Il trasporto dei pacchi – di Massimo Tirelli

Al telefono capisco subito che la donna è di origine dell’Est, forse rumena, moldava, o giù di lì; mi dice di essere titolare di una piccola impresa di trasporti e di avere dei problemi con un dipendente che si è rivolto a un avvocato. Cerco di farmi spiegare meglio, ma vuole un appuntamento, e glielo fisso per un mercoledì alle 14.30, unico buco libero della settimana.

Quel mercoledì dell’appuntamento sto tornando dal bar nel primo pomeriggio, e vedo malamente parcheggiato sul marciapiede il bel furgone fiammante di una nota impresa di trasporti che spesso ci porta pacchi o consegne. In studio la persona che ha chiesto l’appuntamento è già arrivata, il furgone fuori dello studio è il suo: è una donna rumena di circa trent’anni, con il suo bambino di alcuni mesi (si giustificherà subito dicendo che non ha modo altrimenti di avere aiuto, il marito connazionale è suo dipendente ed è in giro con un altro camioncino), e mi mostra subito la lettera che ha ricevuto. La lettera è di uno studio legale in cui un collega rivendica a nome di un lavoratore il pagamento “brevi manu” di differenze retributive a titolo di straordinari non pagati, compensi non corrisposti, quota Tfr per… 3.000 euro. Rimango un poco stupito dal fatto che venga chiesta una somma così “netta”, quando di solito quantomeno i conteggi sono sempre analitici e pieni di virgole, ma un poco sospettoso chiedo se quel lavoratore indicato nella lettera fosse regolarmente assunto. Certo, mi dice la signora Tania, e mi mostra un regolare contratto a tempo indeterminato per 40 ore mensili quale autista, e la lettera di dimissioni del lavoratore per giusta causa perché… voleva le differenze retributive pari a 2.000 euro (ancora una strana cifra tonda tonda!). Sempre più stupito, chiedo di vedere le buste paga del lavoratore, e mi accorgo che mediamente questi risultava lavorare non più di due, qualche volta tre giorni la settimana e per non più di quattro-cinque ore al giorno, con una forte incidenza sulla busta stessa della voce “Trasferta Italia” (che com’è noto è una voce che viene a volte inserita e “ingrassata” per non pagarci contributi). La busta paga di conseguenza non risultava mai “piena” rispetto al contratto di lavoro (40 ore settimanali come da pattuizione) ma ridotta rispetto all’effettiva (?) prestazione. Il lavoratore avrebbe potuto di conseguenza chiedere l’intera retribuzione (per le 40 ore) ma non l’aveva mai fatto… pagato forse in nero? Quindi, chiedo alla Signora Tania ulteriori delucidazioni.
La Signora Tania mi racconta che lavora in subappalto per l’impresa di cui ho ammirato il logo (una delle maggiori italiane) sul grosso furgone parcheggiato fuori dallo studio (che lei evidentemente guida con il bambino di pochi mesi al fianco); mi mostra un contratto con questa ditta che contiene le seguenti clausole: a) per ogni giornata di trasporti da questa ditta riceve un compenso di 150 euro lordi; b) non le viene garantita la sicurezza di lavorare tutti i giorni, ma ha l’obbligo di essere sempre disponibile nei confronti di questo committente; c) il contratto contiene altresì l’obbligo di assumere a tempo indeterminato e regolarmente eventuali lavoratori dipendenti, impegnandosi a versare i relativi contributi previdenziali. Mi racconta che per far quadrare i conti lei, in accordo con il marito, ha costituito una Snc di cui Tania risulta titolare, ha comprato in leasing (agevolato… da chi?) tre furgoni, uno lo guida lei, uno il marito e uno un altro autista, ambedue “dipendenti”, ma che anche così, con tre furgoni disponibili, fa fatica a far quadrare i conti alla fine di ogni mese. Mi dice anche che alcuni commercialisti (non meglio identificati… consigliati dal committente?) le hanno assicurato che è tutto in regola e che fare buste paga siffatte va bene.
Per meglio chiarirle e chiarirci le idee vediamo che cosa si intende dal punto di vista normativo per “attività di autotrasporto”: questa è definita come la prestazione di un servizio, eseguita in modo professionale e non strumentale ad altre attività, consistente nel trasferimento di cose di terzi su strada mediante autoveicoli, dietro il pagamento di un corrispettivo. Per “vettore”, invece, si intende l’impresa di autotrasporto iscritta all’albo nazionale delle persone fisiche e giuridiche che esercitano l’autotrasporto di cose per conto di terzi, o l’impresa non stabilita in Italia abilitata a eseguire attività di autotrasporto internazionale o di cabotaggio stradale in territorio italiano che è parte di un contratto di trasporto di merci su strada; si considera vettore anche l’impresa iscritta all’albo nazionale dell’autotrasporto di cose per conto di terzi associata a una cooperativa, aderente a un consorzio o parte di una rete di imprese. Il “committente” viene definito quale impresa o persona giuridica pubblica che stipula, o nel nome della quale è stipulato, il contratto di trasporto con il vettore; si considera committente anche l’impresa iscritta all’albo nazionale dell’autotrasporto che stipula contratti scritti e svolge servizi di deposito, movimentazione e lavorazione della merce, connessi o preliminari all’affidamento del trasporto. Il “caricatore” corrisponde all’impresa o la persona giuridica pubblica che consegna la merce al vettore, curando la sistemazione delle merci sul veicolo adibito all’esecuzione del trasporto (spesso coincide con il vettore o sub-vettore). Il “proprietario della merce” è l’impresa o la persona giuridica pubblica che ha la proprietà delle cose oggetto dell’attività di autotrasporto al momento della consegna al vettore. Infine il “sub-vettore” è l’impresa di autotrasporto iscritta all’albo nazionale, ovvero l’impresa non stabilita in Italia, abilitata a eseguire attività di autotrasporto internazionale o di cabotaggio stradale nel territorio italiano, che, nel rispetto del regolamento n. 1072/2009, svolge un servizio di trasporto su incarico di altro vettore.
