Trump, il sovrano – di Stephen E. Bronner

Il 18 settembre 2017 il Presidente Donald Trump ha tenuto il suo primo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il suo obiettivo: l’avvio di un nuovo corso nella politica estera statunitense, improntato a “realismo di sani principi” che porterà l’America a essere “first”, e il cui caposaldo sarà la sovranità. Si è trattato forse del primo discorso di Trump che i media hanno preso sul serio. L’hanno analizzato in maniera equilibrata e si sono interrogati circa l’utilizzo del termine “sovranità”, che il presidente ha ripetuto per ben ventuno volte.

Trump identifica come “sovranità” il diritto delle nazioni di privilegiare i propri interessi e di promuovere i propri affari. Questa nuova enfasi contrasta con la politica estera del Presidente Barack Obama, ritenuta meno “muscolare”. Qui si privilegia l’azione unilaterale su quella multilaterale; la coercizione sulla diplomazia; l’arbitraria determinazione dell’interesse nazionale americano sulla cooperazione internazionale; e una cruda, tradizionalista, “politica di potenza” applicata al tema dei diritti umani.
Per comprendere il discorso di Trump, e perché sia pericoloso, dobbiamo guardare alla storia del concetto di sovranità.
Di sovranità e raison d’etat si comincia a parlare dopo la Guerra dei Cent’anni (1337-1453), la Guerra dei Trent’anni (1455-1487) e una miriade di altre guerre verificatesi tra queste. Stanchi del bagno di sangue, insofferenti dell’assolutismo religioso, la sovranità secolarizzata viene vista dalle nazioni come uno strumento, prima di tutto, per ricercare una stabilità. Questo porta a contrastare le aspirazioni egemoniche di un singolo stato decentralizzando il potere internazionale, forgiando alleanze favorevoli (anche con gli avversari) e rimanendo guardinghi circa i nuovi stati che entrano, mutando la costellazione esistente delle forze politiche.
Il concetto si sviluppa insieme a una rivalutazione dell’”equilibrio di potenza”, principio su cui si fonda il diritto internazionale, e con l’estensione ad altri stati sovrani di una reciprocità formale nella scelta di forme di governo e religione.
In questo sistema, le iniziative che invocano un isolazionismo assoluto -che potrebbero comportare un’erosione del potere di influenza- sono tanto pericolose quanto quelle che giustificano un intervento impulsivo negli affari di altri stati. C’è la sensazione che le une giochino contro le altre. L’idea che lo stato “sia solo”, che “gli si manchi di rispetto”, che sia “sotto assedio”, aumenta il richiamo della paranoia, della xenofobia, di scelte politiche imprevedibili, e la probabilità di una guerra. La distinzione tra “amico” e “nemico” si fa labile, e cambia con tanta rapidità che cominciano a entrare in gioco considerazioni puramente strumentali. Ciascuno stato può diventare “nemico” o “amico” in qualunque momento, e non solo in principio, ma di fatto. La strategia si trasforma nella tattica; la conseguenza è un’incapacità di formulare una qualsivoglia scelta politica fondata o coerente. È precisamente questa la situazione in cui ora si ritrovano gli Stati Uniti; la sovranità è stata spogliata del suo legame con l’equilibrio di potenza, con il riconoscimento reciproco fra stati, con il rispetto del diritto internazionale e, forse più di tutti, con la stabilità.
Il Presidente Trump ha fatto notare più e più volte, sia implicitamente che esplicitamente, che gli Stati Uniti sono isolati, e che hanno rinunciato a qualunque possibilità di esercitare il proprio potere. Questo atteggiamento ha prodotto una profezia che si autoavvera: la mancanza di fiducia dell’America nei confronti della comunità globale ha portato a una crescente sfiducia negli Stati Uniti, andando così a fomentare paranoia e xenofobia, e contemporaneamente una serie di decisioni arbitrarie in politica estera. I legami con alleati storici si sono indeboliti, mentre le (semi-nascoste) collaborazioni con regimi autoritari e reazionari come la Russia e l’Arabia Saudita vengono date per scontate; c’è la prospettiva di un attacco militare/nucleare su due fronti, quello dell’Iran e quello della Corea del Nord, e la capacità di influenzare gli eventi globali è diminuita, a seguito dell’abbandono statunitense degli accordi sul clima di Parigi, dell’Organizzazione mondiale del Lavoro e dell’Unesco. Il deputato Mike Rogers (repubblicano dell’Alabama), è bene ricordarlo, ha chiesto che si intraprendesse la logica azione conseguente, e cioè sostenere l’American Sovereignty Act del 2017, che chiede al Presidente di abbandonare le Nazioni Unite. Che questa, come altre organizzazioni transnazionali, presuppongano la partecipazione di stati, per l’appunto, sovrani, pare non sia una cosa cui dare peso.
