di repressione, ma anche una fonte di guadagni: se un familiare svanisce nel nulla e si riesce a capire dove è stato mandato, ecco che si cercano di addolcire le guardie con regali e bustarelle. La tanto rinomata campagna contro la corruzione a cui il Presidente ha legato il suo nome non è entrata nei campi di rieducazione del Xinjiang.
Un’amica cinese di Urumqi, la capitale amministrativa del Xinjiang, in occasione del capodanno cinese è andata a casa. È tornata in preda all’angoscia: “Non riesco a credere a quello che sta succedendo agli uiguri. E so di non poter far niente. Hai visto quello che è successo alla studentessa della Mongolia?” mi ha chiesto, riferendosi a una ragazza che ha ricevuto minacce di morte per aver scritto su una specie di Twitter cinese che la discriminazione nei confronti di chi non è Han (il gruppo etnico maggioritario) ha raggiunto limiti intollerabili. Chi non è Han non ha diritto di prenotare alberghi, per esempio, e viene controllato mille volte. Ha difficoltà a usufruire dei trasporti pubblici e a educare i figli come crede. L’accorato post della studentessa le è valso talmente tante ingiurie che è stata costretta a chiudere l’account. La mia amica, che in inglese si fa chiamare Shirley, mi ha raccontato piangendo che se non abitasse a Hong Kong, non avrebbe modo di parlare con altri cinesi non-Han, senza il controllo della polizia. “Ma qui ho potuto parlare solo con un cinese kazaco. Uiguri non ce ne sono: non hanno il permesso di venire a Hong Kong. Che pena provo per il Paese” ha confessato.
Gli uiguri sono dieci milioni. Per debellare un’estrema minoranza che si è effettivamente radicalizzata, la Cina ha deciso di vittimizzare un’intera popolazione. Noi non ne sappiamo nulla, e intanto continuiamo a guardare con una certa ammirazione, e un filo d’invidia, al “governo forte” di Pechino.

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