Il principio generale è che per garantire l’affidamento del trasporto a vettori in regola con l’adempimento degli obblighi retributivi, previdenziali e assicurativi, il committente che stipula il contratto risponde in solido con il vettore, e con ciascuno degli eventuali sub-vettori della corresponsione ai lavoratori dei trattamenti retributivi, e dei contributi previdenziali e premi assicurativi agli enti competenti, dovuti limitatamente alle prestazioni ricevute nel corso della durata del contratto di trasporto, entro il limite di un anno dalla cessazione del contratto di trasporto. Però… la Legge di Stabilità 2015 ha ridisegnato la mappa delle responsabilità solidali che coinvolgono il committente e il vettore (più gli eventuali sub-vettori), nell’esecuzione di un contratto di trasporto di cose di terzi su strada mediante autoveicoli, al fine di garantire l’affidamento del trasporto a vettori in regola con gli obblighi retributivi, previdenziali e assicurativi. La nuova regolamentazione è in vigore dal 1° gennaio 2015, e prevede due diversi regimi di solidarietà a seconda che il contratto di trasporto sia o meno stipulato in forma scritta. In entrambi i casi il committente può liberarsi del vincolo nei confronti del vettore e degli eventuali sub-vettori, verificando preliminarmente alla stipulazione del contratto la regolarità degli stessi con l’acquisizione di un’attestazione rilasciata dagli enti previdenziali in data non anteriore a tre mesi, dalla quale risulti che l’azienda è in regola ai fini del versamento dei contributi assicurativi e previdenziali (Durc). Il regime di responsabilità solidale così delineato si applica anche tra vettore e sub-vettore qualora il vettore incaricato del trasporto si avvalga per la sua esecuzione di un altro vettore. Mentre per il committente l’acquisizione deve essere “preliminare” alla stipulazione del contratto, per il vettore la norma prevede che l’attestazione sia fornita al committente “all’atto della conclusione del contratto”. La norma non prevede quindi l’obbligo di acquisizione del cosiddetto Durc (Documento unico di regolarità contributiva), ma di una “attestazione” rilasciata dagli enti previdenziali. Si rilevi in proposito che mentre il Durc è disciplinato da una specifica regolamentazione di legge che ne prevede il rilascio solo in determinati casi e con attestazione di regolarità solo in presenza di specifici elementi, una semplice “attestazione” di regolarità può invece essere acquisita direttamente da ognuno degli Istituti interessati (Inps e Inail), attraverso i servizi on-line disponibili nei relativi portali internet. Nel caso in cui le parti concordino, alla stipulazione del contratto o nel corso dell’esecuzione dello stesso, di ricorrere alla sub-vettura, il vettore incaricato della prestazione di un servizio di trasporto può avvalersi di sub-vettori. In questo caso il vettore assume gli oneri e le responsabilità gravanti sul committente connessi alla verifica della regolarità del sub-vettore, rispondendone direttamente, applicandosi, anche al rapporto tra vettore e sub-vettore, le disposizioni illustrate ai punti precedenti.
Questo quadro spiega quindi il contratto che la signora Tania mi ha fatto vedere, molto velocemente e quasi volendolo nascondere, stipulato tra il vettore e la sua piccola azienda, che è quindi un sub-vettore; presumibilmente il “vettore” ha acquisito il Durc (o documentazione equipollente) prima della stipula del contratto.
Alla Signora Tania, quando ho spiegato quanto sopra sia in relazione a quanto poteva chiederle il lavoratore che in ordine alle responsabilità del vettore-committente, distratta forse anche dal figlio (che nel frattempo aveva allattato), credo sia venuto un poco di mal di testa. Ha ripreso i documenti che mi aveva mostrato, ha detto qualcosa rispetto al fatto che il suo committente (in realtà il vettore di cui esibiva il logo sul furgone) non le lasciava spazio o possibilità di ridiscussione del contratto, non ha voluto farmi fare copia di nessun documento né delle buste paga del lavoratore che voleva (chiaramente) una buonuscita in nero, e se ne è andata, probabilmente per rivolgersi a quei commercialisti che le davano molta più sicurezza garantendole la genuinità delle buste paga e della sua situazione. Ovviamente anche al solo accennare al fatto che avrebbe potuto fare causa al “vettore” per aver stipulato con lei un contratto capestro, mi ha guardato “strano”, pentendosi probabilmente di essere stata indirizzata da me che le ponevo più problemi di quanti non ero certo riuscito a risolverle (in fondo con 3.000 euro in nero se la cavava, no?).
Buona fortuna, Tania, dovrebbe averne bisogno.

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