La “sovranità” americana è stata usata come pretesto per minacciare il Venezuela, per incrementare l’intervento militare in Afghanistan e in Iraq, per scatenare una corsa alle armi nucleari nell’Asia sudorientale, e delegittimare (a causa di un presunto mancato rispetto degli accordi) l’accordo nucleare con l’Iran. Queste interpretazioni arbitrarie e strumentali della sovranità hanno rafforzato l’immagine degli Stati Uniti come di un bullo. Le ambizioni imperialiste sono intrecciate alla Dottrina Monroe, e tuttavia un qualunque ulteriore intervento in America Latina non farebbe che provocare un’ondata nazionalista. L’Afghanistan ha subito per quindici anni un intervento americano ben più che disastroso, e ora si vogliono mandare nuove forze senza neppure un alleato interno o una exit strategy. Per quanto riguarda le due Coree, saranno loro a pagarla cara, nel caso di un attacco americano al regime di Kim Jong-un; che la Corea del Sud sostenga una strategia più misurata, per una soluzione diplomatica alla crisi, non ha importanza.
Che tutti i co-firmatari dell’accordo Usa-Iran siano convinti che Teheran ha adempiuto ai suoi compiti, e che non sia tenuta a ri-negoziarlo, sono solo fake news che sminuiscono la minaccia alla sicurezza statunitense. In realtà, la rinuncia a questo trattato non farà che isolare ulteriormente gli Stati Uniti, rafforzando la credibilità iraniana presso la comunità globale, lasciando a Washington una serie di opzioni politiche insostenibili. Senza il trattato, verranno meno i limiti imposti al nucleare iraniano, provocando così proprio quell’esito che Trump vorrebbe evitare. Si scateneranno appelli a nuove sanzioni, cosa che porterà l’Iran sempre più vicino a Russia e Cina, cosa che a sua volta darà adito alle giustificazioni e alle prospettive di un’azione militare da parte americana.
Le profezie che si auto-avverano sono aggravate dall’uso di due pesi e due misure. Le minacce alla sovranità di altri stati viene sempre solo dai nemici dell’America, mai dai suoi amici. Il doppio standard, così evidente nel discorso di Trump all’Onu, si riduce a questo: gli Stati Uniti (o un suo alleato) può fare ciò che vuole, quando vuole, e con qualunque mezzo desideri, mentre i suoi avversari (anche questi scelti arbitrariamente) no.
È questo il presunto nuovo significato di “sovranità”. I media e l’accademia sono stati negligenti nel discutere come il sovrano eserciti il potere, sul carattere popolare della sovranità, contro la sua variante autoritaria, e su ciò che infine definisce la sovranità.
Il presidente chiama questa nuova dottrina “realismo di sani principi”, ma applicata a una società sempre più globale, che non è stata in grado di occuparsi di queste nuove reazioni estremiste, e che ospita quasi 650 milioni di rifugiati senza-stato, questa non è né di sani principi, né realista. Il discorso di Trump ha aggirato le vere sfide alla sovranità, specialmente quelle che interessano nazioni più vulnerabili degli Stati Uniti.
Non sono né l’Iran né la Corea del Nord a costituire sfide drammatiche alla sovranità; è piuttosto il crescente accentramento della ricchezza globale, e il sempre maggiore potere politico delle élites economiche. Le nuove tecnologie informatiche stanno attraversando i confini nazionali, interferendo con le elezioni e con attività che un tempo venivano identificate con lo stato sovrano. La distruzione informatica di siti nucleari e di infrastrutture, da quelle idriche agli ospedali, stanno minando la già vaga “responsabilità nazionale di proteggere” i cittadini, introdotta dalle Nazioni Unite per impedire i genocidi e, se necessario, giustificare gli interventi militari (principalmente nel mondo non occidentale). A complemento degli attacchi esterni alla sovranità popolare, ci sono poi i movimenti autoritari nazionali che, a loro volta, hanno diffuso xenofobia, intolleranza e razzismo in tutto il mondo. La domanda, oggi, è se un’accezione sensata del concetto di sovranità possa coesistere con l’atteggiamento cosmopolita, le idee liberal e le nuove forme di responsabilità istituzionale. È questo che qualsiasi futura analisi sulla sovranità e il sovrano dovrà portare alla luce.
(traduzione di Stefano Ignone)

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