L’anno prossimo a Gerusalemme! – di Stephen E. Bronner

Nella diaspora degli ebrei, le preghiere per la pasqua ebraica e per lo Yom Kippur si concludono con l’invocazione: “L’anno prossimo a Gerusalemme”. È perlomeno dal quindicesimo secolo che queste parole esprimono l’utopistico auspicio di fare ritorno non semplicemente a una madrepatria, ma a un luogo di redenzione. Il carattere sacro di questo desiderio è stato offuscato dall’ipocrisia. Ma sappiamo che questo ormai fa parte del gioco: il Presidente Trump deve imbrattare tutto ciò che tocca.

La sua decisione del 6 dicembre 2017 di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme ha ulteriormente aggravato il conflitto e minato la posizione degli Stati Uniti nel contesto globale. La frustrazione è così esplosa in rabbia. L’inquietante silenzio che circonda i già zoppicanti negoziati ha lasciato spazio a manifestazioni di protesta, minacce di nuova intifada e aggressioni militari israeliane che hanno già fatto quattro morti e trecento feriti. La dichiarazione di Trump non contemplava alcuna contropartita che potesse compensare i palestinesi. L’attenzione mediatica negli Stati Uniti, comunque, è durata solo per un paio di giorni, prima che Msnbc e Cnn tornassero a occuparsi di affari interni. Non è solo una questione di audience: non si può certo dire che gli abituali critici di Trump fossero troppo indignati dell’iniziativa. Ex diplomatici ed “esperti” di affari mediorientali hanno messo in discussione solo la “scelta dei tempi”, l’impatto sulle trattative, la mancanza di concessioni israeliane, aggiungedo che Trump non avrebbe dovuto rendere pubblica la sua decisione.
I negoziati sono a un punto morto; la posizione americana su questo argomento non è mai stata imparziale, e Israele non ha alcun impellente bisogno di concedere alcunché. I critici di Trump non hanno perso tempo a dimostrare il proprio buon senso. Il Segretario di Stato Rex Tillerson ha preso l’iniziativa: si è dapprima opposto alla dichiarazione di Trump, ma ha subito fatto notare che sarebbero problemi “logistici” a impedire ogni trasferimento entro il 2020, e che, peraltro, il Presidente stava semplicemente riconoscendo una situazione di fatto, che cioè la maggior parte degli uffici americani si trova già a Gerusalemme.
Tutto questo è, naturalmente, del tutto ipocrita. La politica simbolica è pur sempre politica. E Trump è riuscito a segnare un punto. Apparentemente, Il “Muro Occidentale” di Gerusalemme, che si erge al di fuori dei confini pre-1967, ed è attiguo a svariati luoghi sacri islamici, ora appartiene a Israele. Più di qualche sionista liberal avrà annuito soddisfatto e, di fatto, il leader della minoranza democratica al Senato, Chuck Schumer (Democratico dello Stato di New York) si è vantato di aver suggerito a Trump l’iniziativa su Gerusalemme. A differenza degli evangelisti cristiani, gli estremisti sionisti, e la maggioranza della comunità ebraica ortodossa, anche se magari non si sbilanciano troppo, certo non si fanno troppi problemi circa l’idea di una Gerusalemme unificata sotto il controllo israeliano.
La maggior parte degli americani è stufa di quello che appare come un’infinito conflitto israelo-palestinese, e in particolare dei palestinesi. La cinica decisione di Trump circa Gerusalemme fa appello proprio a questa realtà. Trasferire l’ambasciata americana a Gerusalemme dà al Presidente una momentanea tregua dalle minacciose indagini del Congresso che affliggono la sua amministrazione, dalle accuse di molestie sessuali e dalla controversia che circonda la sua -ampiamente impopolare- riforma fiscale. Gli fornisce altresì un “risultato”, una compensazione ottimale, dato il probabile fallimento del piano per la “definitiva” pace israelo-palestinese che sta formulando Jared Kushner.
I dettagli provengono solo dalle fughe di notizie, ma l’approccio dello staff guidato dal genero del Presidente si ridurrebbe a “prendere o lasciare”. A quanto pare, i palestinesi dovrebbero ricevere uno stato senza confini contigui, senza il controllo sullo spazio aereo né sui mari, senza il riconoscimento del diritto al ritorno, né alcun piano sul ritiro dei coloni israeliani che vivono in Cisgiordania. Hamas resterà esclusa, e Fatah diventerà l’unico rappresentante di Gaza, sulla quale però non ha alcun controllo. In parole povere: il pacchetto della pace di Kushner offrirà poco più della cornice degna di uno stato fallito, anche se, secondo quanto ha scritto il “New York Times” il 12 agosto del 2017, l’Arabia Saudita potrebbe indorare la pillola aggiungendo un po’ di denaro.
