Ecco, io la vedo – lettera dalla Cina di Ilaria Maria Sala

Una Città244 / 2017 novembre

Cari amici, vi scrivo da Shekou, un distretto di Shenzhen dove è appena stato aperto un ambizioso museo chiamato Design Society. È un simbolo tanto della Cina contemporanea, che del modo in cui le democrazie si comportano oggi con la Cina: democrazie smarrite, che hanno perso di vista i loro principi ispiratori, e che dopo decadi di amministrazione economica fallimentare, sono abbagliate dalla crescita e dai soldi cinesi. E poco importano i dettagli.

Il museo è una collaborazione fra un gruppo industriale cinese, il China Merchants Shekou Holdings (Cmsh), e il londinese Victoria and Albert Museum. Entrambi hanno origini nell’Ottocento; assieme danno vita a una curiosa unione. Il Cmsh è un gruppo fondato nel 1872, quando la Cina era ancora imperiale (governata dall’imperatrice reggente Cixi) e cercava di recuperare le forze dopo aver perso le due guerre dell’oppio contro l’Inghilterra e dopo aver ceduto il controllo di alcuni porti commerciali a Londra e ad altre potenze coloniali. Cixi, donna a suo modo eccezionale, ma mal consigliata, all’epoca stava mettendo in atto la cosiddetta politica del “Rafforzare la Cina”. Questa prevedeva anche la presa di coscienza che i pericoli non venivano più solo dall’Asia Centrale e dai suoi guerrieri a cavallo, ma anche dal mare, cioè da europei a bordo di navi da guerra. Così, venne creata la China Merchants, il primo gruppo cinese di armatori. Dapprima imperiale, poi nazionalista (sotto Chiang Kai-shek), venne nazionalizzato nel 1950, dopo che Mao Zedong era uscito vittorioso dalla guerra civile. Il V&A è un gioiello che senza il colonialismo britannico non potrebbe esistere: inaugurato nel 1857 dalla regina Vittoria (nel cui nome furono combattute le guerre dell’oppio), è un museo che contiene opere provenienti dal mondo intero, dall’alto artigianato alla produzione industriale e al design. In origine si chiamava Museo delle Manifatture. L’ispirazione venne a Henry Cole, funzionario britannico ideatore dell’Esposizione universale di Londra del 1951, di cui il V&A è un po’ la continuazione. Fra i 4,5 milioni di oggetti che appartengono alla collezione permanente, innumerevoli sono quelli portati in Inghilterra come bottino di guerra: dall’India, dalla Cina, o dai territori britannici conquistati in Africa e altrove. Questo per inquadrare le origini.
Shekou, invece, è una zona industriale portuale della città di Shenzhen, e quindi beneficia del boom manifatturiero cinese -una caratteristica che, secondo il vice-direttore del V&A, Tim Reeve, assimila la Cina di oggi all’Inghilterra dell’Ottocento (e quindi niente di più normale di questa collaborazione).
L’evidente mancanza di una bussola morale dietro l’intera operazione mi ha spinto a visitare il museo con una pessima disposizione -devo ammetterlo. Già la presentazione alla stampa del progetto era iniziata con un’assurdità: in inglese, il museo si chiama “Design Society”, e Ole Bauman, il direttore, aveva spiegato che si trattava di “un verbo e un sostantivo”. Cioè: “progettare la società”, e “società del design/della progettazione”. Peccato che in cinese diventi “Sheji Hulian”, ovvero “Connessione Design”, che come verbo non funziona proprio e come sostantivo non vuol dire granché; in più se qualcuno si presenta in Cina dicendo che vuole incoraggiare la popolazione a far parte della progettazione sociale non fa in tempo a scendere dall’aereo (o in questo caso dal traghetto) che lo rispediscono indietro.
A parte questo, è stata tutta una celebrazione: Reeve dice che il museo in partnership con la Cina è un esempio del boom degli scambi che attende la Gran Bretagna del post-Brexit. E che la squadra del V&A è felicissima di poter contribuire alla formazione nel design e nella progettazione industriale cinese. Mi sono chiesta perché (e l’ho chiesto apertamente). “Formare” la concorrenza mi pare strategicamente un po’ curioso. La curatrice italiana, Luisa Elena Mengoni, mi ha assicurato che no, niente di tutto questo: per il V&A la formazione è parte della missione. Da lì in poi non è andata meglio: Brendan Cormier, il curatore principale, mi ha detto che il progetto è un vero scambio (anche se Reeve non ha voluto dirmi quanto Cmsh abbia pagato il V&A per i 250 oggetti in prestito e per la collaborazione: è confidenziale); stanno facendo anche acquisizioni per il museo inglese. Fra cui la matrice di WeChat, l’app cinese simile a Whatsapp ma con molte più funzioni, con cui si può fare di tutto -messaggi, prenotazioni, ricerche, ecc.- ma che, come ogni app cinese, controlla l’utilizzatore passo a passo e censura ogni messaggio. Ho chiesto a Cormier se intendono menzionare la sorveglianza, dato che nel museo co-creato c’è anche una mostra che si chiama “Minding the Digital” (fare attenzione al digitale). Mi ha guardato fisso e mi ha detto: “Cosa ti aspetti?”.
Sempre più irritata dall’ipocrisia del tutto, ho fatto la stessa domanda a Mengoni: “Davvero non avvertite alcun problema nell’esaltare qualcosa di così legato alla sorveglianza?”. Risposta: “La Cina non è l’unico Paese che sorveglia”. Io ho sbottato che no, non si può rispondere così proprio nella settimana in cui Lee Ming-che, attivista taiwanese, è stato condannato a cinque anni di prigione per un messaggio su WeChat in cui difendeva la democrazia. Ho chiesto: “Ma se il V&A si fosse presentato nell’Italia fascista per fare un bel museo celebrando il genio italiano, lei come si sarebbe sentita?”. Risposta: “Non vedo la connessione. Forse la vede lei”.
Ecco, io la vedo. Come vedo a Shekou lo stesso tipo di ipocrisia sino-britannica che soffoca Hong Kong, passata a sovranità cinese dopo un secolo e mezzo di un colonialismo britannico che non si è mai preoccupato di garantire un futuro alla città e alla sua popolazione.
Ah, una cosa positiva l’ho trovata: l’edificio, costruito da Maki Fumihiko, è elegante e luminoso.

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