I grattacapi di Trump – di Stephen E. Bronner

Donald Trump non è né il primo né l’ultimo demagogo ad appoggiarsi su una massa fedele. Non è nemmeno né il primo né l’ultimo “uomo del popolo” che le sedicenti élites “pragmatiche” credono di poter controllare. Lo pensavano anche i componenti dell’arci-reazionario “gabinetto dei baroni”, convinti che Adolf Hitler, ritenuto l’ultimo baluardo contro il potere proletario, si sarebbe ridotto a miti consigli, una volta circondato dai suoi superiori. Parimenti, gli allarmati burocrati sovietici pensavano di aver trovato un perfetto “yes-man” in Stalin, il laborioso e provinciale segretario generale del Partito Comunista, che era rimasto nell’ombra mentre i suoi più famosi rivali si combattevano l’un l’altro fino allo sfinimento durante la malattia terminale di Lenin.

E tornano alla mente innumerevoli altri esempi. Ma bisogna riconoscere che chi sta dentro il sistema, di solito, sa poco di storia; anche quando la conoscono, la loro arroganza li porta a pensare che stavolta le cose andranno diversamente.
Le élites repubblicane non hanno mai dubitato di poter controllare Donald Trump. Né hanno preso sul serio la sua promessa di “bonificare la palude”. Come altri demagoghi del passato, il nuovo presidente si vantava di poter aggiustare le cose da solo; che da solo lui poteva “rifare grande l’America!”. La sua campagna non si è mai retta su programmi, su idee, né sulla coerenza: si è sempre retta solo su di lui! Ecco perché ha sempre insistito che i cittadini credessero in lui, e non che pensassero troppo a ciò che aveva appena detto, ed è per questo che le élites hanno dato per scontato (colpevoli di un po’ di adulazione e indulgenza) di poterlo tenere sotto controllo. I generali e i miliardari alzavano gli occhi al cielo deprecando i suoi modi da bullo, le sue affermazioni esagerate, le sue spudorate bugie, la sua focosa megalomania. Il capogruppo al Senato Mitch McConnell, il Presidente della Camera Paul Ryan, e gli sfidanti umiliati nella corsa alla presidenza, ovviamente, non l’hanno mai potuto soffrire. Nondimeno, Trump è riuscito a orchestrare il più grande sconvolgimento della storia politica americana (che abbia avuto l’aiuto della Russia o meno), e questo pazzo incompetente riesce ancora a contare sulla fiducia dalla sua base.
Con le elezioni di mid-term in arrivo nel 2018, i repubblicani sono costretti loro malgrado a mordersi la lingua. Hanno bisogno del Presidente, nonostante i suoi difetti, e pensano che lui abbia bisogno di loro. “Il nuovo arrivato si rimetterà a ragionare”; “Non è mai stato un uomo adatto ai dettagli dei programmi e del processo legislativo”; “Trump certamente permetterà che siano gli esperti a condurre lo show da dietro le scene”. Già, perché sono loro a conoscere a menadito i protocolli del Congresso, le sue regole occulte, e tutti i trucchetti necessari a far passare le leggi. Si illudevano anche loro che Trump sarebbe tornato a più miti consigli -peccato non l’abbia fatto. Apparentemente, il Presidente non si è dimostrato carismatico come credeva di essere; d’altra parte gli addetti ai lavori e gli attivisti si sono rivelati incapaci di superare le proprie dispute ideologiche. Il Partito Repubblicano si è presto ritrovato in ambasce. I suoi leader hanno provato a capire cosa stesse accadendo, ma senza grande successo. Ciò che tanti di loro vedono come difetti profondi del Presidente in realtà sono i tratti endemici del potere autoritario. Considerate una Casa Bianca sotto assedio, in cui non si riesce a combinare niente e l’autorità ha confini labili. La confusione finisce inevitabilmente per farla da padrona, mettendo a rischio il programma legislativo del Presidente. Il caos sempre maggiore, comunque, potrebbe anche aumentare l’inclinazione del presidente ad agire per vie unilaterali o arbitrarie. Più importante del passaggio di questo o quell’atto di legge, forse, è il suo desiderio più generale di distinguersi dalla mischia, di prendersi i meriti e schivare le colpe, e consolidare un’immagine di sé come di un elemento indispensabile per risolvere una serie di crisi (auto-generatesi).