Sono tutte congetture, ma nessun palestinese potrà mai accettare simili condizioni. Questo tipo di pace “unilaterale” può essere implementata solo con la forza o per decreto -un’idea finora implausibile ma che, data la natura della politica estera di Trump, non è più inimmaginabile.
Questo nuovo corso statunitense sicuramente farà scoccare una nuova ondata di antisemitismo in Europa e provocherà un maggiore isolamento per Israele. Le Nazioni Unite hanno già denunciato l’iniziativa su Gerusalemme. Israele, non c’è dubbio, dovrà affrontare altri boicottaggi, altre critiche accese, altre proteste, altra violenza. Il potente capo della milizia irachena, Moktada al Sadr, ha già lanciato l’appello a una nuova “primavera araba” che prenda di mira Israele e che riunisca sciiti e sunniti. Ma scatenare una nuova ondata antisemita e rendere Israele sempre più un paria della comunità internazionale non è nell’interesse nazionale degli Stati Uniti. Eppure, per quanto riguarda gli interessi di Netanyahu, la questione è ben diversa. Lui userà -non v’è dubbio- questo nuovo stato di assedio per giustificare la sua ossessione per la sicurezza nazionale, per l’islamofobia, e per rafforzare l’idea di essere vittima di un trattamento ingiusto e antisemita da parte del resto del mondo.
Il riconoscimento della sovranità israeliana su Gerusalemme diverrà un testamento anche per la leadership di Netanyahu. Non meno del presidente americano, che si trova a fronteggiare sempre più appelli per un suo impeachment, anche il Primo Ministro israeliano è invischiato in problemi sempre più gravi di corruzione e in uno scandalo con la marina tedesca che lo coinvolge direttamente. Entrambi i leader hanno un disperato bisogno di sostegno, e l’iniziativa di Trump su Gerusalemme è un regalo per i religiosi ortodossi e per i gruppi imperialisti sionisti, del cui sostegno politico la coalizione Likud di Netanyahu ha un disperato bisogno.
La dichiarazione di Trump, inoltre, sottolinea la natura “ebraica” e autoritaria, piuttosto che l’identità aconfessionale e democratica dello stato d’Israele. Gli estremisti in Israele e Palestina hanno fatto quanto in loro potere per sabotare ogni prospettiva di pace o una soluzione a due stati. Entrambe queste ipotesi, ora, sono fuori dai giochi, almeno per il prossimo futuro. L’iniziativa di Trump ha piazzato ufficialmente il conflitto israelo-palestinese nelle mani di quelle forze che ambiscono a perpetrarlo, piuttosto che a risolverlo.
I discorsi sulla pace sono solo un paravento. La decisione di Trump è in realtà una provocazione che sfida i palestinesi a imbracciare le armi, e per di più complica ogni prospettiva futura di pace. La maggior parte dei leader europei ha criticato gli Stati Uniti, definiti un intermediario “inaffidabile”. I 57 componenti dell’Organizzazione per la cooperazione islamica hanno reagito riconoscendo Gerusalemme Est come capitale della Palestina, silurando gli Stati Uniti come partner negoziale, e preparandosi a riconoscere uno stato palestinese con confini ben differenti. Il 12 dicembre scorso, infatti, l’Autorità palestinese ha cancellato un incontro per la prossima visita del Vice presidente Mike Pence negli Stati Uniti. Stati autoritari indegni di alcuna fiducia, come l’Arabia Saudita e l’Egitto: saranno loro a divenire i rappresentanti degli interessi statunitensi in Medio Oriente. Fedeli al nuovo corso generale, che li vede ritirarsi da vari organismi internazionali, ora gli Usa hanno abbandonato il proprio ruolo di mediatore regionale; e così, il presidente americano può finalmente dedicarsi a sfidare in modo ancora più acceso Iran e Corea del Nord.
“L’anno prossimo a Gerusalemme!” è stata un tempo l’invocazione di un popolo oppresso che cercava la liberazione dalla schiavitù e si pentiva dei propri peccati. Queste stesse parole ora esprimono i sentimenti di un regime arrogante con ambizioni espansioniste. Questo cambiamento si prende gioco della solennità etica che associamo a figure come Hannah Arendt, Martin Buber, Albert Winstein, Abraham Heschel e una serie di altre personalità di attivisti e intellettuali. Sono sicuramente necessarie nuove pragmatiche proposte di pace. Soprattutto quando tutto sembra perduto è importante affermare gli ideali cosmopoliti e i valori dell’umanesimo che li devono informare.
Oggi c’è un che di profondamente irresponsabile nell’ignorare la preveggenza o la sfida insita nell’appello di Walter Benjamin a “spazzolare la storia contropelo”.
(traduzione di Stefano Ignone)

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