Trump e i russi – di Stephen E. Bronner

La presidenza di Donald Trump e la legittimità delle elezioni americane sono state entrambe compromesse dalla Russia di Vladimir Putin. A causa del presunto hackeraggio di informazioni di 21 stati da parte di cittadini russi (che usavano una copertura diplomatica) e di quello che è stato descritto come tentativo dell’ex Unione Sovietica di interferire nelle elezioni francesi e tedesche, è facile pensare ad un’ampia strategia russa con l’obiettivo di sovvertire il processo democratico occidentale. Il sempre più forte coinvolgimento militare della Russia in Siria, insieme ad un potenziale conflitto con l’Ucraina ancora sull’orlo di esplodere, rendono più radicati i timori dei cittadini americani e rinforzano l’emergenza di una nuova mentalità da guerra fredda negli Usa.

Che la recente cattiva condotta di Trump sia stata ingigantita o meno, fatto affermato da alcune pubblicazioni più che credibili, il post-comunismo e l’anti-comunismo fungono ora da punto di riferimento per la politica estera. Questo non è solo il caso di repubblicani neo conservativi timorosi di un Trump imprevedibile, come i senatori Lindsay Graham e John McCain, i quali fanno appello ad una politica estera più “robusta”, ma vale anche per democratici liberali come Hillary Clinton e il senatore Chuck Schumer. La preoccupazione del partito democratico per le sanzioni sempre più dure contro la Russia e l’uso del pugno duro per la condotta di Putin in Ucraina e nel Medio oriente, è strettamente correlata alla strumentalizzazione degli scandali in cui è coinvolta l’amministrazione di Trump.
La Russia non è più il paese della perestrojka e la ­glasnost di Gorbachov, così come gli Stati Uniti non sono più il paese di Obama. Putin non è un’innocente vittima del frastuono mediatico sull’hackeraggio e sui presunti tentativi di acquistare più influenza politica. Questa giustificazione è ipocrita. La convinzione che la Russia non condurrebbe mai un cyber-attacco contro le istituzioni elettorali americane è tanto assurda quanto l’idea che gli Stati Uniti non farebbero (o non abbiano mai fatto) la stessa identica cosa contro l’Iran o qualunque altro stato. In una certa maniera il presidente americano è l’immagine speculare di quello russo. Entrambi i presidenti sembrano impegnati nello smascheramento di cospirazioni inesistenti o nella lotta alle “false notizie”. Entrambi si schierano dalla parte di dittatori genocidari e inseguono il loro sogno di rendere i propri paesi “grandi di nuovo”. La loro indole contagia la politica. Lo sconfinato egoismo è il laccio che unisce Trump a Putin ed è il pericolo che Freud definì “il narcisi-smo delle piccole differenze”. Il fatto che entrambi credano ancora di poter battere l’altro in astuzia mette in mostra una particolare forma di cameratismo combinato con ossessivi complessi di inferiorità, che potenzialmente alimentano delle catastrofiche forme di competizione tra i due. Il loro rapporto richiama stranamente alla mente quello dei due leader fascisti dell’insuperabile film di Charlie Chaplin “Il Grande Dittatore” (1940), Hynkel e Napoloni. Quel che è certo è che sia Trump che Putin si identificano negli interessi delle loro nazioni e le significative iniziative di politica estera mirano proprio a interrompere questo nesso. La Russia non è né un “amico”, né un “nemico”. La scelta non è semplicemente tra Trump e chi lo critica. Esiste un’alternativa. L’amministrazione della politica estera americana non dovrebbe riservare alla Russia un trattamento emotivo ad hoc, ma dovrebbe trattarla modo professionale: rigidamente su certi argomenti, come gli interventi politici della Russia in ogni paese, delicatamente su altri, come Ucraina e Crimea, e infine dovrebbe cercare una cooperazione per i temi come Afghanistan, Siria, Iran e lotta contro l’Isis. La manichea idea di “amici o nemici” non è solo troppo semplicistica, vecchia musica per una nuova epoca, ma è anche in contrasto con il bisogno di alleviare i conflitti di interesse. Sia gli Usa che la Russia non hanno particolare rispetto per i diritti umani o per l’autodeterminazione nazionale. Sono queste le preoccupazioni che dovrebbero essere valutate per prime e non la ceca fedeltà di appartenenza a uno o all’altro lato. Un’efficace politica estera richiede una nuance e la nuance richiede delle distinzioni. Sono necessarie delle negoziazioni prolungate sullo sviluppo di un programma differenziato, e non delle situazioni progettate ad hoc per fotografare i politici in una luce favorevole. Purtroppo dalle elezioni di Trump siamo stati testimoni molto più della seconda situazione e molto meno della prima. Questo è ciò che dovrebbe cambiare.
(traduzione a cura di Dario di Pasquale)

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