La creazione di un culto della personalità non ha nulla a che vedere con il far passare leggi di successo, o attuare programmi; sulla stessa falsariga, l’esagerata fiducia che Trump ripone nella suo cerchio magico è un altro elemento tipico del percorso autoritario. Mettere in piedi un governo ombra permette di porsi al riparo dalla responsabilità istituzionale, e fa sì che il potere di ciascun elemento della cerchia sia completamente dipendente dagli umori del leader. I subordinati vanno e vengono in base ai capricci del Presidente, e le politiche spesso vengono decise sull’onda del momento. Di questo processo fa parte anche il coinvolgimento della propria famiglia. I numerosi incarichi conferiti a Jared Kushner, genero del Presidente, potrà anche far gonfiare la vanità del giovane, ma alla fine dei conti sono tanto insignificanti quanto quelli che venivano attribuiti a Hermann Goering (che erano diventati quasi una barzelletta) durante il regime nazista.
Il governo ombra può essere cambiato in un batter d’occhio e anche ciò contribuisce a complicare ulteriormente il bisogno di una responsabilità pubblica. L’agire civico rischia di perdere la propria indipendenza; i contrappesi istituzionali si intrecciano l’un l’altro, e diventa poco chiaro chi sia responsabile di cosa. Nessuno “stato occulto” irresponsabile e onnisciente sta cospirando contro il legittimamente eletto presidente e i suoi legittimi consiglieri; è piuttosto il contrario.
Un cerchio magico costruito arbitrariamente, disinteressandosi delle norme fondamentali del comportamento politico o delle regole procedurali amministrative, è impegnato a minare ed aggirare i pesi e contrappesi istituzionali che derivano dalla separazione dei poteri.
Il ricorso continuo di Trump agli ordini esecutivi non è pertanto solo un prodotto della sua incompetenza legislativa. Le autorità concorrenti sono solo degli ostacoli sul suo cammino, e le élites che non meritano fiducia sono impantanate in quella stessa palude che lui ha promesso di bonificare. Ciò premesso, è comprensibile che i suoi sforzi legislativi siano destinati a fallire nonostante le maggioranze repubblicane alla Camera e al Senato.
Comunque solo il Presidente può “rifare grande l’America”. La sua base, e la cittadinanza in senso più ampio, devo solo credere che le minacce alla sua impresa siano reali -e, se non sono reali, c’è bisogno che lo diventino. Questo bisogno non è mai stato tanto grande. Di fronte all’enorme incapacità di giudizio geopolitico, agli abbagli diplomatici, alla propaganda menzognera, e alle scomposte iniziative unilaterali della sua amministrazione, a Trump serve una vittoria!
L’Afghanistan si sta disintegrando; all’opposizione siriana manca anche solo la pretesa di una sovranità in fieri; la Cina non si è mossa di un millimetro innanzi alle minacce economiche statunitensi; la politica iraniana è in un limbo; la Corea del Nord continua a costruire i suoi missili; la politica russa lo tratta alternativamente come “amico” e come “nemico”; l’Europa se ne va per i fatti suoi; il ritiro dagli Accordi di Parigi si è tramutato in una débâcle; tra Israele e Palestina le prospettive di pace sono sempre più fioche. E il Presidente si prepara ad affrontare altre ribellioni nelle fila repubblicane a seguito della sua fallita iniziativa sull’assistenza sanitaria, dell’approvazione delle dure sanzioni contro la Russia, della difesa pubblica del Procuratore Robert Muller e delle sempre più infauste indagini governative. Ci sono poi i budget che non sono stati approvati, le incoerenti proposte di tassazione, le politiche razziste anti-immigrazione, le indiscrezioni che trapelano dalla Casa Bianca, le epurazioni, e altro ancora.
Perdere il potere nelle elezioni di mid-term del 2018, e la carica nel 2020 diventano possibilità sempre più plausibili. Se questa prospettiva dovesse diventare reale, è molto probabile che il presidente non potrà che farsi da parte serenamente. Ma c’è anche un’altra possibilità: se dovesse identificare l’interesse nazionale con il proprio, Trump potrebbe anche sentire il bisogno di intraprendere azioni drammatiche.
Ad ogni modo, comunque vada, a Trump serve una grossa vittoria -e alla svelta! Pertanto, il Presidente potrebbe sentirsi in bisogno di creare una crisi che solo lui è in grado di risolvere; bombardare l’Iran o la Corea del Nord, innalzare la tensione con Russia o Cina, far chiudere i procedimenti di impeachment, o far partire un attacco preventivo per impedire le elezioni del 2018. Chi lo sa? Potrebbe anche esserci metodo nella follia di Trump -e questo potrebbe rivelarsi il pericolo maggiore.
(traduzione di Stefano Ignone)

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